Analisi della scelta alimentare vegana e delle sue potenziali conseguenze sociali

[FONTE: http://utopiarazionale.blogspot.it/2017/12/perche-il-potere-ce-lha-morte-con-i.html?m=1%5D

All’interno di questo saggio, analizzerò i principali argomenti mossi dai vegani a sostegno della loro filosofia di vita, al fine di appurarne o contestarne la validità, con la forza della ragione ed in modo intellettualmente onesto.


I vegani cercano di adottare, nei limiti del possibile, una visione del mondo rispettosa di ogni essere senziente che sia in grado di provare dolore e sofferenza. Per questo motivo, escludono dalla propria alimentazione ogni nutriente che abbia un’origine animale: carne, latte, uova e derivati inclusi. 


In coerenza con i propri principi, la filosofia vegan propone idealmente di realizzare una società interamente basata su risorse compatibili con l’ambiente che non provengano dal mondo animale.


Per i nostri scopi, ci limiteremo ad analizzare le argomentazioni relative all’alimentazione, rispetto le quali i vegani vengono sbeffeggiati in modo ostentato attraverso i mass media e, di riflesso, dalla gran parte della popolazione culturalmente e acriticamente abituata ad alimentarsi con prodotti di origine animale.


I tipici argomenti mossi dai vegani a supporto della loro scelta alimentare possono essere sinteticamente riassunti in tre gruppi: etica, sostenibilità e salute.


In poche parole, i vegani sostengono che allevare e uccidere animali per nutrirsi non sarebbe una scelta adatta ad esseri umani dotati di sensibilità, avrebbe un maggior impatto ambientale rispetto ad una dieta vegetale e comprometterebbe le condizioni di salute dell’umanità.


Prima d’intraprendere la nostra analisi, c’è una domanda fondamentale da porsi: è effettivamente possibile condurre una vita sana ed in forze alimentandosi soltanto con cibi di origine vegetale?


È chiaro che una risposta negativa al precedente quesito stroncherebbe in partenza gran parte delle argomentazione solitamente portate a supporto del regime alimentare vegano.


Infatti, se gli alimenti di origine animale fossero strettamente necessari alla nostra sopravvivenza, sarebbe irragionevole non procurarseli.


In tal caso, si potrebbe discutere di come produrre quei nutrienti nel modo più etico e sostenibile possibile, ricorrendo ad esempio alla moderna scienza, mediante la quale già oggi si può produrre carne sintetica in laboratorio, senza sfruttare gli animali ed in modo maggiormente sostenibile rispetto ad una classica produzione basata sugli allevamenti.


Chiaramente, un simile approccio potrebbe essere adottato anche per gli altri alimenti di origine animale, come il pesce, il latte e le uova, e così gli esseri umani potrebbero nutrirsi in modo del tutto etico e maggiormente rispettoso per l’ambiente. 


In verità, tutto ciò non è affatto necessario, perché l’evidenza empirica dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che ci si può alimentare correttamente anche senza alcun tipo di alimento di origine animale.


Il perché è presto detto: guardando, a titolo di esempio, il mondo dello sport, si possono facilmente individuare sia atleti di potenza che di fondo che gareggiano ad altissimo livello adottando diete completamente vegetali. 


Tra gli atleti vegani più famosi, vi sono:

  • Patrik Baboumian, 171 cm per 116 kg, in grado di sollevare da terra 360 kg;
  • Carl Lewis, vincitore di 10 medaglie olimpiche, soprannominato “il figlio del vento”, il quale sostenne di aver «scoperto che un atleta non ha bisogno di proteine animali per essere un atleta di successo» e che il suo migliore anno nelle competizioni di atletica leggera ebbe luogo proprio quando adottò una dieta vegana;
  • l’italianissimo Massimo Brunaccioni, natural bodybuilder, vincitore della competizione INBF Natural USA 2017, il quale, in relazione alle sue masse muscolari ed alla sua scelta alimentare, ha osservato che «Per il corpo un aminoacido è un aminoacido. Non gli interessa se questo provenga dalle lenticchie, dal tofu o dal pollo».

Ma il caso più eclatante di “atleti” vegani degno di menzione, è quello della coppia di sessantenni formata dai coniugi Janette Wakelin e Alan Murray, che si sono divertiti a correre ben 366 maratone consecutive in un solo anno!


Ne deduciamo con ragionevolezza che, se atleti di questo livello, che adottano una dieta vegana, riescono a svolgere le loro attività senza alcun tipo di problematica, un comunissimo (im)piegato, che passa le sue giornate immobilizzato davanti ad una scrivania, può tranquillamente sopravvivere senza nutrirsi di prodotti di origine animale.


Resta però in essere un ulteriore quesito: gli esempi fin qui riportati riguardano tutti individui adulti. Chi ci assicura che una dieta vegana sia compatibile con la gravidanza ed il corretto sviluppo dei bambini?


Ce lo assicura l’American Academy of Pediatrics, pur precisando di prestare attenzione al fatto che l’alimentazione adottata sia corretta e bilanciata, perché l’equilibrio nutrizionale è più difficile da ottenere se i prodotti lattiero-caseari e le uova vengono completamente eliminati. 


Quindi, da un punto di vista scientifico, crescere dei figli sani senza ricorrere ad alimenti di origine animale, è possibile, seppur questa scelta, a detta dei medici, richieda una maggiore consapevolezza e magari la supervisione di un nutrizionista esperto (aggiungo!).


Onestamente, siccome oggi oltre il 30% dei bambini italiani è in condizione di sovrappeso o di obesità, mi sentirei di raccomandare le medesime prescrizioni anche a chi volesse scegliere di crescere dei figli con diete che includono alimenti di origine animale, dato che il sovrappeso è legato all’insorgenza di numerose malattie, come diabete, alcuni tipi di tumore e malattie cardiovascolari, di cui queste ultime rappresentano la prima causa di morte al mondo.


Ciò detto, possiamo esaminare in modo puntuale i classici argomenti dei vegani, cominciando dalla questione etica.


Ora, siccome abbiamo appurato che per nutrirci correttamente non abbiamo bisogno di alimenti di origine animale, l’atto di torturare e uccidere esseri senzienti a nostro arbitrio, sottoponendoli a condizioni di sfruttamento e privazione di libertà del tutto incompatibili con la loro natura ed il loro benessere, non può essere in alcun modo giustificato.


In assenza di un’effettiva esigenza, infatti, non v’è ragione che possa in alcun modo rendere preferibile un mondo in cui gli animali soffrono e vengono uccisi per scopi alimentari, ad un mondo dove gli animali sono liberi di vivere la propria esistenza secondo natura e senza essere sfruttati.


La cosa interessante da osservare è che se lo stesso trattamento riservato ai maiali da allevamento venisse applicato ai cani, improvvisamente milioni di persone resterebbero inorridite ed inizierebbero giustamente a protestare.


Eppure, la scienza c’insegna che i maiali hanno un quoziente intellettivo non dissimile a quello dei cani e sono altrettanto capaci di provare sentimenti ed emozioni. Inoltre, vi sono numerosi esempi di maiali addomesticati che si comportano esattamente come farebbe un cane di grossa taglia. 


Analoghe argomentazioni continuano a sussistere anche per i membri delle altre specie, quali ad esempio agnelli e mucche. 


Pertanto, volendo essere onesti, da un punto di vista etico c’è ben poco da contro-argomentare… così come c’è ben poco da argomentare per quanto riguarda il discorso della sostenibilità ambientale: dati alla mano, la dieta onnivora è significativamente più inquinante e notevolmente meno sostenibile rispetto a quella vegana. 

Questo è quanto sancisce la scienza ufficiale. 


Si tratta di una semplice conseguenza dei principi della fisica (e della logica) di base: utilizzare direttamente frutta, verdura e prodotti coltivati per nutrirsi, è per forza di cose più efficiente e meno “oneroso” di utilizzare frutta, verdura e prodotti coltivati per allevare animali che a loro volta dovranno vivere, e quindi “dissipare” energia, per poi essere uccisi e trasformati in “cibo” per nutrire gli esseri umani. 


Tutto ciò introduce una grande inefficienza, i cui disastrosi effetti si stanno manifestando proprio davanti ai nostri occhi. Per maggior chiarezza, vale la pena di citare alcuni dati davvero eclatanti:

  • secondo la FAO, «il settore zootecnico può essere considerato il principale fattore nella riduzione della biodiversità»;
  • il totale delle emissioni di gas serra attribuibili al settore zootecnico rappresenterebbe una quota pari o superiore al 18-51% delle emissioni totali. La stima percentuale varia a seconda degli studi, ma ciò che è noto con certezza è che il totale delle emissioni zootecniche supera la quota relativa all’intero settore dei trasporti (stradali, aerei, navali e ferroviari inclusi);
  • la produzione di proteine dalla carne richiede da 6 a 17 volte più terra rispetto all’equivalente quantitativo di proteine fornite dai vegetali;
  • l’impronta idrica per quanto riguarda la carne di manzo è pari a 15.400 l/kg, quella di pecora è pari a 10.400 l/kg mentre la carne di maiale richiede 5.990 l/kg. Per un confronto, si pensi ai 3.100 l/kg richieste dalle arachidi, ai 1.827 l/kg necessari per coltivare il grano ed ai 290 l/kg necessari per produrre patate.

Più difficile, ma non impossibile da fare, è stimare di quanto la dieta onnivora sia più impattante rispetto a quella vegana.


A tal fine, è stato calcolato che la dieta condotta da un italiano medio ha un impatto 6,7 volte maggiore rispetto ad una dieta equivalente esclusivamente basata su prodotti di origine vegetale. 


In termini di emissioni di gas serra, una dieta onnivora non biologica ha un impatto 15 volte maggiore rispetto ad una dieta vegana biologica.


Ritengo che questi dati siano più che sufficienti per chiudere il discorso relativo alla sostenibilità. Resta quindi da analizzare la questione salutistica, assai più delicata rispetto alle precedenti. 

Si rende però necessaria una premessa di carattere generale riguardante la scienza.


Chiunque abbia studiato un po’ di filosofia della scienza, sa perfettamente che, in ultima analisi, la scienza è un fenomeno sociale.


Questo significa che in ambito scientifico è ritenuto “vero” ciò che la comunità scientifica ritiene che sia “vero”. E poiché gli scienziati sono degli esseri umani corruttibili, in alcune circostanze la validità delle “verità” scientificamente appurate rischia di essere compromessa.


Questo fenomeno di eterogenesi dei fini si riscontra soprattutto in quei campi della scienza (morbida) dove sono in essere forti interessi economici, come, ad esempio, nella medicina.


Ovviamente, gli studi scientifici possono sì essere sbilanciati in favore di alcune tesi piuttosto che rispetto alla pura, genuina e disinteressata ricerca della verità, ma gli scienziati non possono spingersi troppo oltre, perché altrimenti le loro conclusioni verrebbero facilmente falsificate da altri ricercatori. 


O almeno questo è quanto dovrebbe accadere in teoria… perché, di fatto, è evidente che se i ricercatori onesti sono in netta minoranza e/o non hanno accesso a fondi per condurre ricerche svincolate da un ritorno economico, gli studi imparziali volti a falsificare le “verità” ufficiali non riusciranno ad avere sufficiente impatto a livello sociale e finiranno per essere ignorati. 


Da un punto di vista pratico, ciò significa che quando i risultati della scienza ufficiale cozzano con gli obiettivi economici dei suoi stessi finanziatori, la scienza cessa di esser tale e perde di vista la sua missione ideale volta all’esclusiva ricerca della verità.


Un esempio su tutti: se lo stipendio e la carriera di un ricercatore dipendono dai finanziamenti privati che è in grado di accaparrarsi con i suoi studi, e tali finanziamenti provengono da una casa farmaceutica, è chiaro che quel ricercatore dovrà convivere con un palese conflitto d’interesse ed una grande pressione psicologica, tali da inficiare l’imparzialità del suo lavoro.


E, guarda caso, oggigiorno chi intende intraprendere degli studi indipendenti incorre in grandi difficoltà, perché i finanziamenti pubblici svincolati da un ritorno economico scarseggiano nel mondo della ricerca. 


Com’è facile comprendere, in questo mondo dedito al profitto ed al successo, sono assai rari quei nobili ed eroici esempi d’individui disposti a rovinarsi l’esistenza in nome della Verità.

A riprova di quanto sostenuto, vi basti sapere che, per quanto riguarda il settore farmaceutico, gli studi sponsorizzati dai privati risultano fino a 4 volte più favorevoli per lo sponsor rispetto agli studi indipendenti. 


Se invece si prendono in considerazione gli studi in ambito nutrizionale, si scopre che su 166 ricerche finanziate dalle industrie e pubblicate tra il marzo 2015 e il marzo 2016, più del 92% riportavano risultati favorevoli agli interessi degli sponsor. 


Tenuto conto di queste fondamentali considerazioni, ognuno può comunque cercare di farsi un’opinione personale sulla base delle informazioni che possono essere reperite. A scanso di equivoci, riporteremo ancora una volta asserzioni tratte dalla scienza ufficiale, pur nella consapevolezza dei limiti della moderna ricerca scientifica in ambito alimentare. 


Per quanto riguarda la longevità, i risultati degli studi scientifici sono parzialmente contrastanti: secondo alcuni, vegetariani e vegani vivrebbero più a lungo rispetto a chi mangia carne, secondo altri, non vi sarebbero differenze statistiche significative tra chi adotta una alimentazione a base vegetale e chi adotta un consumo “moderato” di alimenti di origine animale. 


Questo suggerisce la faziosità di almeno uno dei due schieramenti, ma ci dice anche che, di certo, un’alimentazione vegana non diminuisce l’aspettativa di vita, perché chi adotta questo regime alimentare o vive più a lungo o ha la stessa aspettativa di vita di chi adotta un “moderato” consumo di alimenti di origine animale.


Che cosa significa “moderato”? Ce lo spiega l’AIRC: «In generale tre quarti di ciò che mangiamo complessivamente dovrebbe essere costituito da cibi vegetali».


Ciò significa che, se si eseguissero 4 pasti al dì, 3 di essi dovrebbero essere composti interamente da frutta e verdura e soltanto uno da carne, pesce, latte, uova e loro derivati.


Ciò nonostante, la scienza ufficiale ci dice che: «Un consumo modesto di carni rosse […] è comunque associato a un maggior rischio di sviluppare diabete e malattie cardiovascolari». 


Diverso è il caso di chi “abbonda” con alimenti di origine animale, perché la nocività di questo regime alimentare è largamente appurata, in quanto «gli epidemiologi concordano sul fatto che gli individui che seguono diete ricche di proteine animali, soprattutto carni rosse e lavorate, hanno un maggior rischio di sviluppare patologie come diabete, infarto e problemi cardiovascolari, obesità e cancro». 


Ed ancora, gli esperti dell’American Journal of Clinical Nutrition, sulla base dell’analisi dei dati tratti dallo studio EPIC, hanno asserito che:  «non siamo liberi di mangiare ciò che vogliamo e nella quantità che vogliamo, perché ci sono ricerche che dimostrano i benefici di una dieta ricca di vegetali, oltre ai danni derivati da un consumo eccessivo di proteine di origine animale».


Prima di trarre alcune conclusioni, e di analizzare delle questioni di carattere sociologico, aggiungiamo qualche altra breve informazione sulla carne, sul latte e sulle uova.


Di recente, lo IARC ha incluso le carni rosse e le carni rosse lavorate rispettivamente nella classe 2A (probabilmente cancerogeno per l’uomo) e nella classe 1 (sicuramente cancerogeno per l’uomo) delle sostanze cancerogene.


È curioso osservare che la classe 2A contenga anche il chiacchieratissimo erbicida Glifosato ed il Dichlorodiphenyltrichloroethane, ai più noto come DDT. 


Per quanto riguarda latte e uova, neanche a dirlo, si possono esibire sia studi che mostrano i danni dovuti al consumo di questi prodotti, che studi che mostrano i benefici degli stessi, in pieno sfregio del principio di non contraddizione posto a fondamento della logica aristotelica. 


La situazione è alquanto imbarazzate: c’è chi dice che il latte faccia bene alle ossa e chi che causi l’osteoporosi, c’è chi sostiene che non bisognerebbe mangiare le uova, o al limite che bisognerebbe mangiarle con moderazione, e chi invece assicura che un loro consumo elevato non incrementi affatto il rischio di ammalarsi (per chi volesse approfondire, ho inserito nelle fonti in fondo alla pagina una breve rassegna di articoli e studi scientifici con conclusioni contrastanti). 


Perlomeno una cosa è certa: da un punto di vista statistico, il 70% della popolazione mondiale adulta non è in grado di digerire correttamente il lattosio, che rappresenta il principale zucchero presente nel latte. 


Personalmente, ritengo che sia assolutamente ridicolo che la comunità scientifica non riesca a stabilire se un dato cibo sia effettivamente benefico o dannoso per gli esseri umani, in quale quantità e con quale modalità, nonostante la mole di dati a nostra disposizione e la moderna tecnologia.


Tutto ciò, ancora una volta, suggerisce la faziosità di almeno uno dei due schieramenti, tra chi è pro e chi è contro l’utilizzo di un certo alimento, e non aiuta di certo a fare chiarezza.


A mio avviso, non è che oggi non siamo in grado di stabilire scientificamente quale sia la migliore alimentazione per gli esseri umani, è che non c’è il minimo interesse di appurarlo in modo serio e definitivo a livello ufficiale, perché fin quando verrà alimentata una gran confusione dalla stessa scienza chi trae giovamento economico dall’attuale ordine delle cose potrà continuare a dormire sonni tranquilli, ovvero a trarne profitto.


Immaginate però se la stessa cosa che accade per il latte e le uova avvenisse per un prodotto sconosciuto, il Cibonuovo di origine extraterrestre: secondo alcuni studi scientifici il Cibonuovo risulta dannoso e secondo altri no. 

In sostanza, a livello ufficiale non abbiamo la più pallida idea se questo nuovo alimento faccia male oppure no: voi sareste disposti a rischiare di ammalarvi introducendo abitualmente una dose di Cibonuovo nella vostra alimentazione?


Ciò detto, il fatto che latte e uova siano tra gli alimenti rispetto ai quali gli esseri umani manifestano il maggior tasso di allergie e intolleranze alimentari, unitamente alla gran confusione che regna a livello scientifico, dovrebbe portare come minimo a ridurre drasticamente il consumo di questi alimenti, se non altro per un principio di precauzione. 


E invece così non è, perché di fatto la massa considera “normale” se non addirittura “salutare” nutrirsi di alimenti rispetto ai quali vi è incertezza sulla loro dannosità, adottando un atteggiamento che nessun essere umano ragionevole sarebbe disposto ad attuare nei confronti del summenzionato Cibonuovo.


Ma ancor più paradossale, è che si continui ancora a vendere e a mangiare carni rosse lavorate, ufficialmente dichiarate cancerogene per l’uomo!

Cerchiamo ora di abbandonare la scienza, per cercare di dare una giustificazione filosofica alla scelta vegana.


Supponiamo che le piante da frutto siano esseri viventi intelligenti dotati di volontà. 


Osservando, a titolo di esempio, il modo di interagire di un melo con l’ambiente che lo circonda, si può comprendere la sua volontà: quella di nutrire gli altri esseri viventi in cambio di CO2, acqua e luce.


Ciò è talmente vero che quell’albero rende colorati e profumati i propri frutti proprio nel periodo di massima maturazione, come a voler segnalare agli animali la loro presenza.


Il rapporto di un melo nei confronti degli altri esseri viventi è un rapporto di amore: con il suo “vegetare”, consente agli animali di respirare, immettendo ossigeno, e di nutrirsi, producendo frutta commestibile.


Qual è invece la volontà di un animale? È una volontà di vita, che accomuna tutti gli esseri viventi e non è affatto compatibile con l’essere allevato in cattività per poi essere ucciso.


Immaginate che scandalo se un simile trattamento venisse riservato ad altri esseri umani, che sono pur sempre animali. 


Se ne deduce, che un’alimentazione vegana rispetta la volontà degli altri esseri viventi, mentre una dieta onnivora no. 


Presentiamo un’altra breve argomentazione filosofica. 

Assumiamo che il bene sia il migliore dei fini da raggiungere. La sofferenza e la morte non conducono al bene, ma al male. Pertanto, una dieta onnivora è da evitare perché ci allontana dal migliore dei fini. 


Probabilmente questo ragionamento sarebbe piaciuto a Platone.


Possiamo quindi trarre alcune conclusioni. 

Per quanto fin qui sostenuto, si può asserire che i principali argomenti mossi dai vegani a supporto delle loro tesi sono logicamente e filosoficamente validi, nonché ampiamente supportati dalla scienza ufficiale. 


Del resto, pur volendo ignorare la questione etica e i discorsi salutistici, già il solo argomento relativo alla sostenibilità ambientale sarebbe di per sé sufficiente per giustificare un regime alimentare maggiormente sostenibile basato su alimenti di origine vegetale. 

Ne consegue, che la scelta vegana è una scelta fondata su basi oggettive e razionali.


Ma allora per quale motivo mangiamo carne? Semplice: per cultura e tradizione, non di certo per necessità.


Il funzionamento è del tutto analogo a quello della “scelta” delle religioni: così come chi nasce in una certa parte del mondo, con ogni probabilità, viene condizionato a credere “vera” una certa religione e false le altre, chi nasce in una certa zona del mondo viene condizionato a ritenere “normale” mangiare certi animali ed a considerare riprovevole mangiarne degli altri.


Per questo motivo, in alcuni luoghi mangiare cani, topi ed insetti è ritenuto abominevole e disgustoso, mentre in altre zone fa parte della quotidianità.


Tipicamente, chi crede nella divinità di una certa religione lo fa per condizionamento sociale, e non riflette in modo critico sulla propria fede, così come chi è abituato a mangiare carne non riflette sul fatto se mangiare carne sia eticamente legittimo, ecologicamente sostenibile e salutisticamente auspicabile, semplicemente mangia certi tipi di animali perché così gli è stato insegnato fin dalla tenera età. 


In condizione di abbondanza, l’essere umano non ha istinti carnivori, e mangia carne per cultura non per natura.


Per convincere gli scettici, l’attivista Gary Yourofsky suggerisce ironicamente di posizionare in una stanza un bambino di due anni insieme ad un coniglietto vivo e ad un po’ di frutta: è chiaro che il bambino giocherà con il coniglio e mangerà la frutta.


Alcuni vanno dicendo che l’esser vegani è una moda, ma anche questa argomentazione non regge alla luce dei fatti. 


La moda è un fenomeno irrazionale, mutevole e di massa, provocato appositamente attraverso campagne di marketing volte a condizionare il comportamento umano. 

Attualmente, le posizioni vegane sono minoritarie, vengono quotidianamente screditate e, come abbiamo visto,  possono essere giustificate su basi razionali.


Il diventare vegani è una scelta di vita volontaria e consapevole, che può essere giustificata sulla base di un’analisi oggettiva volta a stabilire quale sia la miglior alimentazione da seguire in vista della sostenibilità ambientale e del rispetto della vita.


Un discorso a parte va fatto per i figli di genitori vegani, che inizialmente apprendono questo regime alimentare per cultura, esattamente come avviene per i figli degli onnivori, e solo in una fase successiva possono acquisire consapevolezza e giustificare le loro abitudini alimentari da un punto di vista razionale, cosa che invece chi mangia alimenti di origine animale non potrebbe fare, perché, per quanto fin qui dibattuto, non avrebbe argomentazioni valide da utilizzare.


Storicamente parlando, i vegani, lungi dall’essere una novità, esistono fin dai tempi dell’Antica Grecia, e per tutto il corso della storia sono vissuti pensatori e comunità che, per le ragioni più disparate, non mangiavano alimenti di origine animale. La stessa cosa vale anche per i non-vegani.


La vera novità, semmai, è che oggi, a differenza del passato, a causa dell’eclatante impatto antropico, con il quale abbiamo condotto all’orlo del collasso l’ecosistema del pianeta Terra, un drastico cambiamento nella nostra alimentazione in favore di alimenti di origine vegetale sta diventando una necessità.


Adottando un’alimentazione onnivora ed un consumismo scellerato, infatti, abbiamo compromesso l’ecosistema del nostro pianeta ed abbiamo sterminato un così gran numero dei suoi abitanti che gli scienziati stanno iniziando a parlare di una 6-a estinzione di massa. 


È oltremodo chiaro che senza una radicale svolta nella direzione del rispetto della vita e della sostenibilità, l’umanità si troverà ad affrontare un terribile futuro nel quale, l’acqua ed il cibo saranno scarsi, l’aria sarà pesantemente inquinata e l’ambiente, nel suo complesso, fortemente inospitale. 


Ora, siccome l’alimentazione onnivora è la prima causa di emissioni di CO2 e contribuisce grandemente all’inquinamento, alla deforestazione e alla perdita di biodiversità, una diffusa e consapevole scelta alimentare basata su fonti vegetali biologiche, potrebbe fornire un grande aiuto per evitare questo drammatico futuro.


L’inconsapevolezza con cui ci alimentiamo racchiude in sé tutta la follia dell’odierna società: morte, sfruttamento, inquinamento, deforestazione, fame e malattia, sono il prezzo che l’umanità paga quotidianamente pur di voler testardamente continuare ad ingurgitare dei pezzi di animali morti. Non so di quale altro tipo di indicatori ci sia bisogno per iniziare a cambiare rotta.

Onestamente, non vedo proprio come una società formata da individui che non riescono neanche a comprendere l’importanza del rispetto della vita possa in qualche modo prosperare. 


Ed infatti, stiamo attuando una sorta di suicidio collettivo, perché con le nostre azioni scellerate non stiamo mettendo a rischio soltanto l’esistenza degli animali ma anche quella dello stesso genere umano. 


Il problema non è di salvare il pianeta, o gli animali, il problema è di salvare l’umanità dai disastri causati dalla stessa umanità.


Ma se così stanno le cose, perché il Potere ce l’ha (a morte) con i vegani, tanto da diffondere lo stereotipo del nazi-vegano pazzo, settario, viziato e modaiolo?


Perché la filosofia vegan non è compatibile con un sistema economico di tipo capitalistico basato sul profitto. Vediamo subito perché.


Se gli esseri umani iniziassero a produrre e consumare cibi vegetali a km zero, tutto il settore economico che oggi vive producendo, trasformando, trasportando e vendendo prodotti di origine animale, sarebbe condannato al fallimento.


E se anche questi attori economici scegliessero di riconvertire la produzione verso fonti vegetali, subirebbero un drastico calo dei profitti, perché un’alimentazione a base vegetale è maggiormente efficiente rispetto ad un’alimentazione basata su prodotti di origine animale, e questa efficienza si ripercuoterebbe negativamente sui profitti.


Per inciso, già oggi la dieta vegana, nonostante sia praticata da una ristretta cerchia della popolazione, risulta meno costosa rispetto all’alimentazione onnivora. E tale costo potrebbe ridursi ulteriormente, ad esempio, se gli individui ricominciassero ad autoprodurre frutta e verdura.


Colgo l’occasione per ricordare all’umanità che i frutti crescono da soli e a costo praticamente nullo. Pertanto, se ogni città avesse un frutteto pubblico calibrato sulle esigenze della popolazione, tutti gli esseri umani potrebbero avere accesso gratuitamente a tutta la frutta di cui avrebbero bisogno, gratis.


Pensate: invece di sprecare una parte della vita lavorando per guadagnare denaro da utilizzare per andare ad acquistare all’interno di un supermercato della frutta avvelenata importata dall’altra parte del mondo, si potrebbe più semplicemente godersi quel tempo di vita in libertà mangiando gratuitamente frutta sana prodotta a km zero, riducendo così anche l’impatto ambientale. 


Inoltre nessuno morirebbe più di fame, come invece accade oggi nella modernissima società capitalistica a ben 16.000 persone al giorno, mentre 1/3 del totale del cibo prodotto viene “sprecato”, alla faccia del “progresso”, “dell’efficienza” e della “perfetta allocazione delle risorse” attribuite al “libero” mercato.


Se tutta la popolazione adottasse una dieta a base vegetale, le condizioni generali di salute aumenterebbero e quindi, come banale conseguenza, il PIL diminuirebbe così come i lauti profitti dovuti al settore medico-sanitario che crollerebbero vertiginosamente.


Inoltre, invece di sprecare la vita lavorando per poi ammalarsi e dover spendere i soldi guadagnati per cercare di guarire dai danni prodotti da un’alimentazione malsana, si potrebbe concludere l’ultima parte della propria esistenza con gioia e serenità, a casa propria, giocando con i nipoti e svolgendo attività creative e ricreative, magari all’aria aperta ed in piena autonomia, invece di finire abbandonati e imprigionati in un ospizio, o peggio, sul letto d’un ospedale, immobili e sofferenti.


Così facendo avremmo indotto il fallimento di alcuni dei settori più redditizi dell’odierna economia capitalistica, semplicemente cambiando alimentazione, ma avremmo anche incrementato le condizioni di benessere e di libertà degli esseri umani, eliminando dal sistema sociale attività dannose, inutili ed inessenziali. 


In questo modo, il sistema capitalistico paleserebbe le sue eclatanti contraddizioni e l’intera concezione economica dovrebbe essere profondamente rivista, a meno che non si preferisca ritornare al vecchio regime alimentare, in modo da re-incrementare follemente gli sprechi, l’inefficienza, il lavoro inutile e le malattie evitabili, così da far ripartire i consumi e salvare l’economia, al costo d’un enorme sacrificio ambientale ed esistenziale, in termini di benessere e felicità di tutti gli esseri viventi.


Se tutti diventassero vegani l’ambiente ringrazierebbe e ringrazierebbero ancor di più gli animali, che sarebbero di nuovo liberi di popolare il pianeta Terra e di arricchire con la loro energia vitale le nostre esistenze svuotate di significato.


L’amore e l’empatia si diffonderebbero tra gli esseri viventi, e questo nuovo livello di coscienza si ripercuoterebbe inevitabilmente in ogni aspetto del sistema, dando il via ad una grande rivoluzione socio-economico-culturale.


Il rispetto della vita, in ogni sua forma, implicherebbe in modo naturale la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’eguaglianza delle condizioni sociali e la cooperazione finalizzata alla realizzazione del benessere collettivo. 


Ciò creerebbe le condizioni culturali necessarie per il superamento del sistema capitalistico e la realizzazione di una nuova società a misura d’essere umano, perché dove vi è amore, rispetto ed empatia, non può esservi ingiustizia, sfruttamento ed iniquità. 


Spero che ora abbiate capito perché il Potere ce l’ha (a morte) con i vegani.


Mirco Mariucci