LA NICCHIA DI ORIGINE DELL’UOMO – Francesco Pesce

un capitolo del libro
“Diario di un fruttariano 3M”

https://www.youcanprint.it/…/diario-di-un-fruttariano-3m-97…

CAPITOLO 4

Il ciclo della vita, o ciclo H: sua ascendenza fruttariana

Il fruttarismo non è una trovata di qualche fanatico con la fissazione della frutta o della mela. La vita sul pianeta è nata circa quattro miliardi di anni fa, ed è nata con un’impronta fruttariana, che tale è rimasta in via esclusiva per circa tre miliardi e mezzo di anni, fino a quando cioè, mezzo miliardo di anni fa, a seguito di profonde alterazioni dell’ecosistema terrestre, sono stati introdotti, per ragioni di carattere difensivo e di sopravvivenza, metodi di nutrizione diversi da quello fruttariano. Quest’ultimo è rimasto comunque il modello ideale, perché il più efficiente in assoluto, al quale quindi la natura tende spontaneamente e costantemente, visto che in natura, come si sa, vale il principio della minima energia per cui nulla si crea e nulla si distrugge, e niente si spreca, ma tutto si trasforma. Insomma il fruttarismo è antico quanto il mondo, è nato con la vita. Ma andiamo con ordine.

Semplificando parecchio, possiamo dire che all’inizio, quattro miliardi di anni fa, c’erano due tipi di es-seri viventi: i batteri autotrofi (esseri viventi vegetali), e i batteri eterotrofi (animali), diciamo che c’erano le microalghe da un lato e i microbatteri dall’altro. Le microalghe prendevano acqua (H2O) e anidride carbonica (CO2), e rilasciavano glucosio (C6H12O6) e ossigeno (O2); i microbatteri prendevano l’ossigeno e questa particella di glucosio, e ciò senza compiere alcuno sforzo ma semplicemente prendendo ciò che la natura gli forniva, e a loro volta restituivano elementi di scarto che erano l’acqua e l’anidride carbonica. Dunque c’era una simbiosi totale e perfetta fra vegetali e animali, grazie a questo circolo della vita (o scambio d’energia fra esseri viventi nelle loro relazioni interspecifiche, che possono essere simbiotiche, come erano in origine, oppure predatorie come avvenuto in seguito) che chiamiamo ciclo H, cioè ciclo dell’idrogeno, che è l’elemento di gran lunga predominante nell’universo, e che viene scambiato fra gli esseri viventi, gli uni (i vegetali) prendendolo dal terreno (salita di H) e gli altri prendendolo dal frutto e poi rilasciandolo (discesa di H) sotto forma di sostanze di scarto assorbite dal terreno. Un ciclo chiaramente fruttariano, e che tale è stato per miliardi di anni; come fruttariano è il ciclo che ancora oggi si verifica fra gli alberi da frutto e gli animali fruttivori, nel quale l’albero prende l’acqua piovana, l’anidride carbonica, i nutrienti presenti nel terreno, e rilascia ossigeno e (grazie alla fotosintesi) il glucosio inserito nel frutto, che è appunto un sacchetto di zucchero (glucosio e fruttosio) di cui si nutre l’animale fruttivoro (uomo, primati), senza compiere alcuno sforzo ma semplicemente alzando il braccio e cogliendo il frutto e mangiandolo.9788892690233

Quindi il nostro pianeta ha funzionato col fruttarismo per miliardi di anni, e con la massima efficienza possibile, secondo il principio della minima energia, che è una legge fondamentale in natura. Soltanto 500 mila anni fa si è prodotta una devianza dal ciclo H di origine, quando l’ecosistema per qualche suo sconvolgimento interno è entrato in crisi, cessando di funzionare secondo il modello fruttariano: il sistema cioè ad un certo punto non è stato più in grado di produrre glucosio a sufficienza a sfamare i microbatteri, vuoi perché non c’era una disponibilità sufficiente di microalghe oppure perché queste non emettevano più glucosio. Variazioni ecosistemiche, queste, che costrinsero i microbatteri a fagocitarsi fra di loro o a mangiare direttamente il corpo delle microalghe: in altri termini gli esseri animali furono costretti, per ragioni difensive, di pura sopravvivenza, a ricorrere a sistemi di nutrizione alternativi rispetto a quello fruttariano d’origine, come appunto la fagocitosi o la stessa nutrizione vegetariana ma non fruttariana, che sono sistemi predatori che prima non esistevano.

Fenomeni che ben conosciamo anche oggi (anche a livello cellulare, come nel caso delle cellule cancerogene distrutte dai linfociti), e che sono anzi diventati largamente prevalenti nel corso dell’ultimo mezzo miliardo di anni, in cui si è passati da forme di vita monocellulari fino a giungere a strutture pluricellulari sempre più complesse attraverso tutta una serie di passaggi intermedi: nel corso del quale insomma la natura ha dovuto riassestarsi continuamente, passando, per restare sul versante vegetale, dalla microalga fino alla comparsa, 60 milioni di anni fa, della pianta spermatofita angiosperma dicotiledone a frutto polposo, e cioè della pianta da frutto, che espone il frutto all’esterno. E dunque è solo in questi ultimi 60 milioni di anni che la natura è riuscita a recuperare, nella vita animale di livello superiore, pluricellulare, macroscopico, il suo sistema di nutrizione originario, quello fruttariano, che era stato il suo unico sistema per i primi tre miliardi e mezzo di vita sul pianeta, poi degenerato come si è appena ricordato in modelli al-ternativi di carattere predatorio, a seguito di profondi cambiamenti ecosistemici.

Che la natura abbia recuperato il modello fruttariano per il funzionamento del ciclo della vita non deve stupire, perché essa tende costantemente alla massima efficienza. Come è d’altronde evidente che il ciclo H più efficiente è quello che si verifica col fruttivorismo. Basti pensare al dispendio energetico del carnivoro a caccia della sua preda, che presuppone il dover inseguire, lottare; o al dispendio digestivo dell’erbivoro, o al dispendio lavorativo del radivoro per l’estrazione delle radici ecc.: a confronto ap-punto con l’estrema efficienza del fruttivorismo, che implica solo il gesto di alzare un braccio per cogliere il frutto e mangiarlo, con un’efficienza digestiva (vista anche l’assenza di fitotossine nel frutto) che non ha l’eguale nei cibi diversi dalla frutta.

Se tutte le forme di nutrizione di carattere predatorio sono meno efficienti rispetto a quella fruttariana, è dunque a quest’ultima che, per l’accennata legge del minimo, la natura tende spontaneamente. Da questo punto di vista la specie umana si colloca sul gradino più alto del processo evolutivo, quello cioè più efficiente, grazie proprio al fruttivorismo, che a sua volta trova nella mela la sua massima espressione di efficienza, grazie in particolare al suo alto tenore di fruttosio. Fruttivorismo che, come si diceva sopra, è stato recuperato 60 milioni di anni fa, raggiungendo il suo culmine di perfezione negli ultimi 7 milioni di anni, con la nascita della specie umana. Parliamo di 7 milioni di anni, perché, nonostante l’uomo sia stato costretto, dopo l’ultima grande glaciazione di 1,8 milioni di anni fa, a cibarsi anche e soprattutto di altri cibi, la sua struttura fisiologica è sempre rimasta fedelmente fruttivora, e più speci-ficamente malivora, anche dopo aver abbandonato il regime alimentare melariano.

La nicchia d’origine dell’uomo

Anzi per essere più precisi l’uomo fa la sua comparsa a partire da 9 milioni di anni fa, in corrispondenza del sollevamento tettonico avvenuto in Kenya e dintorni ( Rift Valley), grazie al quale il terreno si è progressivamente alzato nel corso di alcune centinaia di migliaia di anni fino ad un’altitudine media di 800 metri. Con la conseguenza che i primati ominidi che si trovavano su quel territorio si sono progressivamente ritrovati 800 metri più in alto rispetto a prima, dunque in un ambiente profondamente cambiato sia sotto il profilo paesaggistico, caratterizzato non più dalla foresta equatoriale di grandi dimensioni ma da una vegetazione rada e di basse proporzioni, che sotto il profilo nutrizionale, posto che in questo territorio nasce e si diffonde la specie arborea malus communis, che diventa appunto la fonte di cibo di gran lunga più importante per il nostro antico progenitore. Il quale infatti coevolve nel nuovo ambiente in sinergia col melo per milioni di anni, trovandovi la sua nicchia ecosistemica definitiva, dapprima, nel corso di oltre due milioni di anni (cioè fino a 7 milioni di anni fa) assumendo la portatura eretta e l’aspetto di un ominide eretto, per poi portare avanti il suo lungo percorso evolutivo fino a noi in due fasi successive ben distinte sotto il profilo della nutrizione: la prima da 7 fino a 1,8 milioni di anni fa, in coincidenza con l’ultima grande glaciazione, fase nella quale l’uomo vive in sinergia con l’albero del melo, specializzandosi nel consumo di mele, e in cui d’altra parte il melo si specializza nel fornire all’essere umano il nutrimento migliore per lui e per la sua specifica fisiologia; la seconda fase in cui l’uomo è costretto ad uscire dalla sua nicchia d’origine, ormai non più in grado di offrirgli, a quell’altitudine e a quelle minori temperature, il nutrimento (mela) necessario per sopravvivere, andando alla ricerca di nuove fonti di cibo; fase nella quale da un lato l’uomo estende la sua presenza ad ogni angolo del pianeta, e dall’altro è costretto a ripiegare su altri cibi, adattandosi suo malgrado ad essi pur non avendone una specifica predisposizione.

E’ curioso osservare come da parte dei paleoantropologi si tenda in genere a datare la nascita della specie umana intorno a 2 milioni di anni fa, con l’homo habilis, in coincidenza con l’ultima grande glaciazione, che ha costretto l’uomo ad ingegnarsi per poter fronteggiare il drammatico problema di arrangiarsi a trovare cibo in un’ambientazione così profondamente mutata: eccolo così, ad esempio, alle prese con la levigazione della pietra, da cui ricavare un sorta di rudimentale coltello necessario per sopperire alla mancanza degli artigli e dei denti, che egli non ha perché in natura egli non deve mangiare carne, ma si è trovato costretto a farlo a causa dello sconvolgimento climatico. Insomma la nostra specie ha dovuto dar fondo a tutta la sua intelligenza e fantasia per inventarsi una quantità di strumenti per procacciarsi nuovi cibi e adattarsi al nuovo ambiente.

Tutto vero, ma da qui, da questa sottolineatura della capacità inventiva dell’uomo come suo carattere distintivo, fino a datare l’inizio della specie umana con il momento in cui questa sua particolare abilità si è manifestata in modo così evidente, il passo non pare congruo né di buon senso: l’uomo pieno d’inventiva di quasi due milioni di anni fa non è sceso dal cielo all’improvviso, ma ha alle sue spalle un lungo itinerario, che risale almeno a 7 milioni di anni fa, dando vita ad un processo evolutivo in cui per milioni di anni (e cioè fino a 1,8 milioni di anni fa) egli ha vissuto in perfetta sinergia con l’albero del melo, e dunque ben prima che fosse costretto ad ingegnarsi per fronteggiare quel drammatico problema. La soluzione del quale, per quanto importante, per quanto abbia contribuito a contrassegnare la stirpe umana in una delle sue caratteristiche più evidenti, ma non la sola, non può dunque costituire l’atto di nascita dell’uomo. D’altra parte ci sono voluti milioni di anni perché le dimensioni del cervello dell’uomo diventassero quelle di due milioni di anni fa, ben superiori a quelle dei suoi antichi progenitori antropomorfi, di cui poi egli si è servito per sopravvivere alla catastrofe climatica e ambientale.

Insomma l’uomo è nato ben prima di 2 milioni di anni fa, come del resto dimostrano i fossili di Orrorin Tugenensis ritrovati in Kenia nel 2000, che datano intorno a 6,2 milioni di anni fa, e mostrano importanti indizi di una struttura ominide con andatura bipede, sebbene non ancora del tutto perfetta, e molari piccoli e smalto spesso come i nostri. E anzi in questi ultimi due milioni di anni c’è stata una perfetta continuità col passato (ben più remoto), posto che la fisiologia e la biochimica dell’uomo non sono minimamente mutate rispetto a prima, e questo, come si è visto, nonostante le profonde deviazioni dal suo cibo specifico: fisiologia che infatti è rimasta appunto fedelmente fruttivora e anzi più specificamente malivora. Vero è, piuttosto, che l’uomo ha dovuto pagare un prezzo salato, in termini di con-dizioni di salute e non solo, a quei terribili adattamenti, ma non per questo l’uomo è diventato carnivoro o erbivoro o altro, né tanto meno onnivoro, eventualità, quest’ultima, che costituisce una contraddizione in termini, se ci si riflette un momento.
L’uomo non può essere un animale onnivoro

Ci hanno sempre raccontato, in famiglia, a scuola, il nostro medico, la tv ecc. che noi siamo animali onnivori: questo non solo non corrisponde al vero, viste le innumerevoli prove a favore della natura fruttivora dell’uomo, ma è addirittura impossibile, sul piano logico prima che scientifico: e questo vale per l’uomo come per qualsiasi altro (rarissimo) animale considerato onnivoro, che non esiste in natura, perché il concetto di onnivorismo è assurdo, una contraddizione in termini, visto che in natura esiste solo e necessariamente il monotrofismo.

Prendiamo la vacca, coi suoi 4 stomaci, fatti per predigerire e digerire più volte la cellulosa dell’erba (da cui estrarre il glucosio), che è difficilissima da digerire, specie se paragonata alla semplicità e all’efficienza digestiva della frutta (e ancor più accentuata nel caso della mela, per via della speciale efficienza del fruttosio rispetto al glucosio). E infatti l’uomo non ha 4 stomaci, gliene basta uno, anche perché la frutta matura è già stata predigerita dal calore del sole.

Prendiamo ora la gallina, che ha tre stomaci, l’ingluvie (o gozzo) il proventriglio e il ventriglio, necessari per digerire il seme (del cereale ad esempio), solo per mezzo dei quali infatti il seme può essere assimilato dopo aver subito una serie speciale di trattamenti enzimatici (enzimi che noi non abbiamo) che lo ammorbidiscono, fino a giungere infine al ventriglio in cui infine viene macinato dalle contrazioni dello stomaco grazie anche all’aiuto di piccoli sassolini introdotti dall’animale stesso. Non per nulla noi non possiamo digerire il grano, e non solo perché rischiamo di spaccarci un dente, ma perché non abbiamo un apparato digestivo adatto, che infatti è specifico per gli animali granivori. Noi infatti per poter mangiare il grano abbiamo dovuto inventarci la macina, il fuoco per la cottura del cereale, strumenti insomma che ci hanno consentito di fare cose che in natura la nostra anatomia non ci consente di fare: allo stesso modo, ad esempio, in cui, pur non avendo artigli e denti per cacciare come gli animali carnivori, ne diventiamo capaci costruendoci la lancia e il coltello.

Ma attenzione però, perché se è vero che si può ingannare l’anatomia e la morfologia, resta comunque il fatto che la fisiologia non possiamo mutarla: noi non abbiamo gli enzimi per digerire il grano, la carne, i latticini, la cellulosa dei vegetali. E’ vero che abbiamo grandi capacità di adattamento, come tutti gli animali in natura, ma noi in particolare, perché siamo esseri davvero straordinari, ma è altrettanto vero che mangiando cibi diversi da quello per cui siamo predisposti, anatomicamente, morfologicamente, fisiologicamente e biochimicamente, andiamo poi incontro a problemi che in natura non avremmo avuto, senza contare che veniamo a perdere tutti i benefici che derivano dal nutrirci col cibo specifico per noi.

E questo vale per noi come per ogni altro animale in natura, che è fatto per mangiare un solo tipo di cibo, ciascun animale senza eccezione è cioè monotrofico. Il che significa semplicemente che in un ambiente naturale non sconvolto, dove vi sia ampia disponibilità del suo cibo specifico, l’animale mangia solo quello: la mucca l’erba, le 4 scimmie antropomorfe (orango, gorilla, gibbone e scimpanzé) solo la frutta, i carnivori solo la carne, il koala le foglie di eucalipto, la giraffa l’acacia e così via. Se un ani-male mangia qualsiasi altro cibo, è perché non trova disponibilità del suo cibo specifico (come ad esempio in Etiopia, dove le scimmie vivono nella savana dove non ci sono alberi da frutta), oppure perché vive in un ambiente alterato, in cui è costretto a mangiare cibi che non gli si addicono e che possono addirittura diventare una droga di cui non può fare a meno, allo stesso modo dell’uomo che mangia la pasta e la bistecca, di cui diventa dipendente, e rifiuta la mela.

Ma un conto è il comportamento alimentare dell’animale (in un contesto non ideale), e un altro la sua intima struttura nutrizionale: l’uomo sarà pure onnariano nel suo comportamento alimentare, di cui peraltro si trova a pagare le conseguenze, ma non per questo la sua struttura fisiologica ecc. diventa onnivora. E ciò vale anche per gli altri animali considerati onnivori, che si suppongono strutturati per mangiare qualsiasi tipo di cibo, peraltro pochissimi in natura e tipicamente il maiale e l’orso, che sono invece l’uno un particolare tipo di erbivoro radivoro, specializzato nel consumo di radici, e l’altro è un tipico carnivoro, ciascuno dotato di specifici strumenti anatomici, morfologici e fisiologici, che non hanno nulla di onnivoro. E ciò per la semplice ragione che non esistono animali onnivori, capaci di inglobare dentro un’unica struttura più apparati nutrizionali diversi, ciascuno specializzato, anche sotto il profilo enzimatico, per un determinato tipo di cibo.

Non esiste al mondo l’animale che dispone di più apparati digestivi diversi, da utilizzare alternativamente alla bisogna secondo quel che di volta in volta egli mangia: che ha i quattro stomaci della vacca cui ricorre quando mangia l’erba, e poi ha l’ingluvie il proventriglio e il ventriglio della gallina per quando mangia il grano, e che poi ha lo stomaco adatto alla carne e pure quello adatto alla frutta e via dicendo, e che pure dispone dei sofisticati profili enzimatici tipici di ciascuno di questi apparati. Questo è semplicemente impossibile: o si ha l’uno o si ha l’altro, questo è pacifico. Nel caso dell’uomo, addirittura, con il suo comportamento alimentare onnariano, in cui egli mescola tutto assieme nella cottura, tutto diventa talmente complicato che egli dovrebbe avere un apparato digerente in cui ciascuno degli specifici sistemi digestivi dovrebbe funzionare all’unisono con gli altri: una cosa chiaramente abnorme e assurda, resa ancor più difficile dalla presenza del cibo cotto che ha le sue ulteriori specifiche esigenze digestive. E questo non è ancora tutto.

Infatti per poter mettere alla prova una simile straordinaria poliedricità digestiva, questo ipotizzato uomo onnivoro dovrebbe prima però dimostrarsi capace di predare (dunque uccidere e poi nutrirsene) la vittima, che si tratti, poniamo, di un animale a 4 zampe, laddove lui ha solo due gambe, oppure di radici sotterranee, che lui non può vedere o che in ogni caso faticherebbe enormemente ad estrarre con le sue sole mani. Naturalmente parliamo dell’uomo di svariati milioni di anni fa, quando non disponeva del fuoco (la cui scoperta risale a non prima di 1 milione di anni fa) né di armi o altri strumenti in qual-che modo sostitutivi di artigli e denti adatti ad azzannare la vittima e a divorarla, lacerandone la pelle e la carne cruda, ma solo delle sue deboli mani. In altri termini ogni cibo richiede la sua precisa e specifica anatomia (denti, artigli, lunghezza dell’intestino ecc.), morfologia (2 gambe anziché 4 zampe, posizione della testa e della bocca rispetto al cibo, tipo di focalizzazione del nostro sistema visivo ecc.), fisiologia (sistema enzimatico, digestivo ecc.), senza le quali l’animale non potrà nutrirsene: dunque per potersi appropriare di cibi di tipologie distinte, l’animale dovrebbe disporre contemporaneamente di più strutture diverse inglobate in un solo corpo, il che è chiaramente impossibile, infatti o hai una struttura o hai l’altra.

Detto altrimenti, il concetto è quello per cui non esiste in natura la macchina biologica capace di funzionare con più carburanti diversi, o è programmata per l’uno oppure per l’altro, non certo per ogni carburante possibile. Un concetto semplice, con implicazioni molto precise. Per cui diventa del tutto chiaro che il nostro corpo non può avere una struttura onnivora, capace di funzionare indifferentemente con qualsiasi tipo di cibo, la quale infatti non esiste né può esistere in natura. Così è per l’uomo come per ogni altro animale, il quale può soltanto disporre di una ben determinata struttura monotrofica.

E questo vale anche per il maiale e l’orso, considerati, a torto, animali onnivori perché notoriamente mangiano di tutto. Ma adattarsi in mancanza di meglio (orso) o perché siamo noi ad alimentarlo così (maiale), non è una prova di onnivorismo, che è altra cosa dal comportamento onnariano. Il maiale, come il cinghiale, è infatti un radivoro, consuma radici, per le quali basta un solo stomaco e per le quali dispone di un’anatomia e morfologia specializzata. Infatti ha una dentatura brachiodonte, adatta a disgregare la struttura coriacea delle radici; ha i canini pronunciati, che gli servono per l’estrazione delle radici. Ha una morfologia per cui ha il muso all’altezza del terreno, dove appunto sta il cibo. L’orso è un carnivoro, con artigli lunghissimi, denti carnassiali, intestino corto, anche se non cortissimo come il leone. Certo l’orso mangia di tutto, come il maiale, come l’uomo, come la scimmia antropomorfa: abbiamo cioè un comportamento onnariano, che infatti confligge con la nostra vera struttura che non può mai, per definizione, essere onnivora, visto che l’onnivorismo non può esistere dal punto di vista logico, prima ancora che in natura.

Prove a favore della natura fruttivora e anzi malivora dell’uomo

Venendo all’uomo, per capire quale sia la sua struttura bisogna anzitutto usare un po’ di buon senso, e chiedersi: che cosa poteva mangiare l’uomo 7 milioni di anni fa, quando per procacciarsi il cibo disponeva soltanto delle sue mani e del suo nudo corpo? Non certo la carne, perché non era attrezzato anatomicamente, non avendo ad esempio artigli né denti adatti, né lo era strumentalmente visto che non disponeva di armi di nessun tipo. Non certo i semi (cereali ecc.), perché come si è già detto egli non ne aveva la struttura e perché non conosceva la cottura.

Si consideri che la coltura dei cereali e la loro introduzione nella dieta risale a solo 10.000 anni fa, dunque non è stato semplice per l’uomo imbandire cereali a tavola, ciò che presuppone non solo la cottura ma anche la coltivazione degli stessi, la quale a sua volta ha cambiato la storia dell’uomo rendendo possibile la civiltà odierna; figuriamoci 7 milioni di anni fa, quando i cereali non potevano certo far parte della cultura dei nostri primitivi antenati.

Non diversamente d’altronde dall’erba e dalle foglie in genere, perché egli non ha gli enzimi, la cellulasi e la cellobiasi, necessari per sintetizzare il glucosio a partire dalla cellulosa. E neppure le radici e i tuberi, che stanno sotto terra, non si vedono, sono difficilissime da sradicare, e l’uomo non è anatomicamente attrezzato alla bisogna.

Non gli restava dunque, per esclusione, che la frutta, le mele in particolare, che egli poteva raccogliere stando in piedi, o arrampicandosi su piccoli alberi alla sua portata, allungando le sue mani prensili, e infine mangiando il frutto a morsi, con la sua buccia. Insomma l’uomo delle origini non poteva che avere una struttura fruttivora, questo ci dice il semplice buon senso: avesse avuto una struttura diversa, non avrebbe avuto bisogno, nel corso della sua storia evolutiva, di inventarsi gli strumenti di procacciamento del cibo che conosciamo. Un’impronta, quella fruttivora, che è d’altronde rimasta intatta fino a noi, come dimostra l’osservazione dell’anatomia, della morfologia, oltre che della fisiologia dell’uomo, comparativamente con quelle delle altre specie animali, a partire dagli studi fondamentali di Georges Cuvier, biologo della prima metà dell’’800, fino alle acquisizioni più recenti in campo scientifico.

La prova dell’anatomia comparata

L’anatomia comparata, anzitutto. Il carnivoro, il leone ad esempio, ha un intestino corto, circa tre volte la lunghezza del tronco, che gli consente di liberarsi velocemente dalla carne, che è tossica anche per lui, perché va rapidissimamente in putrefazione. L’erbivoro ha un intestino lungo 20 volte la lunghezza del tronco, perché la sintetizzazione del glucosio a partire dalla cellulosa passa attraverso un faticoso lungo e dispendioso lavoro di estrazione che avviene lungo tutta la lunghezza del tratto intestinale. Gli animali fruttivori invece, come appunto l’uomo, hanno una lunghezza intestinale intermedia, di 13 volte circa il tronco.

Importante è anche la comparazione dentale. I carnivori, oltre ad avere una mandibola fissa, che con-ferisce loro una potenza incomparabilmente più forte della nostra, hanno i molari secodonti, cioè a forma di sega, per poter tranciare ogni struttura della preda, dai muscoli alle ossa. Quelli degli erbivori sono invece selenodonti, cioè a forma di semiluna, adatti a disgregare la cellulosa. I molari dei fruttivori sono invece bunodonti, cioè con la corona a forma di collinetta, questo vale per noi come, ad esempio, per il gorilla o lo scimpanzé, anche se questi ultimi hanno dei canini molto più grandi dei nostri.

A proposito dei quali canini, occorre anzitutto sfatare l’idea che questi siano in qualche modo collegabili al consumo di carne, visto che di essi dispongono i fruttivori e pure gli erbivori. Infatti i canini servono anzitutto a strappare il cibo. Nel caso dell’uomo, anzi, i canini servono esclusivamente proprio per mangiare la mela: infatti mano a mano che il canino penetra nella struttura dura della mela aumenta lo spessore della spaccatura che favorisce il distacco del boccone; mangiando qualsiasi altro frutto diverso dalla mela senza i canini, noi non avremmo alcun problema, che invece abbiamo mangiando proprio la mela, perché infatti è grazie al maggior spessore dei canini che il boccone si stacca più facilmente. E più in generale i canini hanno una loro funzione precisa, di strappo, nella dinamica del morso: che si tratti di strappare della carne, o radici, oppure un pezzo di mela, sempre a quello servono. E per noi in particolare i canini hanno senso solo con la mela, a proposito della quale la compatibilità fra il nostro morso e la sua struttura rigida è totale.

Quindi da quanto si è detto finora risulta evidente che l’essere umano è adatto alla frutta e solo alla frutta, ma la frutta è un genere molto vario e dunque occorre chiedersi a quali o quale specie di frutta è in particolare adatto, visto che in natura ne esistono circa 250.000. Delle quali una lunga serie di esse è tossica per noi, qualcuna persino mortale, come ad esempio la belladonna. Ora di tutta la frutta esistente in natura, l’uomo è predisposto solo per quella che ha alcune caratteristiche specifiche tanto nella buccia quanto nella forma.

La buccia fa parte integrante del frutto, non è un contenitore inutile: per il principio della minima energia, l’albero non sprecherebbe mai energia per fare qualcosa di inutile per l’animale che si nutre del suo dono. Dunque la buccia deve essere edibile per l’animale che si ciba del relativo frutto, e d’altra parte in natura non esistono animali che sbucciano la frutta: l’animale si nutre del suo frutto specifico con tutta la buccia. Perfino i frutti ricoperti di spine sono mangiati interi dagli animali senza essere affatto sbucciati.
E perché, allora, si dirà, le scimmie sbucciano la banana? La banana come noi la conosciamo è un frutto privo di semi creato dall’uomo, laddove in natura la banana, più piccola della nostra, è stracolma di semi, e dunque non adatta alle scimmie, ma è piuttosto un frutto specifico per certi pappagalli tropica-li, che se la mangiano intera, con la buccia e con i semi, che espellono poi interi con la defecazione. Siamo noi che abbiamo dato la banana alle scimmie, senza questa complessa operazione in natura la banana non sarebbe un frutto appetibile per le scimmie: senza contare che l’albero di banano è una pianta di dimensioni modeste, che le scimmie distruggerebbero salendovi sopra.

Parlando di pappagalli, ci sono tantissimi frutti che sono specifici per gli uccelli, perfino frutti che sono entrati nella nostra alimentazione ma che in realtà non sono specifici per noi ma appunto per gli uccelli. Come la pera, che contiene sostanze tossiche per noi, come l’acetaldeide, ma non per gli uccelli. Anche il fico, la pesca, le ciliegie ecc. sono cibi per uccelli.

La prova della morfologia funzionale

Poi, dicevamo, c’è la forma del frutto, che dev’essere compatibile con quella della mano, che è lo strumento con cui l’uomo afferra il frutto e lo porta alla bocca. E’ chiaro che la morfologia dell’animale non può essere casuale, ma è strettamente legata al cibo che deve reperire: la giraffa ha il collo lungo per poter raggiungere le foglie dell’acacia che stanno molto in alto, il formichiere ha la bocca a forma di proboscide per potersi inserire nella tana delle formiche. Lo stesso vale per l’uomo, che ha la forma fatta apposta per il cibo che deve mangiare. Ora ci sono tre frutti che hanno una perfetta compatibilità con l’essere umano sia nella buccia che nella forma, che sono la mela, la pesca, il cachi; il problema è che la pesca e il cachi non sono compatibili con il morso bunodonte umano, a causa della struttura semirigida di questi frutti.

E infatti quando noi mordiamo una pesca matura, la sua polpa cede sbrodolandoci. Questo è un serio problema, perché in natura non si spreca nulla: una pianta non farebbe mai un frutto specificamente per un animale per avere come risultato una dispersione di importanti elementi nutritivi che l’albero ha faticato a produrre. Quindi la pesca, come il cachi non può essere un frutto adatto all’uomo. Oltretutto il succo della pesca non ha neppure una compatibilità biochimica con la nostra epidermide, che infatti rimane appiccicaticcia e ci obbliga a lavarci, quando in natura l’acqua potrebbe non essere lì a portata di mano. Insomma ci sarebbe inefficienza, nel caso della pesca, che non si addice alla natura umana. Inefficienza che non esiste nel caso della mela, con la sua struttura rigida, grazie alla quale i liquidi confluiscono direttamente nella bocca, senza dispersione, e comunque il suo succo non appiccica, ma si assorbe facilmente e addirittura nutre la pelle.

L’avocado è compatibile con la forma della mano, ma non ha la buccia edibile. E’ un frutto certamente importante in fase di transizione verso il melarismo, perché contiene quantità importanti di proteine e di grassi (quasi totalmente monoinsaturi e polinsaturi) che non si trovano in altra frutta, e di cui abbiamo bisogno finché non siamo completamente disintossicati. In natura avremmo tutta una serie di sistemi di allerta che ci segnalano se stiamo mangiando il cibo giusto o sbagliato, sistemi che risultano completamente stravolti dalle nostre malsane abitudini alimentari; anzi un cibo che sarebbe inadatto per noi in natura, può risultare, come l’avocado, di fatto consigliabile nella predetta fase di transizione.

Nel corso della quale, peraltro, si assiste ad un riassestamento di tali meccanismi di allerta. Così ad esempio in fase di fruttarismo F2 di livello sufficientemente avanzato, può succedere che un frutto dolce diverso dalla mela mangiato, poniamo, nel corso della mattinata, venga avvertito come inadatto bloccando ad esempio lo stomaco. E ciò non avviene, si badi, per qualche nostra carenza enzimatica, tant’è che, mangiato a cena nella frutta dolce, quello stesso cibo non produce alcun problema digestivo, segno che non si tratta di una mancanza di enzimi, ma piuttosto di un vero e proprio ripristino di un sano meccanismo di allerta grazie al perfezionamento alimentare acquisito.

Dopo l’anatomia comparata, insomma, c’è pure la morfologia funzionale a provare la natura fruttariana, e in particolare melariana, dell’uomo, e cioè, come si è visto, la forma della mano, e poi ancora la postura eretta, quella adatta cioè a mangiare qualcosa che non sta per terra ma più in alto e quindi la frutta. Senza dimenticare la comparazione del nostro sistema visivo: i carnivori hanno una focalizzazione dinamica, adatta a riconoscere il movimento piuttosto che il colore, il movimento della preda in fuga, laddove noi abbiamo una focalizzazione statica, per cui vediamo con difficoltà ciò che si muove velocemente mentre riconosciamo immediatamente il colore, specie quello rosso della mela in mezzo al verde delle foglie.

La prova della fisiologia comparata

Infine c’è la fisiologia comparata, ovvero la biochimica, a partire dagli enzimi. Così ad esempio, come noto noi non abbiamo né l’uricasi né la cellulasi. L’uricasi è un enzima che possiedono tutti gli animali – ad eccezione delle quattro scimmie antropomorfe (orango, gorilla, gibbone e scimpanzé) e dell’uomo – per la buona ragione che i cibi di cui si nutrono, che si tratti di carne o di piante o di semi, hanno un’alta concentrazione di acidi nucleici, che producono grandi quantità di acido urico, il quale grazie all’enzima uricasi viene convertito in allantoina, che è solubile in acqua e quindi facilmente eliminabile attraverso le urine. Senza l’uricasi invece l’acido urico rimane tale, cristallizzandosi, dunque non è solubile né facilmente eliminabile, provocando tra le altre cose la gotta, l’artrite, i calcoli ecc. Tutti gli esseri viventi sono pieni di acidi nucleici, gli animali in particolare, ma anche le piante, perché sono tutti fatti di cellule, con relativo DNA che è appunto un acido nucleico. Solo la frutta è poverissima di aci-do nucleico, perché il frutto è praticamente l’ingrossamento di una sola cellula che è l’ovario. Dunque l’animale fruttivoro non ha bisogno dell’uricasi, perché mangiando frutta non produce quantità allarmanti di acido urico.

Come d’altra parte noi non abbiamo la cellulasi o la cellobiasi, enzimi che servono a estrarre il glucosio attraverso la metabolizzazione della cellulosa dell’erba e delle piante, che infatti non sono cibo per noi, laddove nella frutta il glucosio e il fruttosio sono immediatamente disponibili. In definitiva quindi noi non abbiamo gli strumenti né per mangiare la carne né per mangiare i vegetali, e dunque non ci rimane che la frutta.

A tutto questo si deve poi ovviamente aggiungere la nostra ben nota strutturale inadeguatezza enzimatica nei processi di digestione di cibi come i cereali, il latte e i suoi derivati. I cereali, anche dopo la molitura, rimangono indigeribili, in quanto l’amido è costituito da una struttura semicristallina, composta da catene di amilosio e di amilopectina, a loro volta contenute in una sorta di capsula di cellulosa, la quale è assolutamente indigeribile per l’uomo, che infatti non dispone del gozzo come gli uccelli, e questo nonostante la masticazione, che non riesce comunque a scindere questa struttura semicristallina. La quale si indebolisce e si degrada solo attraverso la cottura del cereale, diventando solo a questo punto penetrabile da parte del nostro sistema digestivo, il quale peraltro è in grado di scinderla solo parzialmente, visto che la nostra scarsa amilasi riesce a digerire l’amilosio ma solo in minima parte l’amilopectina, che è ramificata e molto tosta. Per cui in definitiva l’amido resta in buona parte indigerito nonostante la cottura, fermentando all’interno dell’organismo e creando problemi.

Problemi che come si sa non finiscono con gli zuccheri dei cereali (amido), ma che si complicano pure sul versante delle relative proteine, in particolare del glutine: proteine che la cottura coagula in una sostanza colloidale insolubile che altera la permeabilità e l’assimilabilità della mucosa intestinale (atrofizzazione dei villi intestinali), in modo simile peraltro a quanto avviene con la caseina, che è la proteina del latte di mucca e dei formaggi, una volta che questa sia stata pastorizzata.

La quale caseina è a sua volta indigeribile visto che l’uomo non dispone dell’enzima chimosina (o rennina) in quantità minimamente sufficiente a scinderla: d’altra parte il latte materno umano contiene solo tracce di caseina, che riesce a digerire con la scarsa rennina disponibile ma solo in periodo neonatale. In modo analogo peraltro a quanto succede col lattosio, lo zucchero del latte, che viene scisso dalla lattasi, un enzima di cui l’uomo perde la quasi totale disponibilità dopo la lattazione.

Se si tiene conto di tutto questo, il quadro si fa a questo punto ancora più completo sotto l’aspetto fisiologico e biochimico, quello cioè di un essere vivente, l’uomo appunto, che sembra fatto apposta ed esclusivamente per la frutta, e in particolare (anche per le ulteriori ragioni di cui diremo in seguito) per la mela.

La prova personale

Il quadro delle prove a favore della natura fruttivora dell’uomo, come si è visto da quanto sopra, pare dunque molto ben suffragato a livello scientifico. Non so fino a che punto si possano assumere come definitive le ipotesi qui formulate a sostegno della natura fruttivora dell’uomo, o se siano necessarie ulteriori conferme. Quel che ciascuno di noi può tuttavia fare fin d’ora, è testare il modello 3m su sé stesso: se funziona, questa è certamente una prova migliore di qualunque altra al mondo.

Io personalmente questo test l’ho fatto, durante questo primo anno di transizione, e i risultati sono stati pienamente soddisfacenti, né ho motivo di ritenere che questi non possano essere confermati anche nel prosieguo del mio percorso. Pertanto posso dire che con me ha senz’altro funzionato, come d’altra parte a sua volta confermato dalle centinaia e migliaia di persone che intraprendono questo cammino, ivi compresi quelli del nostro gruppo di amici igienisti che hanno compiuto qualche passo significativo in questa direzione. Non saranno ancora prove definitive valide erga omnes, ma certamente costituiscono una ragione più che sufficiente per meritare un approccio sperimentale avveduto e senza timor panico alla disciplina 3m, non prima ovviamente di essersi documentati su ogni dettaglio della stessa tanto più che essa è liberamente consultabile su internet da parte di chiunque.