Unire senza confondere, per risalire al Divino

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Che cosa davvero intendiamo quando, storicamente, a un certo punto diciamo che “tutto è Uno”? É una frase così semplice e banale all’apparenza da poter dare adito a fraintendimenti e paradossalmente da causare possibili e scongiurabili relativismi, nonché pure illazioni sconsiderate e a seguire azioni praticamente ignobili. Ho voluto incominciare veramente in questo modo (pare proprio dall’animosa fine de) la mia riflessione intorno alla concezione di Unità non a caso, ma in forza di un’ esigenza di senso che è ben trovata e immediatamente riscontrabile in Plotino, ma di meno (e sempre meno) nel corso dei sistemi di pensiero delle filosofie a lui susseguenti e ancora meno a mio parere nelle cosiddette modernità e post-modernità. Se io dico “tutto è Uno” posso, in sostanza, generare nella persona acculturata, o quanto meno innocente e realmente noetica, una grande meraviglia e una grandissima speranza oltre che reminiscenza, oppure una reazione di simpatica conferma, ma di contro, gestalticamente rischio di gettare una perla o persino di sparare un proiettile a chi si ritrova obnubilato, sperduto, senza più un nord, un sud, un est, imploso e adagiato (ma in maniera passiva) ad esempio in questa horderliniana notte del mondo che attanaglia l’odierna Gaia madre. Posso quindi lanciare addirittura un’ancora di salvezza, o pure involontariamente una giustificazione al maligno, e ciò in questo caso non dipende solo dalla deliberata disposizione del ricevente, ma soprattutto dalla fermezza e dalla virtus di chi avrebbe da educare, informare e più in generale dal processo educativo nella sua totalità. Se diciamo “tutto è Uno” e abbiamo la presunzione di comprendere quello che abbiamo appena pronunciato, allora evidentemente siamo lontanissimo dalla questione, ché nell’autocoscienza invero noi naufraghiamo dall’originario direttamente in una densità di colpevolezza e di spreco, nell’illusione diabolica che ci deve servire per risalire a noi stessi, per ricordarci. Già dirlo, sostenerlo, “tutto è Uno”, è paradossale: non si può allora capire. Questa proposizione semplice è un passaggio, potremmo dire un ethos, da vivere, esattamente come una bella mattinata al parco, o una orrenda in un ufficio, oppure come lavarsi la faccia la mattina, o mordere una mela, o addentare un panino. Con Anselmo d’Aosta, dire che tutto è Uno è come dire “ciò di cui non possiamo pensare il maggiore”: non possiamo pensarlo, l’Uno, o il maggiore, ma ci intendiamo, quindi deve esistere necessariamente, ma questo non significa possederlo come fosse un soprammobile o poterselo confezionare, Esso arriva invece come piuma sui palmi aperti dei giocosi spiriti pneumatici, non è una media statistica né tanto meno il frutto del calcolo più preciso, completo mai possibile.

Sorgente è il mondo al Gioco divino, non al Suo calcolare

L’illusione dimensionale è propedeutica all’avanzamento delle anime;

il rischio solipsistico e relativistico e la decadenza inquietante nella babilonia, la grande meretrice

Cos’è più etico, ma anche più vantaggioso, sopravvivere nella costante paura e quindi nell’autodifesa da un prossimo che “consideriamo” ignoto oppure, magari ogni tanto, distendere, allentare, umanizzare la presa, lasciare aperte delle porte e dei canali di flusso ai prossimi confratelli cittadini? Cos’è più rischioso, una sicura sopravvivenza divisoria o una vacillante vitalità simpatica? Un blindato apparta-mento o un ecovillaggio co-munitario? Una mente satura di complessi paurosi (in vista di che?) Oppure un andazzo mentale generalmente prudente ma scambievole? Vogliamo riempire di paura (horror vacui) i buchi che ci siamo conquistati nel tempo competendo, perché non c’è rimasto altro che quella, oppure incominciare a considerarli come opportunità? Devo per esempio necessariamente preoccuparmi di lasciare un vecchio portatile nel bagagliaio di un’auto che posso chiudere a chiave e quindi invisibile dall’esterno, devo per forza occupare il mio apparato cerebrale con ogni eventuale piccola possibilità che potrebbe avere una probabilità pari a quella che domani alle 10 di mattina passeggiando mi cada una mattonella sullo stesso, oppure posso essere più intelligente? Essere intelligenti significa essere complessati o significa essere semplici? Stare in silenzio significa essere analfabeti o l’analfabeta è chi sproloquia in continuazione precludendosi status meditativi normali et contemplativi? La lentezza è una virtù, se guardiamo bene.

Necessariamente tutto ciò che non riusciamo a controllare e a comprendere deve essere sbagliato e quindi pericoloso in quanto ignoto alla nostra ristretta oscillazione vibratoria? Devo abbassarmi al nozionismo dimostrativo o posso pacificamente evitare lo stress del trucco? Cosa è umano e cosa è fantoccio, “automico”, “burattinico”, la sua capacità predatoria e produttiva, come anche la sua programmazione e i suoi aggiornamenti, oppure la gestione e la manifestazione liberamente e spontaneamente essenzialistica? Cos’è degno di nota e di reminiscenza? Un Id o un vestito? “Are we human or are we dancers?” È più con-veniente la furbizia calcolante o la noesi? E ognuna delle due, dove ci conduce? A cosa riduciamo la nostra esistenza quando l’altro da noi è un ignoto imprevedibile? Cosa creiamo se non un capitalismo iper-divisorio se a livello basale nel quotidiano abbiamo una visione diabolica anziché unificante?

Quante calorie brucia un organismo predante e/o un organismo-preda? Quanto calore invece scaturisce da una creatura amorevole e simbiotica? Che ne sappiamo del 99,9% dell’inindagabile scientificamente? E perché ci appoggiamo, o meglio ci fossilizziamo con volontà di potenza e morbosamente e religiosamente su quello 0,1% che riusciamo, o crediamo, di poter avere come fondo disposizionale (bestand)? Non siamo forse perduti nell’attaccamento materialistico? Si o no alla maggioranza delle violenze del supermercato del mondo globalizzato?

Cosa fa di noi ciò che siamo? Siamo ciò che facciamo o dovremmo fare ciò che siamo?

È più buona e bella l’aria pulita o un’opera inchiostrata? L’albero o un bonsai?

Perché abbiamo finito per dover necessariamente controllare tecnicamente anziché vivere… e basta? Lo abbiamo voluto?

E se lo abbiamo voluto, cosa ci nobiliterebbe se non un coscienzioso ritorno, passando attraverso l’obliamento, la valle dell’ombra, a condizioni di innocenza per com’è già da sempre stato al di là?

Cos’è questo al di là? È davvero di là? Dobbiamo veramente spostarci? O è quella dimensione sacrale che invece abitiamo una tantum, con Helmuth Plessner nel riso e nel pianto, per esempio?

La chiamata dove mi porta? Cosa conviene praticamente, un benestare fittizio o la sofferenza sublimante?

E cos’è la sofferenza se non il suo opposto in itinere? É reale, o no?

Non restare a piangere sulla mia tomba.
Non sono lì, non dormo.
Sono mille venti che soffiano.
Sono la scintilla diamante sulla neve.
Sono la luce del sole sul grano maturo.

Sono la pioggerellina d’autunno
quando ti svegli nella quiete del mattino.
Sono le stelle che brillano la notte.
Non restare a piangere sulla mia tomba.
Non sono lì, non dormo.”

Canto Navajo

La società occidentale s’è costituita sull’opposizione, sul dispregio e sulla paranoica paura (non si vive nella paura) dell’ignota (apparentemente) alterità, e in maniera monodimensionale ha (creduto di aver) demolito, depredato, annullato questa dappertutto, impedito l’espressione poliedrica e libera dei popoli, o meglio esprimendosi così, essa stessa in una oppressione, auto-soffocamento continuo, dissonante dalla musica dell’uni-verso, giustificandosi in seguito a questa dissonanza con scusanti assurde e sempre più pazzesche propriamente, ad esempio coi miti razzisti ancora insistenti pure nella seconda metà del 900, antropocentristi, sessisti, familisti (qualsiasi amore elitario o riservato esclusivamente a pochi con discapito e violenza per coloro stiano al di fuori di una certa sfera è un amore criminale) ma pure e soprattutto specisti, visto che nei fatti attualmente il nostro sfruttamento degli altri esseri viventi, sia eterotrofi che autotrofi tramite la cosiddetta zootecnia e la cosiddetta agricoltura ha raggiunto tassi vergognosi, inaccettabili e nemmeno lontanamente concepibili o immaginabili dal senso comune, qualora ne esista ancora uno… Ma la verità è che nulla viene creato e nulla viene distrutto ma tutto passa, trapassa, si trasforma, e dei cammini rimarranno sempre solo orme sulla sabbia7, perché la vera legge è quella dell’Uno, immutabile e originale, e su di questa anche le nostre leggi si son sviluppate, anche se, diremmo hegelianamente, in negativo. La storia umana di cui abbiamo fonti simboliche è misera in confronto a quella universale eppure noi la esaltiamo come l’unica porzione (4 mila anni) di riferimento. Ma in realtà anche solo lo stesso genere umano conta 60 milioni di storia non documentata (supponiamo che non se ne sentisse probabilmente l’esigenza tecnica a livello biologico), dunque la cosiddetta “civiltà”, in proporzione con 24 ore di una giornata, risale a pochi secondi or sono. È certo chiaro che una bomba ci mette anche un istante a esplodere, ma forse che l’esplosione sia l’evento più importante? O è semmai solo quello più chiassoso? Ovviamente salta all’occhio e ai sensi con preponderanza, rispetto anche a un estasiante e mistico otium epicureo di bonobo1 o di orrorin tugenensis2, ma questo vale per qualsiasi tipologia di oscenità (reale) e di pericolosità soprattutto. Cosa ci segna di più? Un trauma, le lacerazioni da un effetto domino, karmico, sempre maggiore, o una carezza? E cosa invece ci insegna maggiormente? Non ci vergogniamo di un wc, di un posacenere, e dovremmo di espletare magari dei bisogni primari vicino a un albero (nutrendolo nel migliore dei modi, se siamo in salute, fra l’altro)? Rischiamo perfino la galera per essere normali (vedi la sorte toccata a H.D. Thoreau: “lo Stato non esiterà a chiudere in galera tutti gli uomini giusti piuttosto che rinunciare alla guerra e alla schiavitù”) alle volte e invece otteniamo con facilità posti di management per essere stati spietati disumani dal sangue freddo al servizio di chi e infine di cosa se non de la “somma” mano invisibile di smithiana memoria, al vertice dell’evidentissima gerarchia piramidale di questo ordinamento mondiale di capovolgimenti da quello previsto divinamente sive naturalmente, di questa matrioska di gabbie, grattacielo horkeimeriano, e purtuttavia, come vedremo più avanti, decisamente la migliore fra le possibili strutture esperienziali leibnizianamente, in quanto māyā?

Non possiamo allora approcciare con superficialità nessun sistema di pensiero, nessuna trascrizione e quindi, con H. Bergson, spazializzazione de lo Zeitgeist, anzi semmai avremmo da muoverci con estrema cautela, come già lo stesso Socrate consigliava, quando si ha a che fare con la scrittura e quando la si esercita. Ci tocca sempre interpretare, domandarci, anche sulla stessa domanda, perché spesso, proprio addietro alla massima formalità, eleganza, potrebbe vivere una parassitosi diabolica, anche dietro al “mantra” plotiniano di cui sopra, sotto, dappertutto, perfino nella pubblicità della vodafone… perché potrebbe darsi che proprio con queste formule sottili siamo -caduti nella tentazione- e via via rotolati e sempre più giù sprofondati nelle brutalità e nelle violenze della “civilizzazione” fino a questa colata di cemento cancerosa, a questa soporifera necropoli.

Qualcosa è andato storto, miticamente3 è avvenuta d’un tratto una certa devianza, siamo stati fuorviati da una condizione di pace, beatitudine, tranquilla sovranità e coesione fraterna, dignitoso ozio (privo di lavori forzati) e piacevolissima skolè (quella vera, precedente come minimo al V secolo a.C. quando cioè il sapere è stato prostituito dalle accademie sofistiche). La parola è davvero più significativa del silenzio? E se si, per/attraverso quali condizioni? Che bisogno avremmo di domandarci o di scervellarci se non fosse per questa caduta? La tecnica stessa del linguaggio, per quello che è l’odierno gioco linguistico, non sarebbe stata, o rimasta, o non ritornerebbe pienamente artistica e compenetrata del tutto con l’ umwelt, celebrativa, ricca, contemplativa, sazia e saziante? Poetante heideggerianamente?

Crediamo vi sia una certa confusione della weltanschauung attuale, anziché intuizione, questo probabilmente perché nell’ostruzione dello pneuma, del soffio vitale, del logos, del flegma, che dir si voglia, anche prana secondo i veda o amrita, anche il più grande maestro vivente è stato ampiamente ingannato, e laddove aumenta la raffinatezza della mente, aumenta in modo speculare e proporzionale pure la sottigliezza della menzogna. Poi, specie nella frenesia del negotium e nella iper e inter dipendenza dell’homo precarius nell’età capitalista, non si può che ulteriormente accecarci a vicenda e distanziarci così dalla Fonte Primaria, nel senso che questo “sottomondo” odierno è sempre più diverso dal sopra, e giammai come esso, con Ermete Trismegisto; dunque, invero, secondo noi dovrebbero semplicemente essere la stessa cosa, e se non lo sono è successo un dissolvimento volontaristico o inconscio, massifico o individuale che sia, per ché mente, corpo, spirito, psyché sono già da sempre unica cosa, quel che cambia è solo la nostra percezione e il nostro concepimento da/de la “matrix” (che dal latino si traduce con la parola utero)… Con tutti i suoi pregiudizi e informazioni pervertite, la sua programmazione, indottrinamento di vario genere, le affettazioni, o gli eccessivi rimuginìi, gli ipse dixit, ecc.

Ma non si dovrebbe dare mai niente per scontato, perché chi è il vero sapiente se non Socrate che ce lo dice “chiaro e tondo” che chi sa veramente, sa di non sapere, visto che è collocato per grazia e in parte, pensiamo, per suo arbitrio, nel Verbo, nel flusso informazionale, nella manifestazione divina? Ma non solo lui sapeva di intuire, di passare, di risuonare in un certo accordo alla Norma, ovviamente: il mondo antico orientale è stato ricco di grandi “avatar”, in quello che Karl Jaspers avrebbe definito uno dei periodi assiali di un’umanità illuminata da un pensiero aurorale: da Rishaba, Sambhavanath, Abhinandannath, Sumatinath, Padmaprabha, Suparshvanath, Chandraprabha, a Pushpadanta, a Mahavira, a Buddha, a Lao Tze… e chissà quanti ancora prima, come predetto; e dopo… il Cristo, Maometto, Gandhi… Nessuno di questi attingeva le proprie energie o le “informazioni” con rigidità e rigore mortale, ma con saggia fede e con plasticità vitale, senza dover ricorrere all’acceleratore di particelle di Ginevra, andando continuamente a “stare ad esserci”, meditare, anziché “stare ad andare” tutto il tempo (a morire), come fa l’im-piegato occidentale ormai ossessionato dai “suoi” fabbisogni fittizi, indotti, da appagare, sperduto in una wallaciana distrazione infinita.

Questa vita è sogno? E se lo fosse, allora, che ci alzeremmo a fare dal letto ogni mattina?

Come dobbiamo osservare, indagare, interpretare il “sistema” plotiniano delle tre ipostasi? O anche qualsiasi tipologia di concettualizzazione (metafisica o meno) presente nelle “trasmutazioni in forma” (Gadamer docet) degli autori passati? Il mistero della Trinità, lo spirito hegeliano, l’Umgreifende heideggeriano?

L’apeiron, l’acqua, l’essere eracliteo?

Qualsiasi cosa può essere intesa o malintesa, o fraintesa in modo gestaltico, proprio a causa di una rete di cause e di effetti che divengono a loro volta cause (e così via), la quale coscienza teorica (conscia e inconscia) possiamo chiamare Sfondo con Searle, o pure weltanschauung, e che corrisponderebbe in definitiva a nostro dire con l’ethos karmico dello spirito in un dato periodo storico. Questo può risalire, secondo noi, come può ridiscendere, continuativamente, in un eterno circolo eventualmente espansivo, entropico, dispersivo, oppure implosivo, ma sempre e comunque rivoluzionario (termine astronomico), che potrebbe divenire allora eterno inferno, eterno purgatorio, o eterno paradiso, in seguito appunto al ciclo dei liberi aut aut (o della non-scelta) e dalle loro perpetuazioni, perseveranze e/o rivolgimenti. Tuttavia esiste oggi più che mai il rischio di un relativismo e ancora peggio di uno solipsistico secondo cui la medesima cosa o situazione può già per me/te essere addirittura paradisiaca e per un altro infernale. Questo è l’esempio più significativo probabilmente e che, non a caso, li racchiude tutti, e che inoltre segna una netta differenza fra alcune filosofie rispetto ad altre come quella nietzschiana (dell’eterno ritorno dell’eguale o del mondo come volontà di potenza senza senso che vuole solo ed eternamente se stesso), paragonata invece a quelle teleologiche com’è il caso di Hegel e/o comunque filocristiane in genere (anche se sappiamo come storicamente nessun pensatore successivo all’avvento del cristianesimo, nemmeno F. Nietzsche4, malgrado quanto egli sostenesse a riguardo, possa essere considerato immune da “l’influenza” giudaico-cristiana); quindi si può bene incalzare su questo argomento per sintetizzare al massimo il messaggio che vogliamo passare in merito. L’idea di fondo è che il paradiso, quale condizione di felicità, lo si potrà raggiungere solo ed esclusivamente tutti insieme come collettività umana, come zeitgeist e che inoltre nessun uomo potrà considerarsi salvo o libero finché anche un altro suo fratello si troverà in una situazione di sfruttamento, e questo perché la divisione è illusione e tutto è davvero un unico organismo, un’unica orchestra sinfonica e sincronica. La nostra libertà, in realtà, inizia dove inizia quella dell’altro fratello (una volta intuita personalmente o grazie alla guida educativa di un maestro, di spoudaios, la normalità di quest’ultima).

Se la verità è espressione, questa è necessariamente sempre inclusiva, ma includere non significa mescolarsi panisticamente all’ignoto e al selvaggio, ma semmai approcciarlo dialogicamente e democraticamente, e solo nella peggiore delle ipotesi metabolizzarlo immunizzandosi dal medesimo; in fatti il sistema immunitario di un organismo opera nell’espletazione della sua funzione principale attraverso fagocitosi linfocitaria, il che significa che l’alterità anzitutto viene conosciuta (tramite il meccanismo antigenico di membrana), e dopo inglobata, immessa letteralmente, inclusa, ma poi rielaborata: un processo microscopico che non ha niente a che vedere con quello macroscopico del papalagi (dal quale avrebbe da apprendere tanto), termine samoano che indica l’uomo bianco, ergo cogli storici abomini già citati del colonialismo, dei vari nazionalismi e nell’insieme degli imperialismi occidentali, da quello greco a quello romano a quello inglese fino anche allo spaventoso tentativo tedesco arrivando infine a quello americano degli ultimi decenni e attualmente iper-attivo, crediamo.

Tutto è Uno, certo, ma non per questo, concentrandoci un attimo su casi esemplari estremi, io ipotetico maori nella seconda metà del 1800 avrei dovuto ringraziare gli europei che avrebbero sottomesso e distrutto il mio villaggio neozelandese, e di contro, io ipotetico europeo non avrei certo gradito o accolto con gioia la reazione pressoché simile e contraria, conseguente, di cannibalismo nei miei confronti.

Tutto è Uno nel senso che posso percepire una mancanza di umanità anche senza averla mai esperita nella mia vita concreta di penuria e di luoghi nonluoghi augeiani cittadini, nel senso di un’innata consapevolezza che mi porta a rivendicare i miei diritti inalienabili e riconquistarmeli, o nel senso che vivo le mie giornate consapevole delle forzature schiavizzanti di questa società, ergo interpreto ogni situazione nel suo in quanto apofantico e nel suo in quanto ermeneutico e non cado allora in provocazioni o ritmi deleteri e smidollati e servili, ma conservo la mia unità nella coerenza morale in purezza e in pratica, kantianamente, in onore e dignità e rispetto e amore. Significa per esempio che non divido la mia coscienza morale dalle processualità ipermercantilistiche che hanno portato un certo prodotto impellicolato a poter essere raccolto da una scaffalatura di un centro commerciale quasi come fosse un frutto da un albero. Significa concepirmi come persona anziché come identità, servirmi dei miei limiti (metron) per manifestare proprio l’unicità, intuire che tutti siamo già da sempre stati tutti gli altri e quindi accogliere intimamente e attuare la vera fratellanza in simpatia e finanche in telepatia, nell’incontro illusoriamente propedeutico, non nell’annientamento del nome, o calvinianamente, della funzione istituzionale, nello scontro identitario fittizio6 e mortificante. Significa che posso essere un giocatore anziché uno spettatore passivo e possa leggere perspicuamente, e immunizzarmi dalle frottole e dalle direttive imposte da chi ha interesse che io mi ammali o compra da lui per poter a sua volta egli comprare la sua droga, il suo giocattolino. Significa, ancora, avere un pensiero maturo e non infantile, e allo stesso tempo riconoscere l’infantilità dell’adulto medio, dei cammelli e dei leoni5 e invece rivedere la saggezza giocosa del fanciullo cosmico5; respirare anziché venire respirati, aspirare anziché essere aspirati, essere anziché avere, con Erich Fromm, e avere in definitiva una scala prioritaria costantemente presente in una vita activa… Rielaborare ogni ricordo e trarne giovamento e sicurezza per la propria condotta presente e per i propri progetti futuri, vivere nella speranza e in divenire, con Arendt, non da cronici pessimisti, disincantati, annoiati o addirittura patologicamente depressi e finanche schizofrenici… Connettere anziché compartimentare, settorizzare, specializzare… Oziare dignitosamente anziché sempre negoziare… Liberare, “sturare” anziché occupareostruire… Cercare e trovare la vera ricchezza e la vera economia anziché le solite misure di rattoppamento inconcludenti, solamente palliative; essere attori del proprio destino umano di pace e di salvaguardia delle risorse e dell’equilibrio terrestre, e non consumatori drogati di queste.

A concludere, se il problema è illusione propedeutica, adagiarsi su di esso relativizzando è del tutto amorale e nichilistico. Applicando il principio del rasoio di Occam, che senso avrebbe dubitare intorno a una possibile bambola russa di sogni dentro altri sogni, o anche su un sogno solamente? Siamo quindi, a nostro parere, in dispersioni animiche ma questo è necessario già da sempre per la manifestazione di quell’Unità originale, nella misura in cui a un livello sovra temporale e sovra spaziale e di alta coscienza morale ogni anima, nel suo iter, ritorna a percepirsi come essenza inintaccabile e irriducibile e come irraggiamento (anziché come la suddetta dispersione) particolare da un’ unica Luce, ramificazione da un unico albero della vita, e quindi, nella sua reminiscenza, non può che tornare coraggiosamente a portare luce anziché a dividere, a festeggiare noeticamente (visto il significato antico della parola greca noein, e cioé “festa”) la propria incarnazione; a viaggiare dappertutto, specie in quest’era dell’Acquario di massima aperturalità e interconnessione, e più che mai spirituale (per chi ascolta e cammina col santo Zeitgeist).

NOTE:

  1. I bonobo sono pacifici primati antropomorfi, che da un punto di vista genetico sono i più vicini all’uomo, condividendo addirittura più del 98% dell’acido desossiribonucleico (DNA). In condizioni ambientali, ecosistemiche di equilibrio, questi animali vivono in comunità matriarcali cibandosi solamente e in abbondanza di frutta e bacche. Soprannominate “scimmie hippie”, praticano molto sesso poligamico. https://www.youtube.com/watch?v=S30OUoNMthQ

  1. L’orrorin tugenensis è un diretto antenato dell’uomo i cui resti fossili sono stati rinvenuti nel 2000 da una spedizione di paleontologi (PKE), pare risalire mediamente a 6 milioni di anni fa e presenta similitudini molto importanti con le strutture anatomiche e specialmente odontologiche del sapiens, maggiori rispetto agli australopithecus afarensis.

  1. Genesi 3

1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». 2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». 4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». 6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. 7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
8 Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9 Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».
11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».
12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!
».

  1. Interessante, in proposito, la riflessione del poeta e filosofo Marco Guzzi nella sua conferenza “Nietzsche: Cristo o Anticristo?” del 2009 nel comune di Misano Adriatico a riguardo, “esperto” del pensatore “anticristiano”. Sappiamo bene, comunque, quanto Nietzsche si ponesse ferocemente in opposizione alla tradizione ecclesiastica, più che nei confronti della figura storica del Cristo stesso. https://www.youtube.com/watch?v=CtTdsY4RNNk

  1. L’allegoria è presente in F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra , e rappresenta le 3 tappe che portano all’ubermensch ovvero dal “tu devi” al “tu vuoi” e infine al “noi giochiamo” in un innocente ma saggiamente cosciente e libero alla vita:

Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo.

Molte cose pesanti vi sono per lo spirito, lo spirito forte e paziente nel quale abita la venerazione: la sua forza anela verso le cose pesanti, piú difficili a portare.

Che cosa è gravoso? domanda lo spirito paziente e piega le ginocchia, come il cammello, e vuol essere ben caricato.

Qual è la cosa piú gravosa da portare, eroi? cosí chiede lo spirito paziente, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza.

Non è forse questo: umiliarsi per far male alla propria alterigia? Far rilucere la propria follia per deridere la propria saggezza?

Oppure è: separarsi dalla propria causa quando essa celebra la sua vittoria? Salire sulle cime dei monti per tentare il tentatore?

Oppure è: nutrirsi delle ghiande e dell’erba della conoscenza e a causa della verità soffrire la fame dell’anima?

Oppure è: essere ammalato e mandare a casa coloro che vogliono consolarti, e invece fare amicizia coi sordi, che mai odono ciò che tu vuoi?

Oppure è: scendere nell’acqua sporca, purché sia l’acqua della verità, senza respingere rane fredde o caldi rospi?

Oppure è: amare quelli che ci disprezzano e porgere la mano allo spettro quando ci vuol fare paura?

Tutte queste cose, le piú gravose da portare, lo spirito paziente prende su di sé: come il cammello che corre in fretta nel deserto sotto il suo carico, cosí corre anche lui nel suo deserto.

Ma là dove il deserto è piú solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto.

Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria.

Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol piú chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”.

Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”.

Valori millenari rilucono su queste squame e cosí parla il piú possente dei draghi: “tutti i valori delle cose – risplendono su di me”.

Tutti i valori sono già stati creati, e io sono – ogni valore creato. In verità non ha da essere piú alcun “io voglio!””. Cosí parla il drago.

Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione?

Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone.

Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone.

Prendersi il diritto per valori nuovi – questo è il piú terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda.

Un tempo egli amava come la cosa piú sacra il “tu devi”: ora è costretto a trovare illusione e arbitrio anche nelle cose piú sacre, per predar via libertà dal suo amore: per questa rapina occorre il leone.

Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo?

Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sí.

Sí, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sí: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.

Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone fanciullo. –

Cosí parlò Zarathustra. Allora egli soggiornava nella città che è chiamata: “Vacca pezzata”.

(La “vacca pezzata” è un avatara del Tutto, nella simbologia Indù.
Kamadhenu, il cui attributo “Sabala” significa appunto “pezzata”, contiene tutte le divinità Indù ed è la madre di tutte le vacche sacre.)

  1. Vedere il saggio di Fausto Remotti “Contro l’identità” e anche “l’ossessione identitaria”.

  1. Nella storia le pagine di pace sono pagine bianche”