Il SI heideggeriano

di Daniele Frisio

Il Si rappresenta il conformismo e la sua riproduzione ad ogni livello. Quando si trova in questa dimensione, l’uomo si nasconde dietro agli altri ed agisce secondo la logica del “si dice”, “si fa”..etch. Il Si ha infatti la funzione primaria di sgravare l’essere da responsabilità e scelte, in pratica asseconda la tendenza, sempre presente e più o meno evidente, a prendere le situazioni alla leggera in modo tale da evitare il più possibile problemi indesiderati.

Essere e tempo (1927) è una delle maggiori opere di filosofia del primo novecento e sicuramente una delle più note del famoso filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976). In essa vengono esposti alcuni temi che faranno scuola e terranno banco nelle dispute filosofiche per molti anni a venire: non basterebbe lo spazio di una tesi di laurea per trattare adeguatamente un’opera di questo calibro. E’ interessante però notare come in Heidegger, grazie al suo modo di procedere estremamente sistematico, sia spesso possibile isolare un argomento, per quanto perfettamente inserito all’interno della costruzione filosofica, senza il timore di perderne il senso ultimo.

E’ questo il caso del discorso sull’inautenticità. Per Heidegger infatti vi è un modo d’essere proprio dell’uomo, in termini heideggeriani Dasein (Esserci), dovuto al suo vivere in un contesto sociale insieme agli altri e nel quale egli si trova per lo più: vale a dire la dimensione del “Si”.

Il Si rappresenta il conformismo e la sua riproduzione ad ogni livello. Quando si trova in questa dimensione, l’uomo si nasconde dietro agli altri ed agisce secondo la logica del “si dice”, “si fa”..etch. Il Si ha infatti la funzione primaria di sgravare l’essere da responsabilità e scelte, in pratica asseconda la tendenza, sempre presente e più o meno evidente, a prendere le situazioni alla leggera in modo tale da evitare il più possibile problemi indesiderati. Da notare che per Heidegger il Si, fa parte del nostro essere quotidiano: non è cioè qualcosa da disprezzare in quanto tale, poiché tutti ne siamo permeati e ci è indispensabile per sopravvivere.

Il problema sorge quando questo modo di sopravvivenza si impone come vera e propria modalità di vita, rendendo l’uomo schiavo del suo contesto ed incapace di opporsi quando serve ad alcune abitudini conformiste dannose. Ecco quindi che se il Si prende il sopravvento, l’uomo perde la sua autenticità. In che senso? L’uomo è l’unico essere vivente capace di verità, l’unico in grado di porsi le grandi domande dell’esistenza: la sua natura più autentica gli impone quindi di proseguire su questo cammino ed indagare e mettere in discussione la realtà. Ogni volta che mettiamo da parte questa nostra possibilità, perdiamo autenticità, fino a ridurci a semplici burattini il cui “se stesso” è stato sostituito da un “si stesso”.

In questo stato è impensabile di poter accedere ad una qualsiasi forma di spiritualità e di avanzamento del proprio io. Si è vittima di tre grandi distorsioni dell’autenticità: la chiacchiera, la curiosità, l’equivoco. Nella chiacchiera il linguaggio perde la sua caratteristica più autentica di mirare al raggiungimento di una verità, avvolgendosi su se stesso: è il parlare fine a se stesso, ciò che conta non è il valore del discorso, ma la sua diffusione e la sua ripetizione. Le cose stanno così perché così si dice.

Per curiosità invece si intende la morbosità del vedere, il fascino per l’apparire portato all’estremo, fino a rendere l’aspetto e l’estetica l’unica fonte di interesse. A questo genere di “curiosità” si accompagna tipicamente l’incapacità di soffermarsi sulle cose e di approfondirle, l’irrequietezza che ne deriva è l’inevitabile frutto.

L’equivoco è presentato altrimenti come la somma della chiacchiera e della curiosità: è quell’illusione per cui, nella dimensione del Si, tutto sembra già essere stato compreso e a nostra disposizione, quando invece si tratta solamente di false verità fondate su nulla di più che abitudine e comodità.

E’ importante sottolineare ancora una volta che nessuno può mai sfuggire definitivamente ad una logica di questo tipo, anzi non sarebbe neppure desiderabile. Il problema è quando questa diventa un modus vivendi: penso che ognuno di noi conosca almeno una persona del genere ed il meglio che si possa dirne è che si tratta di un essere umano inautentico. Per concludere è bene sottolineare come l’inautenticità, il conformismo, siano  atteggiamenti di chiusura al mondo e a se stessi: solamente di fronte alla scelta, alla forza della volontà e quindi della responsabilità, l’uomo si apre alla realtà e si svela come l’unico in grado di interpretarla.

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