Accenni di Sollievo (o sollevamento) e, nel dettaglio, ripensamento del concetto di “evoluzione” da ogni prospettiva

-Qui non si vuole negare l’evoluzione, si vuole tuttavia contestare la spregiudicata e infondata illazione secondo cui essa sia il diretto risultato della “lotta”.

-Darwinismo sociale- herbert spencer- struggle for life
https://it.wikipedia.org/wiki/Darwinismo_sociale
-Charles Darwin discendeva da un ambiente anticonformista. Sebbene vari membri della sua famiglia fossero liberi pensatori, apertamente privi di credenze religiose convenzionali, egli inizialmente non dubitò della verità letterale della Bibbia. Frequentò una scuolaanglicana, poi a Cambridge studiò teologia anglicana. Il contatto con la natura e la pratica scientifica cominciarono tuttavia a dar corso a un processo mentale che doveva portarlo su posizioni scettiche.
Il viaggio sull’HMS Beagle e lo studio degli ecosistemi nel loro evolvere gli fece comprendere come non la finalità ma la casualità potessero giocare un ruolo fondamentale nei mutamenti del vivente. Darwin sottopose ad analisi rigorosa tutti gli scenari biologici che incontrava, rimanendo perplesso, per esempio, di fronte al fatto che le belle creature degli abissi oceanici fossero state create dove nessuno le poteva vedere, e rabbrividendo alla vista di una vespa che paralizzava bruchi e li offriva come cibo vivo alle proprie larve; considerò che quest’ultimo caso era in contraddizione con la visione di Paley di un progetto benefico.
Mentre era sul Beagle, Darwin era però rimasto ortodosso, e citava la Bibbia come un’autorità nella morale, ma aveva cominciato a vedere la storia del Vecchio Testamento come falsa ed inaffidabile. Dopo il suo ritorno, investigò la trasmutazione delle specie. Sapeva che i suoi amicinaturalisti ecclesiastici la ritenevano un’orrenda eresia, che minava le giustificazioni miracolose per l’ordine sociale, e sapeva che tali idee rivoluzionarie erano sgradite specialmente in un momento in cui la posizione raggiunta dalla Chiesa anglicana era attaccata dai dissidenti radicali e dagli atei.
Mentre stava sviluppando segretamente la sua teoria della selezione naturale, continuò a dare sostegno alla Chiesa locale e ad aiutare con il lavoro parrocchiale, ma di domenica faceva una passeggiata mentre la sua famiglia andava a messa. Charles Darwin riferì nella sua biografia del nonno Erasmus Darwin, di come venissero fatte circolare delle storie false che sostenevano che Erasmus avesse invocato Gesù sul letto di morte. Charles concluse scrivendo “Tale era lo stato del sentimento cristiano in questo Paese [nel 1802]… Possiamo almeno sperare che adesso non prevalga più niente del genere.”[senza fonte]
Nonostante questa speranza, storie molto simili vennero fatte circolare dopo la sua morte, di cui la più importante è la “Storia della Signora Speranza”, pubblicata nel 1915, che sosteneva che Darwin si fosse convertito sul suo letto di malattia. Tali storie sono state propagate da alcuni gruppi cristiani al punto da diventare leggende urbane, sebbene queste asserzioni siano state smentite dai figli e siano state rigettate come false dagli storici.
Mentre nell’edizione originale del 1859 Darwin non menzionava il Creatore, nelle successive edizioni lo aggiunse come inciso nella penultima frase dell’Origine: “Nella vita, con le sue diverse forze, originariamente impresse dal Creatore in poche forme, o in una forma sola, vi è qualcosa di grandioso; e mentre il nostro Pianeta ha continuato a ruotare secondo l’immutabile legge di gravità, da un semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano ad evolversi”. Interrogato sull’uso del termine “creatore”, Darwin rispose: “Mi sono a lungo pentito di aver ceduto all’opinione pubblica, e di aver usato il termine pentateucale di creazione, con il quale intendevo in realtà dire “apparso” per qualche processo interamente ignoto.”[10]
• Nonostante le teorie di Darwin vengano comunemente ritenute un’alternativa alla presenza di un Creatore all’origine della vita, Darwin stesso appare come un uomo che continua a porsi domande – sia sul piano scientifico che spirituale – piuttosto che come una persona che ha trovato risposte definitive. In una lettera datata 22 maggio 1860 indirizzata al botanico statunitense Asa Gray, coetaneo e strenuo difensore della teoria dell’evoluzione e della selezione naturale, Darwin espone la propria perprlessità riguardo all’esistenza di un progetto benevolo, ma conclude: “Non posso per niente accontentarmi di vedere questo meraviglioso Universo e soprattutto la natura dell’uomo e di dedurne che tutto è il risultato di una forza cieca. Sono incline a vedere in ogni cosa il risultato di leggi specificamente progettate, mentre i dettagli, buoni o cattivi che siano, sono lasciati all’azione di ciò che si può chiamare caso. Non che questa opinione mi soddisfi del tutto. Percepisco nel mio intimo che l’intera questione è troppo profonda per l’intelligenza umana. È come se un cane tentasse di speculare sulla mente di Newton, ognuno speri e creda come può.”[11]
Darwin ebbe dunque pensieri piuttosto altalenanti durante la sua vita in merito alla religione e a Dio anche se nelle sue lettere di risposta a chi gli chiedeva la sua opinione nei confronti della questione sull’esistenza del divino rispondeva esponendo i suoi dubbi : “La ragione mi parla dell’impossibilità quasi di concepire l’universo e l’uomo come il risultato di un mero caso o di una cieca necessità. Questo pensiero mi costringe a ricorrere a una Causa Prima dotata di un’intelligenza”[indicare lo scritto di Darwin da cui sarebbe tratta la frase].[12] e in un altro scritto “Mi permetta di dire che l’impossibilità di concepire che quest’universo grandioso e meraviglioso, con i nostri sé coscienti, sia scaturito per caso a me pare l’argomento principe a favore dell’esistenza di Dio”.[13] Sul considerarsi ateo affermo’: “Nelle mie fluttuazioni più estreme, non sono mai stato unateo nel senso di negare l’esistenza di un Dio. Ritengo generalmente (e sempre di più invecchiando), ma non sempre, che agnostico corrisponderebbe alla definizione più corretta della mia condizione intellettuale”.[14]

Premessa:

Anche se noi non capiamo la vita di una roccia, di un cristallo, essi sono comunque vivi. Solo che non sono in gioco quanto altre forme elettromagnetiche come possono essere gli animali, in misura maggiore gli animali umani, e in misura ancora maggiore gli esseri ultradimensionali. Ma questo nostro essere più espressione di Dio, non ci rende superiori, ma solo dei fratelli maggiori delle altre creature, da rispettare e lasciare stare alla loro strada, in pace e armonia (quella loro più adatta, specie-specifica). Il riassetto H della specie umana le ha permesso di accedere alla natura in modo molto profondo, assumendo noi una configurazione strutturale energetica con un rendimento davvero a un ottimo step, di esserne specchio, perché più ci si avvicina alla legge oloscientifica del ciclo H (fruttivorismo), che regola ogni cosa e da cui si dipartono tutte le altre leggi della matematica, fisica, chimica, biologia, religione, filosofia, più si riesce a pulire lo specchio della coscienza, che ha il suo fulcro nella ghiandola pineale, il chakra più importante. Ecco che allora l’uomo diventa capace di riflettere il mondo, nella misura in cui si è pulito abbastanza da poterlo fare. Non si può pretendere di ripulire la dimensione spirituale senza aver ripulito il tempio, perché la nostra anima abbisogna del miglior ethos possibile, dunque ogni dualismo tipicamente occidentale, di natura neoplatonica e successivamente giudaico-cristiana, lo ripetiamo, è poca cosa e presto scomparirà, per un nuovo periodo di nuovi filosofi semplicemente più normali e meno intossicati, più adeguati all’esercizio dell’intelletto rispetto anche persino al periodo aurorale, i quali attingono e attingeranno con maggior lucidità e costanza dal fondo della conoscenza, che saranno in grado di fondare (proprio come successo precedentemente, specialmente con Platone e Aristotele) un “nuovo” sapere, più in armonia e più adeguato alla realtà esistente di quello attuale (castello di carta che poggia su fondamenta dicotomiche, e che oramai vacilla a vista d’occhio, l’occhio dello spoudaios però), e quindi più funzionale. Tutte le intuizioni fanno pensare che l’umanità, in un lontano passato, “possedesse” già questo potere, concessogli proprio dalla sua condotta alimentare in perfetto ciclo H fruttivoro, e che lo abbia mantenuto ma pervertito tuttavia nel corso della sua corruzione trofica post-glaciale. Infatti, l’evoluzione è tale se non torna mai indietro, e non può in effetti tornarvi, una volta infatti che un organismo si è riconfigurato sul perfetto ciclo della vita simbiotico, può solo eventualmente intossicarsi, alterarsi, ammalarsi e morire, ma non può subire un’involuzione: allo stesso modo in cui un seme che diventa una pianta non potrà né ora e né mai tornare seme, in quanto ha avuto il suo definitivo aufhebung.

Importante sarà dunque, in quest’ottica, ridefinire in maniera più realistica il concetto di “evoluzione”, perché certamente v’è stato un grosso fraintendimento con Charles Darwin, e questa svista ha comportato dei costi gravosi (e li comporta ancora oggi) visto che ogni tipo di razzismo, specismo, violenza, competizione, contrasto nazionale, internazionale, mondiale, ecc. esistente nella nostra storia, può essere benissimo giustificato basandosi sulla teoria di Darwin (che rimane solo un’ipotesi, mai dimostrata, o dimostrata comunque parzialmente, più simile a una filosofia che ad una teoria scientifica comunque, o in cui c’è del vero ma c’è certamente una miscomprensione di fondo, e su cui sono state poi fatte illazioni del tutto errate, come sappiamo). Basti leggere “La mia guerra” di Hitler, o le “riflessioni” dei coloni d’america, per rendersene conto. Ogni abominio ha trovato la sua scusa in Darwin, e su questo, visto che “evoluzione”, in realtà, significa tutto il contrario di violenza, competizione, perché essa avviene quando vi sono le migliori condizioni in cui la vita stessa può esistere nella sua reale forma più manifesta: nella simbiosi, nel fruttivorismo, e nella coesione comunitaria, amorevole, e non invece in circostanze di predatorismo; su questo, si diceva, ci sarà da lavorare parecchio, sia nella sfera scientifica, sia filosofica, sia religiosa (che non sono affatto disconnesse, ovviamente) sia in futuro, che in questo strano e meraviglioso presente. [Anche perché, la vita stessa nasce fruttivora, è il risultato di un’interelazione simbiotica di 3 miliardi di anni fa fra organismi monocellulari eterotrofi ed autotrofi, tutte le forme di vita predatorie pluricellulari sono solo una devianza da questo originario ciclo dell’idrogeno fruttivoro, per arrivare infine alla specie umana, ai primati antropomorfi e alle spermatofite angiosperme dicotiledoni a frutto polposo della zona tropicale kenyota: riproposizione finale e perfezionatissima del ciclo H, a livello finalmente pluricellulare.] Analizziamo perciò (solo) alcuni esempi di fraintendimento del concetto di “evoluzione” nella storia, e infine, si paragonerà questo pervertimento con altri pochi analoghi di altre questioni, anche relative a diversi periodi cruciali che hanno portato allo status mentis attualmente diffuso, mostrando come alla fine, certi atteggiamenti, derivanti da certe convinzioni (visto che quello che crediamo determina il nostro comportamento), siano abbastanza collocabili in un grosso insieme, l’opposto del quale sarà proprio il calderone degli incipit per un nuovo mondo sereno e serafico.

1.

Charles Darwin redasse il suo “Origini delle specie” nel 1859, dal 1850 in poi si susseguiranno fatti abominevoli, sia politici che culturali, che stiamo per citare. Non a caso, il razzismo ebbe una fortissima diffusione proprio in questo secolo: praticamente, qualsiasi persona considerava il razzismo una cosa normalissima, allo stesso modo in cui oggi sembra normalissimo portare alla bocca budella, muscoli, e altre componenti corporee di altri animali, che in natura hanno tutt’altra funzione, non certamente quella di nutrire, e alla stessa maniera quindi di come oggi l’onnarismo e lo specismo sono cose normali per tutti.

L’ipotesi evoluzionista darwiniana si può riassumere in questo modo:

-la vita di qualsiasi animale, compreso l’uomo, abbisogna di nutrimento e condizioni favorevoli per conservarsi e farlo nella maniera migliore possibile. Per questo motivo, preso un gruppo di animali qualsiasi, essi competono per la sopravvivenza (lotta per la vita) e per la propria riproduzione, e in questa lotta, il socio-ambiente opera una selezione detta “selezione naturale”, la quale elimina gli individui più deboli e quindi meno adatti, e fa, di contro, riprodurre e conservare maggiormente quelle più adatte, trasmettendo queste ultime i propri caratteri alla prole.

Si hanno dunque sei punti cruciali:

-Variabilità dei caratteri.
-Ereditarietà dei caratteri innati.
-Adattamento all’ambiente.
-Lotta per la sopravvivenza.
-Selezione naturale.
-Isolamento geografico.

Innanzitutto, si tratterà della questione storico-culturale legata al darwinismo, che è parallela a quella scientifica, ma la seconda verrà analizzata dopo.

Bisogna dire subito che lo stesso Charles Darwin era un razzista, e se a dimostrazione di questo non basta l’ambiguo sottotitolo con cui “L’origine delle specie” venne pubblicato, ovvero “The Preservation of the Favoured Races in the Struggle for Life” che lascia intuire come effettivamente Darwin credesse nell’esistenza di razze umane inferiori e superiori, basterà leggere alcuni passi del suo saggio successivo del 1871 per scemare ogni eventuale dubbio, “L’origine dell’uomo per mezzo della selezione sessuale”, in cui la sua convinzione si palesa ineluttabilmente, come ad esempio questo:

“In qualche momento futuro, non molto distante se misurato in secoli, le razze umane civilizzate quasi certamente stermineranno e sostituiranno le razze selvagge in tutto il mondo. Allo stesso tempo le scimmie antropomorfe, come notato dal Prof. Schaaffhausen, senza dubbio saranno sterminate.
A quel punto la distanza tra l’uomo e la specie a lui più prossima sara’ maggiore, poiché interverra’ tra l’uomo in una forma più evoluta, speriamo, perfino del Caucasico e qualche forma più bassa di scimmia, quale il babbuino, invece che, come oggi, tra il negro o l’Australiano ed il gorilla”.
-Charles Darwin-
In Argentina ed in Australia Darwin ebbe modo di assistere alle pratiche di uccisione degli indigeni da parte dei coloni e descrisse la guerra di sterminio contro gli indios delle Pampas e contro gli aborigeni dell’Australia in questa maniera:
“Chi crederebbe che nella nostra epoca si commettano simili atrocità in un paese cristiano e civilizzato?”
Più avanti scrive: “Dovunque l’europeo porta i suoi passi, la morte sembra inseguire gli indigeni. Le varietà umane sembrano reagire le une sulle altre allo stesso modo delle diverse specie animali, il più forte distrugge sempre il più debole.”
Questi pochi esempi fanno chiaramente emergere un ritratto di Darwin come di un razzista scientifico, che però dovette mostrarsi, probabilmente molte volte in nome di un atteggiamento buonista e benpensante (visto che non è bene dire certe cose in alcuni contesti, specialmente cristiani), antirazzista.
Bisogna notare anche, se non lo si è fatto, la pericolosità della terminologia utilizzata, che ci rimanda col pensiero, nell’immediato, al secolo successivo alla formulazione di queste teorie, quello delle guerre mondiali.
Dunque, la “teoria evoluzionista”, così per come (male) Darwin la interpretò dall’osservazione della natura, intuì ed espose, e così per come venne accolta (esattamente nel modo in cui egli l’aveva elaborata) portò ad inevitabili conseguenze di tipo culturale, e quindi anche politiche e sociali. Con Darwin, una corrente filosofica che ancora si era fino al 1800 mantenuta tale, trova la sua definizione e la sua giustificazione “scientifica” concentrandosi e identificandosi nel “darwinismo sociale” (cosiddetto successivamente in modo dispregiativo dal giornalista anarchico francese Émile Gautier, nel 1879, in riferimento al 50º congresso dei naturalisti tedeschi in cui Haeckel, Nägeli e Virchow si misurarono sul senso politico del darwinismo: giustificazione delle ineguaglianze sociali o alimento del socialismo) (o spencerismo), che ebbe molti espositori e moltissimi sostenitori, in primo luogo lo stesso Herbert Spencer, contemporaneo di Darwin (i due ebbero fortissima influenza reciproca). Secondo questa corrente filosofica, e a parere di questi personaggi, onde favorire l’evoluzione ogni società avrebbe dovuto regolarsi solo ed esclusivamente sulla base del concetto della “lotta per la vita” (struggle for life) in qualsiasi ambito. Pertanto, innumerevoli fatti storici orribili e risaputi anche dei secoli precedenti, come ad esempio lo sterminio dei nativi americani, la tratta degli schiavi ecc., e ogni tipo di violenza e abominio che venne commesso con il colonialismo e coll’imperialismo europei, troverebbero per forza tutti una coerentissima giustificazione logica, quasi matematica agli occhi di questi “intellettuali” e alla luce delle loro sbagliate (per non dire scellerate) teorie. È inoltre palese che la cosa dovette sembrare ragionevole e addirittura fungere da ispirazione per molte altre personalità e/o ideologie affini che avrebbero fatto la loro comparsa successivamente. Ma andiamo direttamente a leggere qualche passo di Herbert Spencer:
“L’intero sforzo della natura è di sbarazzarsi dei falliti della vita, ripulendo il mondo della loro presenza e facendo spazio ai migliori.”
“Può sembrare inclemente che un lavoratore reso inabile dalla malattia alla competizione con i suoi simili, debba sopportare il peso delle privazioni. Può sembrare inclemente che una vedova o un orfano debbano essere lasciati alla lotta per la sopravvivenza [struggle for life and death]. Ciò nonostante, quando siano viste non separatamente, ma in connessione con gli interessi dell’umanità universale, queste fatalità sono piene della più alta beneficenza – la stessa beneficenza che porta precocemente alla tomba i bambini di genitori malati, che sceglie i poveri di spirito, gli intemperanti e i debilitati come vittime di un’epidemia.”
-Herbert Spencer-

Da sfondo agli orrendi eventi storici che più conosciamo, il razzismo scientifico e il darwinismo sociale ispirarono altre iniziative molto perverse e originali (nel modo tipico in cui suole esserlo l’uomo medio “progredito” occidentale), come i cosiddetti “spettacoli etnografici”, o meglio conosciuti come “esibizioni di popoli”, o ancora “esposizioni etnologiche”. Se non avete ancora capito di cosa si tratta, cosa plausibile visto il perfetto caso di neolingua per camuffare la natura vergognosa di codesti eventi, si sta alludendo agli zoo umani, di cui per qualche motivo i libri scolastici tacciono. Dall’inizio della seconda metà dell’ottocento (coincidenze), fino a tutta la prima metà del 900, gli zoo umani furono fra le più gettonate attrazioni di tutta Europa e Stati Uniti. Brevemente, siccome l’indigeno veniva considerato una razza a metà fra i grandi primati e l’uomo bianco occidentale, egli veniva catturato dal suo paese d’origine (Africa, Americhe o Asia) e portato, proprio come un qualsiasi altro animale non umano, in questi zoo, per essere esposto nudo o seminudo, in gabbia, all’interno di scenografie particolari al fine intrattenere il pubblico dei paesi colonialisti. Ovviamente queste organizzazioni erano una grande fonte di business, anche perché erano molto seguite dalla gente. Un esempio fra i tanti è quello scandaloso del “Villaggio Negro” in cui, nel 1889, in occasione dell’Expo di Parigi, 400 indigeni neri vennero mostrati a un pubblico di 28 milioni di persone. Eventi simili a questo si verificarono, come predetto, anche nel corso della prima metà del 900, e registrarono ancora grande successo; spesso o nella maggior parte dei casi gli individui venivano ingabbiati insieme a orango, e/o altri primati, come nel caso di un pigmeo, Ota Benga, trapiantato dal Congo al Missouri per un’esposizione e da qui, poco più che ventenne, portato a New York come attrazione allo zoo del Bronx. Ota Benga morì suicida pochi anni dopo, sparandosi un colpo al petto. Casi di zoo umani si potevano trovare un po’ ovunque: Milano; Anversa; Amburgo; Berlino; Amsterdam; Barcellona; Varsavia; Londra; Chicago; NY; Parigi; ecc. Tutto questo, è ovvio, perché si credeva (in modo incompleto e del tutto fuorviante, come vedremo) nella teoria evoluzionista.
La filosofia del darwinismo sociale influenzò indubbiamente anche movimenti quali il KKK (nato intorno al 1865 e ancora oggi attivo), sia nella sua forma iniziale, sia in quella successiva formatasi nel periodo della prima guerra mondiale, in cui i membri si convinsero che le condizioni di povertà dei “bianchi” (analogamente a quanto accadde in seguito in Germania per effetto della propaganda nazista) erano causate da “neri”, banchieri ebrei e da altre minoranze. Impossibile non evincere tratti caratteristici del darwinismo sociale leggendo il credo di questa organizzazione:
“Il Ku Klux Klan è stato creato per rigenerare il nostro sventurato paese e per riscattare la razza bianca dall’umiliante condizione in cui è stata recentemente precipitata dalla nuova repubblica. Il nostro principale e fondamentale obiettivo consiste nel mantenimento della supremazia della razza bianca in questo paese. La storia e la fisiologia ci insegnano che noi apparteniamo ad una razza che la natura ha gratificato con una evidente superiorità su tutte le altre razze, e che il Creatore ha inteso affidarci un dominio sopra le razze inferiori. Questa nostra Patria è stata fondata dalla razza bianca e per la razza bianca, e ogni tentativo di trasferire questo controllo sulla nazione a favore di razze inferiori come la negra, va palesemente contro il volere divino e costituisce una violazione della Costituzione. L’uguaglianza sociale dovrà dunque essere bandita per sempre, perché essa rappresenta un passo pericoloso verso l’uguaglianza politica o, peggio, verso i matrimoni misti e la produzione di una sottospecie di bastardi e di degenerati.”
-I documenti terribili, Mondadori 1973-

Il darwinismo e Karl Marx

Anche Karl Marx, a livello educativo, venne profondamente condizionato dall’evoluzionismo darwiniano, addirittura ne fu talmente affascinato e convinto che dedicò il suo “Capitale”, testo chiave del marxismo, proprio a Darwin. La mia idea è che il comunismo ha sempre avuto bisogno della teoria evoluzionista darwiniana, in quanto esso è l’esatto contrario del cristianesimo e anzi, è la negazione di qualsiasi religione, come tutte, per dirla con Erich Fromm (vedere l’opera “Fuga dalla libertà”): le “false ideologie” (fascismo, razzismo, nazismo, nazionalismo, socialismo, neoliberismo, transumanesimo, relativismo, scetticismo, nichilismo [anche la non-ideologia è un’ideologia, ed è forse la peggiore fra tutte, ed è la più dilagante oggigiorno], ecc. ecc.). Esso non è altro che una forma manifestativa di ateismo, ed è infatti capace di mantenere la propria coerenza e ipotetica stabilità strutturale solo se nega l’autorevolezza divina e addirittura la Sua esistenza; il comunismo deve fare a meno di Dio per funzionare, questo perché la falsa ideologia è quella che invece di indagare e rispettare le leggi naturali già esistenti con umiltà e coraggio, pretende che l’uomo sia creatore della sua legge (il più forte sopravvive), sostituendo di fatto la figura umana a quella del Deus sive Natura. Inoltre, la falsa ideologia si pone sempre come assoluta, e non è mai disposta a mettersi in discussione, è autoritaria. Oltre queste false ideologie ve ne sono però delle altre, che, nonostante siano ideologie (purtroppo, per gli errori commessi nel passato dall’uomo, questo termine ha assunto una valenza negativa), operano in maniera opposta alle precedenti e quindi sono ideologie positive: “nessuno dice che esisterà mai un’ideologia perfetta, perché mai forse l’uomo potrà del tutto conoscere l’effettivo stato del mondo e le sue leggi, però certamente noi ad essi ci possiamo avvicinare, e sempre di più, e almeno bisogna fare il primo passo: riconoscere che esistano” così ragiona l’ideologia positiva, e non si pone mai come assoluta, ma aperta al confronto (un po’ come il metodo sperimentale, oggi non più praticato perché non esistono più scienziati, ma solo impiegati che lavorano per fini secondi, e non per la conoscenza in sé, privi di autonomia e pensiero critico, proprio a causa, tra l’altro, di una struttura sociale formatasi per effetto di false ideologie, che satura lo spazio del pensiero creativo e scientifico). Le false ideologie, o ideologie negative, sono dunque tutte nate da un’incomprensione o da una visione parziale del funzionamento naturale, da un atteggiamento pauroso, repressivo e autoritario che nasconde una fragilità intrinseca: la non accettazione del Mistero della vita, della sua spontaneità e dell’abbandonarsi ad Esso fiduciosamente, e quindi l’esigenza del dominio, di controllo conseguente (volontà di potenza, si potrebbe dire), e quindi hanno non solo fallito, ma generato enormi danni di cui ancora patiamo le ripercussioni nel quotidiano, e che anzi hanno del tutto stravolto le nostre vite. Le false ideologie nascono da un livello culturale umano ancora fermo all’adolescenza, se non addirittura alla fanciullezza, in cui ci si deve ancora bruciare per capire cosa è giusto e cosa non lo è, si è ancora impertinenti e si ha paura dei tuoni, del buio, e quindi si reagisce a tutto in maniera emotivamente e mentalmente immatura, non adeguata, goffa, pericolosa, ingenua, affettata, pregiudizievole, stupida. Ritornando a Karl Marx, non casualmente egli affermava che :

“il mio scopo nella vita è quello di detronizzare Dio e distruggere il capitalismo”.

Karl Marx parla continuamente di evoluzionismo nei suoi scritti.
Tutte le false ideologie degenerano inevitabilmente nei totalitarismi, tolgono autonomia e libertà all’uomo (Fuga, appunto, dalla Libertà- E.F.-) e lo rendono uno schiavo: lo ingabbiano, ché le sbarre gli danno un senso di sicurezza. L’unico modo che hanno i totalitarismi per esistere è quello di essere sostenuti dalle collettività, e più una collettività è spersonalizzata, paurosa, confusa, distratta, omologata, codarda, o maligna, più aderirà con piacere ai diktat di un sistema in cui vede una stabilità, una forza che a lei manca, e in cui quindi scorge una salvezza dal suo stadio di insostenibile e “soffocante” libertà (horror vacui, noia di vivere), una compensazione. Il motivo per cui sono esistiti i totalitarismi e tutt’oggi continuiamo a vivere in un sistema totalitario (sebbene ci siamo autoconvinti erroneamente e masochisticamente di no, come avviene in tutti i casi di totalitarismo nella storia) è dunque che l’uomo non è stato mai pronto, in queste situazioni, ad accogliere la vita, la magia, l’umgreifende, così per com’è e per come si presenta di volta in volta, ed ha preferito sempre delegare a terzi (che cosa? Se stesso!). L’uomo ha paura della libertà, ha paura di se stesso, della sua meravigliosa natura, ha paura della bellezza, ha paura di amare, ha paura di Dio, e quindi si deve distrarre, se ne deve distogliere, abbisogna di alienazione, jest. Tutto il male è un enorme NO a ciò che fluirebbe naturalmente altrimenti, è l’effetto del rifiuto, un’ostruzione che perverte.
Nel Manifesto (1846) Karl Marx ed Engels, individuano infatti i seguenti punti politici-chiave della loro sovrastruttura idealistica, che andremo ora ad analizzare:
-Abolizione della proprietà privata.
-Pesanti tassazioni, sempre più pesanti.
-Abolizione del diritto di eredità dei beni.
-Confisca delle proprietà dei ribelli.
-Banca centrale.
-Proprietà pubblica dei servizi di comunicazione e trasporto.
-Proprietà pubblica delle fattorie e dell’agricoltura.
-P. pubblica del controllo del lavoro.
-P. pubblica del sistema educativo.

Il modello politico che ne risulta è prettamente totalitario, guardando al punto primo:
-se un uomo non ha proprietà, a meno che l’umanità non abbia raggiunto il culmine della sua maturità ergo la capacità di autogestirsi comunitariamente senza un governo (l’utopia anarchica di cui parla bene Thoreau in “Disobbedienza civile”, che poi tanto utopica non è visti certi dati storici su antiche popolazioni matriarcali organizzate in questa maniera come le gilaniche), è esattamente uno schiavo, non ha alcun potere, è ricattabile a vita, è in schiavitù, lo stato può fare di lui ciò che vuole, perché lui è dipendente (questo termine ricorda qualcosa per caso?) dallo/dello stato medesimo, e la sua sopravvivenza e conservazione meramente biologica, e i suoi eventuali diritti sono solo e soltanto in relazione allo stato, che possiede tutto… compreso lui.
Se un uomo ha una sua proprietà , non è uno schiavo; se non ce l’ha, allora è schiavo di qualcun altro, molto banalmente.

-è ovvio che un governo che voglia mantenere il controllo su una folla, dovrà mantenerla in condizioni di miseria e sempre più complicate e difficili da sostenere, con licenziamenti dietro l’angolo e stipendi al minimo, e tasse sempre più elevate. In tali condizioni nessuno può vivere in modo normale e quindi sviluppare un’autonomia di pensiero, una salute decente, una mente attiva a 360 gradi, o trovare le energie per vivere anche per poco, perché tutte sono impiegate per garantirsi una cosa soltanto: la sopravvivenza. Eventuali momenti vuoti della giornate, o le cosiddette “ferie” verranno usati per recuperare le energie perse negli altri di schiavitù, o per distrarsi dall’insorgere spontaneo di certe domande destabilizzanti come: “ma che senso ha tutto questo? A che pro? Per chi sto veramente lavorando? È giusto quello che faccio? Ecc. ecc. Vale veramente la pena sacrificare tutta la mia dignità solo per continuare a sopravvivere in questo modo?” Karl Marx parla molto del rapporto fra proletariato e borghesia, del rapporto servo-padrone in chiave hegeliana, e tuttavia propone un modello politico paradossalmente ancora peggiore di quello capitalistico.

-L’abolizione dei diritti di eredità dei beni, ovviamente, serve a destabilizzare l’autonomia e l’unione delle famiglie, a creare distanza fra genitori e figli, che dovranno essere proprietà dello stato, e sempre di più nel corso del tempo, di generazione in generazione. Uno dei modi più veloci ed efficaci è quello di troncare qualsiasi tipo di relazione economica infatti, e di lasciare “al proprio destino” (nelle mani dello stato) sempre più ragazzi, con niente in tasca (vi ricorda qualcosa ?), abbandonati, in cerca di “lavoro”, in cerca esattamente di “schiavitù”, che gli verrà data quasi con ribrezzo, e che loro accetteranno felicissimi anche a condizioni penose, influenzati anche da un modello culturale fuorviante e meschino, che rende normale tutto ciò che è assolutamente folle: basta un po’ di propaganda e un sistema educativo controllato dallo stato, no? Come d’altronde prevede l’ultimo punto. Di volta in volta, poi, ogni generazione sarà sempre più debole e confusa, perché nata sempre più in cattività e in condizioni culturali sempre più controllate dal sistema statale, e quindi sarà anche più manipolabile e sempre meno umana, lontana dalla verità. Chi nasce dentro una gabbia addirittura vi si affezionerà, tenderà sicuramente anche ad attaccare, pure violentemente qualsiasi persona provi a liberarla (anche a livello culturale, di convinzioni mentali), perché ormai avrà identificato nell’autorità statale il proprio bene, proprio come se fosse suo padre o sua madre, e non vorrà sentire ragioni. Temerà la libertà. Si spaventerà al solo pensiero. “Lasciami in pace”, vi verrà detto. E vi verrà da pensare “ e così sia, riposa in pace” e però dopo vi renderete conto che la loro morte quotidiana, siccome l’uomo è un animale sociale e una cellula di un organismo, va a influenzare ogni minimo ambito della vostra vita, e che quindi il loro capriccio di farsi del male, consapevolmente o meno, fa del male anche a voi, inevitabilmente, e quindi rimarrete soli con Dio, a sopportare un mondo di gente dissennata e persa in una collettiva solitudine, convinta che il frastuono possa davvero soddisfare la voragine che sono esse stesse diventate, convinta davvero di avere il diritto di scorreggiare in ascensore in vostra presenza, perché è questa l’allegoria più calzante per rendere il concetto, eccetera.

-I ribelli vanno puniti severamente, tutti coloro che hanno un senno e un cervello ancora funzionante vanno puniti, devono diventare anche loro schiavi, quindi vanno privati dei loro beni, così da divenire, come gli altri, proprietà statale, ingranaggio della macchina, merce di scambio, animale allevato, carne. Che questo punto possa provenire dalla mente di Marx può sembrare contraddittorio, ma non lo è affatto in realtà, è perfettamente coerente con la sua filosofia, con la sua falsa ideologia.

-Dal sesto all’ultimo punto, vale ovviamente quello che si è detto finora.

-il quinto punto, la banca centrale, è quello più interessante e anche molto attuale. Un sistema che vuole avere il massimo potere, deve centralizzare tutto, e per farlo può solo avanzare sempre di più verso una struttura gerarchico-piramidale, perché la piramide ha una vetta: il centro appunto, da cui poter non solo vedere tutto, ma manovrare tutto con facilità. Perché Marx ed Engels auspicavano a una banca centrale? Anche questo suona strano, chi l’avrebbe detto che Marx ebbe questa idea? Eppure sono parole sue. Un’unica banca per domarle tutte. Un’unica banca per creare a tavolino le crisi finanziarie, e poi creare la soluzione ad esse, in modo tale da introdurre modifiche legislative e socio-strutturali che non sarebbero state accettate dalla popolazione in condizioni normali (governi tecnici, ecc.) La libertà ci viene tolta piano piano, i capi muovono così: due passi avanti, e uno indietro. Mettono una base militare, e una base missilistica, c’è una protesta? Tolgono la seconda, lasciano la prima. E così via, verso la FED odierna, che può creare denaro dal nulla, è una banca privata che funziona come un’impresa, e controlla tutte le altre nel mondo. Il signoraggio bancario è una realtà affermata e del tutto reale, e si studia pure all’università. Il nostro mondo assomiglia sempre di più a un casinò. No gettoni, no party. No money, no honey, baby, Sorry.

p.s. Fra un po’ anche i soldi in forma cartacea scompariranno, sarà tutto sempre più virtuale, finché non basterà passare un braccio con un codice a barre tatuato, sotto uno scan, per pagare la propria vita. Siamo come i cani, sempre di più.

Lenin e il darwinismo

-Buttiamo giù gli alberi? Perché? È semplice, perché la cultura occidentale crede nella teoria evoluzionista parzialista darwiniana.
-Ce ne freghiamo dell’ecosistema? Perché? É molto semplice, perché la cultura occidentale crede nella teoria evoluzionista parzialista darwiniana.
-Abbiamo trasformato il mondo in una carie mastodontica? Perché? … Perché crediamo alla teoria evoluzionista di Darwin, ecc.
Il “nuovo” sapere, frutto di un’adequatio migliore dell’intelletto all’universo, servirà da base solida per una nuova costruzione sociale, per un nuovo mondo che sorgerà dopo la caduta dell’ultimo impero babilonese attualmente vigente, che ha come simbolo un predatore alato. Il sorgere di questa nuova società avverrà o con il crollo e la disfatta (totale) meramente fisica di questo che viviamo, oppure con una graduale conversione, transizione, conveniente metamorfosi (similmente a come in età medievale si diffuse il cristianesimo durante e susseguentemente alla crisi imperiale romana, in particolare dal terzo secolo in poi). Ma è inevitabile che questa nuova e maggioremente vicina ai reali bisogni della nostra specie, “città”, io la definirei “virtuosa”, nascerà. Sia perché ogni profeta del passato ne parla, sia perché tutto fa presagire la sua venuta, fra cui la cosa più lampante è proprio il malessere stesso delle collettività umane di tutto il mondo, derivante in primis dall’aspecificità trofica, e di essa tutto il resto ne è conseguenza, effetto. Noi, oggi, abbiamo tutte le carte in regola per fondare, o meglio organizzare in forma definita, questa “nuova” scienza rivoluzionaria, questa oloscienza, che non divide l’uomo dalla natura. La nuova rivoluzione post-copernicana, post-kantiana, consiste nel modo in cui si guarda all’uomo, nel modo in cui lo si inquadra, nel passaggio dall’antropocentrismo al biocentrismo, o meglio al naturalismo biologico, nello studio della specie umana e quindi di noi stessi come natura, e parte integrante della natura stessa, e non come qualcosa che può emanciparsene, o che non lo è, o che non lo è parzialmente, o che può trascenderla (infatti, l’eventuale trascendimento, avverrebbe sempre e comunque in questo unico mondo) o come un dio crearla, o sottometterla a desideri e vizi del tutto distaccati dai propri reali bisogni (presuntuosamente e direi, di conseguenza, malatamente, visto che si ammala chiunque non si capisce, non conosce se stesso e quindi non percepisce il proprio limite, schizofrenicamente come schizofrenica è la cultura e i falsi saperi in voga oggi, falsi perché parzialisti, riduzionisti, veri solo nel particolare e se presi singolarmente, come può essere vera un’ombra in una caverna senza la coscienza della luce, del fuoco, e della caverna stessa), bisogni che si capiscono, tra l’altro, proprio e solamente con questa nuova prospettiva analitico-olistica, che ha anche una base scientifica estremamente salda: il principio di indeterminazione di Heisenberg.