Reddito di cittadinanza, il modello europeo che l’Italia ignora

Giovanni Perazzoli

(fonte)

La trasmissione sullo stato sociale di Michele Santoro è stata un’altra occasione persa per parlare dello stato sociale.
Per me che vivo in Olanda appare assolutamente incomprensibile che non si ponga in Italia alcuna attenzione ai sussidi di disoccupazione europei.

I giornali parlano di un “modello tedesco” che è frutto più di fantasia che di realtà. Tanto più, allora, perché non informare l’opinione pubblica italiana che in Germania (come in tutta Europa) non sono, attenzione, coloro che sono stati licenziati ad avere dallo stato l’affitto dell’alloggio e un sussidio illimitato, ma tutte le persone maggiorenni disoccupate, indipendentemente dal fatto che abbiamo o meno mai lavorato? Il sussidio termina, in mancanza di un’occupazione, con la pensione. Non è assolutamente vero quello che scrivono i giornali italiani che sia a tempo determinato. Confondono per ignoranza o in modo intenzionale l’indennità di disoccupazione e il sussidio di disoccupazione.

Come si fa a ignorare in Italia un aspetto così importante della vita di ogni cittadino europeo? Non me ne capacito. In Italia non si sa neanche che chi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia…) non guadagna abbastanza ottiene un’integrazione del reddito, e anche chi lavora part time ottiene un’integrazione del reddito. Poi si scopre che in Italia il reddito medio è da miseria. E tutti si sorprendono. Ma veramente in Italia si ignora l’abc dello stato sociale? Mi pare strano da credere.

L’esistenza di quello che di fatto è un reddito di cittadinanza in Europa spiega molte cose che in Italia vengono riproposte, lasciatemi dire, in modo del tutto assurdo. Spiega la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia), spiega l’assenza di lavoro nero, spiega l’assenza delle massicce raccomandazioni, spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro (mentre così non è in Italia). Non capisco perché nonostante l’Europa raccomandi dal lontano 1992 all’Italia di introdurre un reddito di cittadinanza questo non succede neanche con la crisi. E soprattutto è incomprensibile che a sinistra nessuno ne parli chiaramente. A chi giova? Evidentemente a qualcuno gioverà.

Certo non giova agli operai che si danno fuoco, alle famiglie che resteranno senza un reddito, e senza una casa di cui Santoro mostra ogni volta il dramma. Ma senza mostrare le soluzioni che in altri paesi hanno adottato da decenni, la denuncia mi pare parziale e anche un po’ ambigua. Non mi pare che sia uno scoop scoprire quello che per diversi milioni di persone è assolutamente normale. La Francia è stata l’ultimo paese in Europa ad adottare una forma di sussidio che di fatto è un reddito di cittadinanza ben venti anni fa. La rivista “Esprit” dedicò un numero speciale all’evento. Possibile che in Italia nessuno ne sappia nulla?

Le persone giudicano per paragoni e confronti. Se il confronto con gli altri paesi viene loro negato non ci si può lamentare che non cambi nulla. La primavera araba è iniziata con la possibilità di guardare con la televisione e con internet fuori del recinto nazionale. Lo stesso avvenne nei paesi dell’Est.

Forse non si vuole la democrazia europea e si guarda ad altro? In ogni caso, per scegliere bisognerebbe conoscere. Sapere che un’altra società non solo è possibile, ma già esiste da diversi decenni, impegnerebbe diversamente le forze politiche, e i sindacati. Questo sarebbe “rivoluzionario”, e sarebbe europeo. L’unico che in Italia sta ponendo con coerenza il problema del reddito di cittadinanza sul modello europeo è Maurizio Landini; temo però sia un outsider, una scheggia impazzita del sistema.

Ichino ha detto in trasmissione che l’indennità di disoccupazione che vorrebbe introdurre il governo Monti è di qualche mese più lunga dell’indennità di disoccupazione tedesca (12 o 18 mesi). Ma non ha spiegato bene (anche perché nessuno glielo ha chiesto) che dopo l’indennità di disoccupazione in Germania (e in tutta Europa) c’è un altro sussidio, meno “ricco”, per modo dire, ma che è illimitato (ovvero limitato solo dalla pensione e, ovviamente, da una nuova eventuale occupazione) e che copre anche l’affitto dell’alloggio. Vi pare poca cosa? Vi sembra un dettaglio trascurabile? Una donna sola e disoccupata con figli ha in Germania dallo stato più di 1800 euro mensili. Non mi fermo qui sulle cifre e sulla tipologia dei benefici che hanno le persone che non lavorano nei paesi europei e in particolare in Germania: l’ho fatto nel numero in uscita su MicroMega.

Io mi chiedo sgomento: come è possibile dedicare un’intera trasmissione sullo stato sociale, far iniziare la Fornero con la sua proposta di riforma degli “ammortizzatori sociali”, e non parlare dei sussidi di disoccupazione che esistono in Europa? Possibile che nessuno ritenga importante ricordare che è dal 1992 che l’Europa raccomanda all’Italia di adottare il reddito di cittadinanza? Possibile che nessuno abbia notato che anche nella famosa lettera della Bce (sic!) si rinnova al governo italiano l’invito a introdurre i sussidi di disoccupazione sul modello europeo e che la stessa cosa viene ripetuta nelle famose domande di chiarimento dell’Europa?

Una breve ricerca su internet: ecco una parte del testo della raccomandazione 92/441 CEE pubblicato anche sulla Gazzetta ufficiale. Leggo:

Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell’impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.
Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.

Poi leggo:

(12) … il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l’introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri;

O anche

il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio 1989 in merito alla povertà (6), ha anch’esso raccomandato l’introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale

E dunque l’Europa raccomanda a tutti gli stati membri:

di riconoscere, nell’ambito d’un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso.

E questo significa che al reddito minimo garantito si può avere accesso

senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell’intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili

(http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31992H0441:IT:HTML)

In tutti i Paesi dell’Europa questo è realtà. Non in Italia, in Grecia e in Ungheria.

Possibile che nessuno abbia capito che quello che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi che permette alle persone di cambiare lavoro con relativa tranquillità soprattutto da giovani? Un mio giovane amico olandese ha fatto un’infinità di mestieri; è stato, tra le altre cose, maestro di sci, ha aperto una scuola di windsurf, ha aperto un Hotel, poi lo ha chiuso e aperto una ditta di costruzioni. È questo che si chiama “flessibilità”, non la macelleria sociale che hanno in mente in Italia destra e sinistra.

Possibile che non si capisca il significato di apertura del mercato e della protezione sociale? Non significa licenziare in massa la gente, significa fare in modo che i giovani possano sperimentare le loro possibilità e le loro idee in un mercato aperto e non controllato dalla corporazioni e dalle varie rendite (vera potenza italiana). È per questo che l’Europa chiede le liberalizzazioni, non certo per perseguitare i tassisti (una delle cose, non so se più ridicole o drammatiche, è stata la farsa sui tassisti, come se da loro dipendesse lo spread. Magari si voleva solo alzare un gran polverone e mandare tutto il resto in caciara?).

Liberalizzare significa aprire l’accesso alle professioni senza doversi fare un tessera di partito, pagare tangenti, essere parte di un sistema di potere, di una lobby famigliare, politica, religiosa ecc. Significa che in Italia uno che vuole fare il giornalista o il notaio non debba essere figlio di un giornalista o di un notaio, significa che se vuole aprire un negozio si viene aiutati (come avviene in tutta Europa) e non ostacolati. È così difficile da capire? Aprire il mercato significa andare un po’ a vedere come si fa carriera nella televisione di stato, alla Rai. Significa andare a vedere quanti sono i figli di papà dentro le università. Magari dei papà “riformisti”. Ma veramente nessuno capisce che una cosa è la precarietà con la certezza del reddito e dell’alloggio, e un’altra è la precarietà con il niente?
Ho capito che il reddito minimo garantito è come un punto archimedeo: sembra piccolo, ma in realtà è il punto d’appoggio di due concezioni della società completamente diverse.

BREAKING GROUND; The Call of the Wild Apple

ALL the way in the back of the New York State Agricultural Experiment Station’s orchard here stand several jumbled rows of the oddest apple trees you’ve ever seen. No two are alike, not in form or leaf or fruit: this one could pass for a linden tree, that one for a demented forsythia. Maybe a third of these six-year-old trees are bearing apples this fall — strange, strange fruit that look and taste like nothing so much as God’s first drafts of what an apple might be.

I saw apples with the hue and heft of olives or cherries, next to glowing yellow Ping-Pong balls and dusky purple berries. I saw a whole assortment of baseballs, oblate and conic, some of them bright as infield grass, others dull as dirt. And I picked big, shiny red fruits that look just like apples, of all things, and seduce you into hazarding a bite.

Hazard is, unfortunately, the word for it: imagine sinking your teeth into a tart potato, or a mushy Brazil nut sheathed in leather (”spitters” is the pomological term of art here), and then tasting one that starts out with high promise on the tongue — now here’s an apple! — only to veer off into a bitterness so profound that it makes the stomach rise even in recollection.

Wild apples, indeed: all of these trees were grown from seeds gathered in Kazakhstan, in Central Asia, the wild apple’s Eden, where botanists now believe the domestic apple has its ancient roots in a species called Malus sieversii. The orchard where I made the acquaintance of M. sieversii is the United States Agriculture Department’s apple collection in Geneva, probably the world’s most comprehensive collection of apple trees.

Here, some 2,500 different varieties have been gathered from all over the world and set out in pairs, as if on a beached botanical ark. The card catalogue to this arboreal archive, on 50 acres, runs the gamut, from Adam’s Pearmain, an antique English variety, to the Zuccalmaglio, a German apple. A browser will find everything from the first named American variety (the 17th-century Roxbury Russet) to experimental crosses that bear only numbers. In this single orchard one can behold the apple’s past and also possibly glimpse its future, for the wild apples I tasted represent the latest accessions to the collection. And if the curator, Philip Forsline, is right, this new germ plasm — the genetic material contained in seeds — will alter the course of apple history.

The discovery in the last decade of the apple’s wild ancestors is big news in the apple world. Problematic as these apples might be on the palate, to breeders they represent unprecedented opportunity. Roger Way, Cornell University’s legendary apple breeder (the father of the Empire and the Jonagold, among many others), says that he expects the genes of these oddballs to yield new cultivars that will be ”more disease and insect resistant, more winter hardy, and higher in eating quality” than the apples of today. Breeders are particularly hopeful that in M. sieversii they’ve found the genes that will help apples better withstand their numerous afflictions.

Anyone with an apple in his yard knows how pathetic these trees can be. By September, my own unsprayed apples are grossly deformed by cankers, rusts, pimples, scales, harelips and the exit wounds of coddling moths. No other crop requires quite as much pesticide as commercial apples, which receive upward of a dozen chemical showers a season. Asked how it is that apples seem so poorly adapted to life outdoors, Mr. Forsline said that it hasn’t always been the case, that a century of growing vast orchards populated by a small handful of varieties has rendered the apple less fit than it once was.

”Commercial apples represent only a fraction of the Malus gene pool,” he said, ”and it’s been shrinking. A century ago there were several thousand different varieties of apples being grown; now, most of the apples we grow have the same five or six parents: Red Delicious, Golden Delicious, Jonathan, McIntosh and Cox’s Orange Pippin.”

That genetic uniformity makes the apple a sitting duck for its enemies. In the wild, a plant and its pests are continuously coevolving, in a dance of resistance and conquest that can have no ultimate victor. But coevolution freezes in an orchard of grafted trees, since they are genetically identical. The problem is that the apples no longer get to have sex, which is nature’s way of testing out fresh genetic combinations. The viruses, bacteria and fungi keep at it, however, continuing to evolve until they’ve overcome whatever resistance the apples may have once possessed.

Suddenly, total victory is in the pest’s sight, unless people come to the tree’s rescue with the heavy hand of modern chemistry.

THE solution is for us to help the apple evolve artificially,” Mr. Forsline explained, by bringing in fresh genes through breeding. Which is precisely why it is so important to preserve as wide a range of apple genes as possible. Since it takes decades to develop a new apple variety, it will be some time before we know for sure whether the Kazakh trees hold the key to a better apple. Already, though, plant pathologists at Cornell have determined that some of the wild trees are resistant to fire blight. The challenge now is to breed that trait into an edible apple.

”It’s a question of biodiversity,” Mr. Forsline said, as we walked down rows of antique trees, tasting apples as we talked. Every time an old apple variety drops out of cultivation, or a wild apple forest succumbs to development (as is happening today in Kazakhstan), a set of genes vanishes from the earth. There would be no Fuji today if apple fanciers hadn’t preserved the Ralls Janet, an antique apple (grown by Thomas Jefferson) that happens to contain a gene for late blooming that Japanese breeders were looking for. (The Fuji’s other parent is the Red Delicious.)

We’re accustomed to thinking of biodiversity in connection with wild species, but the biodiversity of the crop species on which we depend is no less important. The greatest biodiversity of any crop is apt to be found in the place where it first evolved, where nature first experimented with what an apple, or potato or peach, could be.

The recent discovery of the apple’s ”center of diversity,” as botanists call such a place, was actually a rediscovery: in 1929, Nikolai I. Vavilov, the great Russian botanist, had identified the wild apple’s Eden in the forests near what was then Alma-Ata (now known as Almaty), in Kazakhstan. ”All around the city one could see a vast expanse of wild apples covering the foothills,” he wrote. ”One could see with his own eyes that this beautiful site was the origin of the cultivated apple.”

Vavilov fell victim to Stalinism’s wholesale repudiation of genetics (he died in prison in 1943), and his discovery was lost to science until the fall of Communism. In 1989, one of his last surviving students, Aimak Djangaliev, invited American plant scientists to Kazakhstan to see the wild apples that he had been studying during the years of Soviet rule. Mr. Djangaliev was 80 at the time, and wanted their help in saving the great stands of M. sieversii.

The American scientists were astonished to find 300-year-old trees 50 feet tall with the girth of oaks, some of them bearing apples as big and red as modern cultivars. ”In the towns, apple trees were coming up in the cracks of the sidewalks,” Mr. Forsline said. ”You see some of these apples and feel sure that you’re looking at the ancestor of the Golden Delicious, or the McIntosh.”

Mr. Forsline and his colleagues made several trips to the area, each time returning with cuttings and seeds. The Silk Route passed through Kazakhstan, and botanists now speculate that centuries ago nomads and traders took wild apples with them on their journeys west. Along the way, M. sieversii probably hybridized with at least two species of tiny, green sour apples, M. orientalis and M. sylvestris; the result is the apple domesticated by the Romans and eventually carried to America.

American settlers played a crucial part in the apple’s progress. Since their chief interest was hard cider, they didn’t bother much with grafts, planting apples instead from seed. Because of the vagaries of apple genetics, most seedling trees produce inedible fruit, good for little but cider. Yet if you plant enough of them, as Johnny Appleseed set about doing, you’re bound to get a few exceptional ones. And that Americans did.

Most of the great American varieties — the Newtown Pippin, Rhode Island Greening, Jonathan, Baldwin and Red Delicious — were chance seedlings found in cider orchards in the 18th and 19th centuries. The Geneva orchard is, among other things, a museum of the apple’s golden age in America; to wander along its leafy corridors is to set off on a multisensory voyage of the historical imagination.

I spent the better part of a recent morning browsing the rows of trees, tasting all the famous old apples I’d read about, fruits that, you quickly appreciate, are as much cultural as natural artifacts. One bite of an Esopus Spitzenberg disclosed Thomas Jefferson’s idea of the perfect apple: spicy and hard. I discovered that the original Delicious, called the Hawkeye by its discoverer, was crisper, paler and not nearly so saccharine as its flashier offspring. The aromatic Golden Russet, considered one of the great cider apples of all time, has the coarse flesh of a pear, running with juice as rich (and sticky) as honey. Much was lost when civilization decided that russeting — a matte brownish mottling of the skin — was a fatal flaw in an apple.

So, were the old apples better? It’s not quite that simple. Many of the ones I tasted were unqualified spitters, and only a few of the oldies could hold a candle to, say, the Macoun or the Jonagold. Yet the old apples offer a striking catalogue of flavors (apples tinged with nutmeg and riesling, mango and nuts) and colors, intriguing qualities that have been trampled in the rush to breed apples brimming with sugar and red pigment.

Tasting these relics, you realize just how much else an apple can do besides being sweet and red. You also realize what a high cultural achievement it is to transform a tart potato into a delight of the human eye and tongue. The Geneva orchard is a testament to domestication, our knack for marrying the fruits of nature to the desires of culture. Yet the story of the modern apple, which has become utterly dependent on us to keep its natural enemies at bay, suggests that domestication can be overdone.

When we rely on too few genes for too long, a plant loses some of its aptitude for getting along on its own. As Mr. Way, the Cornell apple breeder, put it, the modern apple’s ”vulnerability to a surprise attack is tremendous.” A surprise attack is precisely what got the potato in Ireland in the 1840’s; what saved it from that particular blight were genes for resistance found in wild Peruvian potatoes.

But what happens when all the wild potatoes and wild apples are gone? All the biotechnology in the world can’t create a new gene. Which is why Mr. Forsline is bent on saving all manner of apples, good, bad, indifferent and, above all, wild.

In the best of all possible worlds, we’d be preserving the wild apples’ habitat in the Kazakh wilderness. In the next best world, though, we’d preserve the quality of wildness itself, something on which it turns out even domestication depends.

Luckily for us, wildness can be cultivated, can thrive even in the straight lines and right angles of an apple orchard.

[FONTE]

ETERE, AKASHA, E VUOTO QUANTO-MECCANICO di Andrea Boni

[FONTE]

Il pensiero scientifico moderno è stato (ed è tuttora) arricchito da diversi pensatori (fisici, matematici, filosofi), che hanno proposto molte teorie che si avvicinano in modo sorprendente alle conclusioni a cui sono arrivati i saggi indovedici con millenni di anticipo. I loro risultati sono il frutto di un’intelligenza lucida, priva di pregiudizi scientifici e religiosi, e di un’intuizione acuta, che trae molto spesso ispirazione da una vita basata su principi virtuosi, fondati su un desiderio profondo di conoscere e divulgare la verità. Tra i tanti desidero qui menzionare i nomi di Marco Todeschini (1899-1988), fisico, Luigi Fantappiè (1901-1956), matematico, e Massimo Corbucci, fisico. Alcuni aspetti del pensiero del primo e del terzo sono trattati in questo articolo, mentre le straordinarie scoperte del secondo saranno descritte in un altro articolo.

 

Parte di quanto segue è stato liberamente tratto e parzialmente modificato dal libro di Marco Teodorani “Marco Todeschini: Spaziodinamica e Biopsicofisica”, Macroedizioni.
Nato a Valsecca di Bergamo il 25 Aprile 1899, Marco Todeschini lasciò il corpo a Bergamo il 13 Ottobre 1988. Si laureò in Ingegneria a Torino nel 1921 e in seguito si specializzò in svariati rami della Fisica e della Neurofisiologia. Insegnò sia alle scuole Superiori che al biennio di Ingegneria Superiore STGM di Roma. I suoi studi ebbero ampia diffusione in Italia e nel mondo e riconosciuti da importanti esponenti del mondo Accademico (tra cui Fermi, Majorana, Marconi, ecc.). Ebbe anche diversi scambi di idee con Bohr, Chain, Heisenberg, Pauli, Dirac, ed altri. Tuttavia, malgrado ciò, Todeschini fu sostanzialmente emarginato dal resto della comunità Accademica, e la sua opera, di fatto, è tuttora ignota ai più, malgrado le sue forti implicazioni: è un fatto davvero grave che i libri di Todeschini non siano presenti nella maggior parte delle Biblioteche Universitarie Italiane. Ciò è principalmente dovuto al fatto che il lavoro di Todeschini pone dei forti dubbi su molti dei risultati scientifici che si pensano ormai acquisiti, un terreno scientifico che si è sempre creduto solido, monolitico, assodato e indiscutibile. Cercare realmente la verità ha tuttavia un prezzo: comporta spesso ed inevitabilmente uno scontro con i paradigmi e i dogmi correnti. Todeschini fu un uomo saldamente fermo nei suoi principi elevati, e dedicò la sua vita alla scienza. Principalmente, egli fondò una nuova disciplina chiamata “Psicobiofisica”, per la quale, nonostante numerosi contrasti con l’Accademia, fu proposto per il Nobel nel 1974. Tale teoria fu definita dal suo stesso autore la “scienza unitaria del terzo millennio”, poiché inglobava in sé la fisica, la biologia e la psicologia. Il suo scopo era una riunificazione di tutte le leggi del creato e partiva dall’assunzione che i moti dell’universo, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, nascessero da un “etere” universale in perenne moto vorticoso in grado di influenzare sia la materia che gli esseri viventi. La psicobiofisica comprende tre settori: 1) una parte fisica, con la quale è dimostrato come tutti i fenomeni naturali si identifichino in particolari movimenti di spazio fluido (l’etere); 2) una parte biologica, con la quale si evidenzia che i movimenti di spazio fluido, urtando contro i nostri organi di senso, producono delle correnti elettriche che vengono trasmesse dalle linee nervose del cervello, suscitando così nella psiche le sensazioni di luce, elettricità, calore, suono, tatto, odore, dimostrando così che tutti gli organi del sistema nervoso di un essere vivente funzionano in base ad una vera e propria tecnologia elettronica; 3) una parte psichica, dove la psiche viene intesa come un atto di volontà che si serve del sistema nervoso come di un semplice strumento. Con questa teoria Todeschini riuscì a superare tantissime contraddizioni, dimostrando che la frammentazione della scienza nelle sue tantissime branche è alla radice della nostra ignoranza sulla reale natura dell’Universo e sulla nostra stessa vita. Solo una teoria unificata può davvero cercare di comprendere le radici profonde dell’Universo ed il suo scopo (incluso il ruolo di ciascun essere vivente).

 

La teoria di Todeschini contraddice la teoria della gravitazione universale così come enunciata da Isaac Newton la quale, negando l’esistenza dell’etere, contempla l’esistenza di misteriose “forze” che si manifesterebbero in corpi dotati di massa, e che sarebbero in grado di muoversi di moto uniforme all’interno di uno spazio assolutamente vuoto e quindi privo di attrito.

 

Il pensiero di Todeschini raccoglie in parte quello di Cartesio, il quale era fermamente convinto che lo spazio non fosse “vuoto”, come riteneva invece Einstein, ma riempito di una sostanza denominata “etere”, nella quale possono prodursi vortici e onde (che generano la materia e tutte le sue interazioni). Cartesio riteneva che lo stesso sistema solare fosse un gigantesco vortice di etere in cui i pianeti sarebbero immersi e costretti a continue evoluzioni intorno al sole. E ancora prima di Cartesio la stessa idea era nata dal caposcuola Anassagora, seguita e rielaborata da Leucippo, e poi adottata dai Filosofi Platone e Aristotele, che condividevano l’idea che non esistesse spazio vuoto, ma che la materia fosse immersa in una sostanza che indicavano come spazio “pieno” (Platone) o “etere” (Aristotele), intendendo, in definitiva, la stessa cosa, simile a quello che i fisici moderni chiamano “vuoto-quanto-meccanico”. Tale termine è stato recentemente utilizzato anche dal Fisico Massimo Corbucci nel suo libro “Alla scoperta della particella di Dio”.

 

Il vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci nella sua teoria delle particelle subatomiche riteniamo possa, in buona parte, corrispondere alle caratteristiche dell’elemento “etere” di Todeschini e all’elemento akasha introdotto millenni or sono dalla filosofia Samkhya. Questo, peraltro, è affermato anche da uno dei più famosi scienziati contemporanei, Ervin Laszlo.

 

L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall’etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra). L’elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l’Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:

 

“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.

 

Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore – osservandolo – lo modifica; da qui appunto l’enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha – con la sua coscienza e capacità di osservazione – penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio – nell’interazione con la coscienza – che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall’”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto).
Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell’interazione con la coscienza dell’osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna il dottor Corbucci spiega che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest’ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:

 

“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.

 

Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.

Per saperne di più:
Marco Ferrini, “Coscienza e origine dell’Universo”, Edizioni CSB
Marco Ferrini, “Psicologia del Samkhya”, Edizioni CSB
Ervin Laszlo. “L’esperienza akashica”, Scienza e conoscenza, Gen.-Feb.-Mar.2009
Massimo Teodorani, “Marco Todeschini: Spaziodinamica e psicobiofisica”, Macroedizioni.
Massimo Corbucci, “Alla Scoperta della Particella di Dio”, Macroedizioni.