I fiori sentono il rumore delle api e rendono il nettare più dolce

Uno studio ha dimostrato come in presenza di specifiche vibrazioni sonore le primule si attivino per attrarre gli impollinatori con una maggiore presenza di zucchero

di Michelle Z. Donahue

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Un sirfide riposa su un’oenothera (evening primrose) coperta di rugiada. Regno Unito. Fotografia di MichaelGrantWildlife/ Alamy

Anche nei giorni più silenziosi il mondo è in realtà pieno di rumori: uccelli che cinguettano, il vento che soffia tra i rami, insetti che si danno da fare. Le orecchie dei predatori, così come quelle delle prede, sono sempre protese a scoprire la reciproca presenza.

I suoni sono così fondamentali per la vita da aver spinto la ricercatrice della Tel Aviv University Lilach Hadany a chiedersi: e se non fossero solo gli animali a percepire i rumori? E se ne fossero capaci anche le piante? I primi esperimenti per verificare questa ipotesi, pubblicati recentemente in preprint sulla rivista bioRxiv, suggeriscono che almeno in una circostanza le piante sono in grado di ascoltare e questo fornisce loro un vantaggio.

Il gruppo di Hadany ha presa in esame un tipo di primule (Oenothera drummondii) e scoperto che le piante incrementavano gradualmente nel giro di pochi minuti la concentrazione di zucchero presente nel nettare dei fiori subito dopo aver percepito le vibrazioni prodotte dalle ali degli impollinatori.

A svolgere la funzione di orecchie erano i fiori stessi, cogliendo le specifiche frequenze delle api, senza attivarsi invece in presenza del vento.

Da studiosa dell’evoluzione, Hadany spiega che a farle porre la domanda è stata il rendersi conto che i suoni sono una caratteristica ubiqua del mondo naturale che le piante manderebbero perduta se non approfittassero così come fanno gli animali.

Se le piante avessero un modo di percepire e rispondere ai suoni, ha pensato, ciò le potrebbe aiutare a sopravvivere, trasmettendo questa capacità per via genetica.

Dato che l’impollinazione è un elemento chiave per la riproduzione della pianta, il suo team ha iniziato a studiare i fiori. Le primule prese in esame, che crescono spontanee nei parchi attorno a Tel Aviv, si sono pesentate come buone candidate dato che hanno un tempo di fioritura lungo e che producono un quantitativo misurabile di nettare.

Per testare le primule in laboratorio il gruppo di Hadany ha esposto le piante a cinque diversi trattamenti sonori: silenzio, registrazioni di api mellifere distanti alcuni centimetri, suoni generati da computer a bassa, media e alta frequenza. Le piante rimaste nel silenzio non hanno avuto alcun significativo incremento nella concentrazione di zuccheri nel nettare. Lo stesso è accaduto per quelle esposte ai suoni ad alta frequenza (dai 158 ai 160 kilohertz) e intermedie (dai 34 ai 35 kilohertz).

Ma le piante esposte ai suoni registrati delle api (da 0,2 a 0,5 kilohertz) e a suoni dalle frequenze simili (da 0,05 a 1 kilohertz), in base alle analisi effettuate hanno risposto in maniera inequivocabile, aumentando la concentrazione di zuccheri di uno stupefacente 20%.

Un richiamo più forte per gli impollinatori secondo quanto ritengono i ricercatori è in grado di attrarre un maggior numero di insetti. Ed effettivamente grazie alle osservazioni in campo aperto gli scienziati hanno accertato che attorno a questi fiori c’era una presenza di impollinatori nove volte maggiore rispetto agli altri.

“Siamo rimasti piuttosto sorpresi quando abbiamo scoperto come funzionavano effettivamente le cose”, dice Hadany. “Ma dopo aver ripetuto l’esperimento in altre situazioni, in differenti stagioni e con piante cresciute sia all’aperto che al chiuso, ci siamo sentiti molto sicuri dei risultati”.

Andando avanti con le ricerche il ruolo svolto dai fiori si è rivelato via via più interessante: anche se variano di grandezza e forma, una buona parte è concava e dall’aspetto di una ciotola. Ciò li rende perfetti per ricevere e amplificare le onde sonore, un po’ come una parabola.

Per verificare gli effetti delle vibrazioni di ogni diversa frequenza sulle diverse piante testate, Hadany e il suo coautore Marine Veits, all’epoca una studentessa, hanno sistemato le primule sotto un’apperecchiatura chiamata “laser vibrometer”. I ricercatori hanno quindi comparato le vibrazioni dei fiori in base ai diversi trattamenti sonori ricevuti.

“Questo tipoi di fiore in particolare ha una forma a ciotola e pertanto da un punto di vista acustico è logico che questa struttura vibri amplificando la vibrazione”, dice Veits.

Cosa che è stata effettivamente confermata dagli esperimenti, con le vibrazioni dei fiori che corrispondevano alle lunghezze d’onda delle registrazioni delle api.

Hadany è consapevole che rimangono ancora molti aspetti da chiarire. Alcune “orecchie” sono migliori per determinate frequenze di altre? E perché le primule incrementano la concentrazione di zucchero in maniera così massiccia dato che le api sono in grado di cogliere oscillazioni molto minori? Questa capacità potrebbe offrire ulteriori vantaggi oltre la produzione di nettare e polline? Secondo Hadany potrebbe servire ad esempio ad allertarsi tra loro circa l’arrivo di animali erbivori. Oppure potrebbero essere in grado di produre suoni percepiti da animali utili alla dispersione dei loro semi.

Questo studio apre la strada ad un intero nuovo campo di ricerca scientifica che Hadany definisce “fitoacustica”.

Veits desidera saperne di più dei meccanismi che sottostanno al fenomeno che hanno documentato con il loro studio. Ad esempio quali sono i processi meccanici e molecoari che determinano la risposta del nettare alle vibrazioni.

Richard Karban, un esperto di interazioni tra le piante e gli insetti infestanti della University of California Davis, aggiunge a queste delle altre domande, in particolare sui vantaggi evoluzionistici per le piante del loro essere in grado di reagire ai suoni.

“Potrebbe essere possibile che le piante siano in grado di percepire chimicamente i loro vicini e di valutare se le piante che sono loro intorno sono state fertilizzate”, dice. Non abbiamo prove che accadano cose simili, ma questo studio ha compiuto il primo passo”.

/FONTE/

Link scientifico sul perché il seme (come grano, legumi, noci, cocco, ecc.) è in realtà un embrione vivo

{Cit. Francesco Sunny}

ecco un link SCIENTIFICO
per chiarire meglio perchè il
SEME (come grano, legumi, noci, ecc)
è in realtà SCIENTIFICAMENTE un

EMBRIONE

in pratica un vero e proprio

CUCCIOLO di pianta

che va rispettato e PROTETTO
proprio come TUTTI gli altri cuccioli
dell’intero universo.

quando leggete nel link ricordate che il
polline=SPERMATOZOI vegetali

mentre
l’uovo=OVOCELLULA femminile

e
l’ovario=PLACENTA
entro la quale si sviluppa
il CUCCIOLO.

quindi ricordiamoci SEMPRE che
un banale “piatto di riso” o “di pasta”

PROPRIO SCIENTIFICAMENTE

è una VERA e PROPRIA

STRAGE di EMBRIONI !!!!!!!!!!!

BOLLITI ANCORA VIVI !!!!!!!!
(come il “riso”)

o TRITATI ANCORA VIVI !!!!!!!!
(come la “pasta”)

ecco perchè il cosiddetto “veganismo”
è purtroppo ancora

TOTALMENTE ANTI-etico

al contrario del

FRUTTARISMO☀

che RISPETTA e addirittura SALVA finalmente

TUTTI gli ESSERI VIVENTI
dell’intero universo😉👍🌈💫

[FONTE]

La fecondazione

La fecondazione rappresenta il fenomeno fondamentale della riproduzione sessuale ed è l’unione dei gameti maschile e femminile per formare un’unica cellula, lo zigote. Nelle Gimnosperme la fecondazione è semplice, il gamete maschile si fonde con il gamete maschile, nelle Angiosperme la fecondazione è doppia.
Fecondazione nelle Angiosperme
Dopo aver aderito allo stimma appiccicoso, il granulo pollinico produce un tubetto che cresce verso il basso. La cellula germinativa si divide per mitosi formando due cellule spermatiche: i gameti maschili. I gameti scendono lungo il tubo pollinico. Il gametofito maschile è costituiito inizialmente dal granello pollinico e a maturità da 3 cellule: il tubetto pollinico e le 2 cellule spermatiche.
Il tubo pollinico penetra nell’ovario attraverso il micropilo. Una delle due cellule spermatiche feconda la cellula uovo formando lo zigote,l’altra si unisce con i due nuclei polari formando un nucleo triploide (3n). Dallo zigote si svilupperà l’embrione e dal nucleo 3n l’endosperma. Per questo si parla di doppia fecondazione delle Angiosperme.

Fecondazione in una Angiosperma

Fecondazione in una Angiosperma (fonte Iprase Trentino)

All’inizio l’embrione è costituito da cellule indifferenziate che originano il protoderma, il meristema fondamentale e il procambio. Contemporaneamente si sviluppano i cotiledoni, e da questo momento l’embrione assume nelle dicotiledoni una forma a cuore e nelle Monocotiledoni una forma cilindrica. Man mano che l’embrione si sviluppa, la divisione è compiuta solo dai meristemi apicali della plantula.
L’endosperma è la struttura che nutre l’embrione durante il suo sviluppo. La sua funzione è esclusivamente di riserva poichè contiene le sostanza nutritive che sono il materiale energetico cui attinge l’embrione nelle varie fasi della germinazione, quando non è ancora in grado di svolgere la fotosintesi.

Il frutto

Il frutto si sviluppa dall’ovario del fiore giunto a completa maturazione. Dopo la fecondazione la parete dell’ovario si inspessisce e i frutti si sviluppano. I frutti proteggono i semi e favoriscono la loro diffusione.
Il frutto è costituito da tre strati: epicarpo (più esterno), mesocarpo ed endocarpo; nell’insieme questi tre strati formano il pericarpo che racchiude il seme.
A seconda delle consistenza del pericarpo, i frutti si distinguono in carnosi e secchi.
I frutti carnosi hanno un pericarpo succulento: almeno uno dei tre strati che lo formano è ricco d’acqua e diventa la polpa tenera e succulenta (es.drupe, bacche, peponidi e esperidi).
I frutti secchi hanno un pericarpo povero di acqua, duro e rigido. Essi vengono distinti in deiscenti e indeiscenti.
I frutti secchi deiscenti, giunti a maturazione, si aprono liberando i semi (baccelli nei legumi e capsula del papavero). I frutti secchi indeiscenti rimangono invece chiusi, proteggendo il seme fino alla germinazione (castagna, nocciola).
Se i frutti si sviluppano a partire da un solo ovario si dicono semplici; i frutti che derivano da più pistilli appartenenti allo stesso fiore si dicono frutti aggregati (composti) o infruttescenze.
I frutti di alcune piante come ad esempio le mele di Malus sylvestris sono detti falsi frutti perché finiscono per incorporare altre parti del fiore assieme al carpello. I frutti che derivano esclusivamente dal carpello sono invece definiti come veri frutti.
Apomissia
Accade a volte che l’embrione si sviluppi senza che vi sia stata l’unione dei due gameti. L’origine agamica dell’embrione è detta apomissia e la modalità di riproduzione è detta partenogenesi. Come nella propagazione vegetativa, i nuovi individui sono simili alla madre.
Può avere origini diverse:
– assieme ad un embrione derivato dal normale processo fecondativo si formano embrioni che derivano da altre cellule dell’apparato riproduttore (poliembrionia; agrumi, mango);
– l’embrione deriva dall’ovulo senza che vi sia stata la fusione col gamete maschile; si parla di partenogenesi non ricorrente se la pianta che nasce non è capace di produrre gameti fertili, di partenogenesi ricorrente se si formano piante in grado di riprodursi sessualmente (es. rose coltivate).

Fruttificazione e maturazione dei frutti
L’allegagione è la fase iniziale dello sviluppo dei frutti successiva alla fioritura. Nella fase iniziale (o di accrescimento) la parte dell’ovario si ingrossa. Durante questo periodo il frutto è duro, di sapore sgradevole, di colore verde, coperto spesso da peli e da squame.
All’accrescimento segue la fase di maturazione che è accompagnata da notevoli mutamenti biochimici. Quando i frutti cominciano a maturare compare un ormone, l’etilene, che scadena una serie di processi.
Durante la maturazione della frutta avviene lo sviluppo di quattro caratteristiche: aroma, dolcezza, succosità e morbidezza, colore.
– Aroma: la frutta acerba contiene fenoli amari e astringenti il cui scopo è quello di è scoraggiare gli animali prima che il seme sia maturo. Con la maturazione della frutta scompaiono lasciando spazio agli aromi piacevoli, che al contrario servono per incoraggiare gli animali. Affinché avvenga questo processo in genere la frutta deve essere ancora sull’albero.
– Dolcezza: dovuta agli zuccheri semplici (saccarosio e fruttosio), ricavata dalla linfa o dalla trasformazione degli amidi.
– Succosità e morbidezza: un enzima specifico attacca la pectina presente nelle pareti delle cellule, causando una più facile rottura di queste che quindi rilasciano più facilmente l’acqua. Il frutto risulta così più morbido e succoso. In questo processo vengono utilizzati gli acidi del frutto, che di conseguenza assume un sapore meno acido.
– Colore: con la maturazione il colore della frutta diventa più luminoso e si forma sulla superficie del frutto una pellicola cerosa che impedisce la dispersione dell’acqua.
Il distacco del frutto dalla pianta è detto abscissione; ulteriore trasformazione che subisce il frutto è la fermentazione alcolicva che attira gli animali che si cibano di frutti. Questa fase è detta post-maturazione.
I frutti servono molto spesso per la disseminazione dei semi. In alcuni casi strutture quali sepali, foglie modificate o brattee che circondano il frutto facilitano la disseminazione. Qualsiasi parte distaccata di una pianta che serve per la disseminazione dei semi viene detta unità di disseminazione.

Tipi di frutto

Alcuni tipi di frutto (foto www.ceaniscemi.it)

Il seme

Il seme può essere definito come l’embrione allo stato latente, accompagnato da un tessuto nutritivo e ricoperto da uno o due tegumenti esterni. Il seme è dotato di strutture che comportano resistenza alla siccità e al freddo, capacità di sfuggire ad attacchi parassitari o ai succhi gastrici degli animali superiori e di strutture atte al trasporto in nuovi ambienti.
Il seme è costituito da tre strutture: embrione, endosperma e episperma (tessuti protettivi).
– Embrione: rappresenta la futura pianta derivata dallo sviluppo dello zigote. In esso sono riconoscibili una radichetta che è il primordio dell’apparato radicale, una piumetta che è l’apice del futuro fusto e una (nelle Monocotiledoni) due (nelle Dicotiledoni) o numerose (nelle Gimnosperme) foglie embrionali o cotiledoni. Tra la radichetta e l’inserzione dei cotiledoni è posto l’ipocotile, e tra i cotiledoni e le prime vere foglie è posto l’epicotile.
– Endosperma o tessuto nutritivo: è rappresentato da sostanze di riserva necessarie allo sviluppo del seme nella fase della germinazione. A spese dello sporofito genitore, l’endosperma si arricchisce di sostanze di riserva in proporzioni variabili a seconda delle specie. Nei cereali prevalgono i glucidi, nei legumi sono prevalenti le proteine, mentre i lipidi prevalgono nei semi di arachide e di colza. In molte dicotiledoni, nel corso dello sviluppo del seme le riserve vengono trasferite interamente ai cotiledoni e l’endosperma viene completamente riassorbito e non è presente nel seme maturo (semi cosiddetti esalbuminati).
– Episperma: è costituito da tegumenti che avvolgono e proteggono le strutture prima descritte dagli agenti atmosferici, per evitare l’eccessivo disseccamento o l’assorbimento di acqua o di altre sostanze; partecipa al controllo della germinazione contenendo sostanze inibitrici, deriva dai tegumenti dell’ovulo.

Semi di Monocotiledone e Dicotiledone (foto www.sapere.it)

Nelle Spermatofite il processo di morfogenesi che porta all’ individuo adulto non si verifica in continuità ma subisce un arresto allo stadio di embrione, che entra in uno stato quiescente (quiescenza). Da questo stadio riprenderà la crescita e lo sviluppo dopo un intervallo di tempo che può essere anche di mesi o di anni.

Dispersione (o disseminazione)
La dispersione dei semi è il processo naturale che permette la diffusione della specie, facilita l’occupazione di nuovi territori alla ricerca di condizioni ambientali più favorevoli, diminuendo la concorrenza tra le plantule.
Le specie in base alla modalità di disseminazione sono distinte in:
– Autocore: la dispersione è effettuata dal frutto senza bisogno di energie esterne; oltre alla caduta dei semi per gravità si può verificare anche la loro espulsione a distanza (disseminazione bolocora)
– Idrocore: la dispersione dei semi avviene per mezzo dell’acqua, ed è effettuata da frutti o semi che sono in grado di galleggiare per un certo periodo. In questo caso i frutti contengono aria al loro interno e la parte esterna è spesso impermeabile
– Anemocore: la dispersione è causata dal vento con semi leggeri e di piccole dimensioni, muniti di ali o altre appendici che facilitino il volo
– Zoocore: la dispersione avviene grazie agli animali.

Germinazione
La germinazione di un seme quiescente inizia con l’idratazione. Raggiunta una determinata soglia, variabile con le specie, il contenuto idrico rimane stabile per un periodo durante il quale non si osserva alcun cambiamento morfologico del seme. Proprio durante questo periodo si realizza la germinazione in senso stretto che si conclude quando l’apice della radice embrionale emerge dai tegumenti seminali. Da questo momento inizia la fase della crescita, della radice e del germoglio, caratterizzata da una intensificazione dell’assorbimento dell’acqua.

Le piante comunicano lo stress con una propria versione di sistema nervoso

In assenza di cervello, i vegetali hanno sviluppato un sofisticato sistema di allarme basato su segnali elettrochimici. Un esperimento a base di proteine fluorescenti e bruchi affamati ha rivelato come funziona.

Una larva di cavolaia minore (Pieris rapae) addenta e fagocita un pezzo di foglia: subito dopo, un’onda di luce si propaga in ciò che resta della pianta, come a segnalare l’attacco in corso. Il video che vedete è servito a dimostrare come funziona il sistema di allarme che le piante utilizzano per attivare meccanismi ormonali di difesa, ultimo baluardo contro i parassiti.

Si sapeva che – anche in assenza di cervello e sistema nervoso – questi organismi possono attivare un meccanismo di segnalazione che copre anche grandi distanze, e che la “ferita” di una foglia è sufficiente a innescare questa forma di comunicazione, di natura elettrochimica. Quello che non si sapeva è quali sostanze siano coinvolte, e in quale successione.

SADICO INTERRUTTORE. Il team nippo-statunitense che ha condotto l’esperimento, pubblicato su Science, ha scoperto che in gioco ci sono calcio e glutammato, le stesse sostanze implicate nella comunicazione di segnali nervosi nell’organismo animale. Il calcio era da subito un buon candidato. Si trova ovunque nelle cellule e segnala i cambiamenti ambientali trasmettendo un segnale elettrico. Ma è anche una sostanza difficile da tracciare, perché le sue concentrazioni cambiano di continuo.

Masatsugu Toyota dell’Università di Saitama, in Giappone, e Simoin Gilroy, dell’Università del Wisconsin-Madison, hanno sviluppato piante che producono una proteina fluorescente soltanto in prossimità delle concentrazioni di calcio. Quindi, hanno sottoposto le poverette a morsi di bruchi, tagli e altre dolorose “ferite”.

LUCI DI EMERGENZA. I video hanno mostrato le piante “illuminarsi” con onde di luce che partivano dal punto del danno inferto e si propagavano in un paio di minuti al resto del vegetale, muovendosi attraverso le concentrazioni di calcio. Il segnale si è spostato velocemente, alla velocità di circa un millimetro al secondo (ma comunque a una frazione della velocità degli impulsi nervosi).

Dopo pochi minuti, i livelli di un ormone difensivo sono saliti alle stelle anche nelle foglie distanti. Questa sostanza prepara i vegetali a futuri pericoli, per esempio alterando i meccanismi di crescita o aumentando il livello di sostanze tossiche per dissuadere i predatori.

L’ANELLO MANCANTE. Rimaneva da capire come armonizzare questa scoperta con gli studi passati, che hanno dimostrato che i segnali elettrici che innescano meccanismi di difesa nelle piante dipendono dai recettori per il glutammato, un amminoacido che è uno dei maggiori neurotrasmettitori negli animali e nelle piante. Si è visto infatti che le piante private di questi recettori perdono l’abilità di trasmettere segnali elettrici in risposta alle minacce.

REAZIONI A CATENA. Toyota e colleghi hanno dimostrato che le piante mancanti dei recettori per il glutammato, se ferite, mandano pochi segnali luminosi e in zone marginali: si pensa quindi che la ferita scateni il rilascio di glutammato il quale, a sua volta, attiva la produzione di calcio e il suo rilascio in tutta la pianta. Il calcio, infine, innesca il rilascio di ormoni difensivi.

La ricerca ha unito in modo organico decenni di studi sulla comunicazione di emergenza nelle piante. Anche se sembrano inerti, queste creature viventi hanno un modo dinamico e reattivo di prepararsi a futuri pericoli.

Fonte: rivista FOCUS

Wood wide web!

[FONTE]

Gli alberi cantano. Le piante si scambiano regali. I semi prendono decisioni. A sostenerlo non è qualche profeta del pensiero new age, ma una pattuglia di botanici che scrivono libri di successo e pubblicano studi su riviste prestigiose. La scienza dispone ormai di strumenti tecnologici avanzati per studiare la vita segreta delle piante. E noi cittadini urbani siamo abbastanza stanchi di smog e cemento da aver voglia di guardare le nostre amiche clorofilliane con occhi nuovi.

Esseri sociali

Provate per un attimo a «sentirla» la vita vegetale, come il barone rampante di Calvino che viveva in mezzo agli alberi. Non possono spostarsi, ma cambiare lentamente forma sì. Non hanno neuroni e non sono capaci di astrazioni, ma sono esseri sociali. Altro che stato vegetativo, le piante non sono immobili, passive né isolate come siamo abituati a figurarcele. Un lavoro pubblicato recentemente su Pnas sostiene che nei semi esistono cellule che decidono se germogliare, in modo simile a un gruppo di amici che si accorda per andare al cinema. Mentre è noto che la cosiddetta Venere acchiappamosche è capace di contare. La sua trappola non scatta al primo stimolo, aspetta altri contatti a intervalli ravvicinati, per ridurre il rischio di scattare a vuoto. Certo è solo un fenomeno elettrico, ma assomiglia a una computazione.

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Nouvelle vague verde

Se si scomoda la categoria dell’intelligenza vegetale gli studiosi classici finiscono per litigare con i biologi della nouvelle vague verde, che in Italia ha come capofila Stefano Mancuso. Ma su un punto gli studiosi sembrano d’accordo: la botanica sta attraversando una fase di vitalità dinamica. «Con gli approcci figli della genomica è possibile studiare la biodiversità delle molecole. Il linguaggio delle piante è chimico, si esprime nel metabolismo secondario e stiamo imparando a decifrarlo», spiega Renato Bruni, botanico dell’Università di Parma e autore di diversi libri tra cui Le piante son brutte bestie ed Erba volant. L’importante è stare attenti a non antropomorfizzare troppo. «La bellezza delle piante sta nell’essere diverse da noi, aliene», dice Bruni.

Tattiche efficaci

Sotto le foreste c’è una fitta trama di interazioni radicali che è stata soprannominata «wood wide web» come se fosse un’Internet del mondo vegetale. Questa rete consente il passaggio di molecole utili anche tra specie diverse come betulle e abeti, per accorgersene basta tracciarle radioattivamente. Se fossero persone, diremmo che si scambiano dei doni. Alcune tattiche di interazione sono risapute: le piante inviano messaggi seduttivi agli impollinatori, ripagando i loro servizi in nettare, mentre usano sostanze repellenti per tenere alla larga i predatori. Ma le sceneggiature si stanno facendo via via più complicate. Siccome i nemici dei nemici sono amici, quando si è sotto attacco può valere la pena di mostrarsi dolci per attirarli. In altri casi succede il contrario: lo zucchero può essere allontanato dalle foglie vicine a quelle morse da un bruco, per renderle meno appetibili. E se altre piante lì vicino captano nell’aria il segnale d’allarme, meglio per loro: sono avvisate e mezze salvate.

Suoni nella foresta

Fra le scoperte che colpiscono l’immaginazione c’è il fatto che le conifere, in condizioni di siccità, emettono dei suoni per un fenomeno fisico legato al movimento dei fluidi (cavitazione). La musica degli alberi è affascinante, anche se questi schiocchi sono segnali di difficoltà e attirano parassiti pronti a sfruttare l’occasione. Le letture belligeranti comunque sono riduttive, sostiene la rivista Nature Plants. Le piante a volte avviano negoziati con parassiti e patogeni, più che campagne militari. E in fondo è proprio questo che ci piace: che si stringano alleanze tra piante e microrganismi e anche tra piante compagne. «Dopo tanti documentari sulla lotta per la sopravvivenza, con la gazzella che deve correre più veloce del leone, abbiamo la possibilità di una narrazione alternativa. Più amichevole, incentrata sulla cooperazione», conclude Bruni