LE “VERDURE”

Fisiologia comparata e finalità biologica delle altre strutture vegetali: foglie, fusti, radici, fiori, ecc., cioè le cosiddette “verdure”, quindi, finalità biologica delle “verdure”

Per la comprensione di questo articolo, leggere quello introduttivo alla fisiologia comparata applicata alla specie umana.

Per quanto riguarda le cosiddette “verdure” (come lattuga, cavoli, finocchi, carote, patate, cavolfiore, ecc.), vale lo stesso identico discorso fatto sui semi: non hanno una finalità biologica alimentare, cioè non sono state fatte dalla natura per essere mangiate (come il frutto), in quanto la finalità biologica di una “verdura” (che non è altro che una pianta erbacea) è la sua stessa vita.

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E, infatti, ogni pianta, come qualsiasi essere vivente, addirittura fa di tutto non solo per salvarsi la vita (come quando gli strappiamo le radici o strutture simili, come nel caso, ad esempio, di carote, ravanelli, patate, ecc.), ma anche per non farsi amputare anche uno solo qualsiasi dei suoi organi (come, ad esempio, quando tagliamo il fusto di una pianta di lattuga o di cavolo per prendergli le foglie, che sono non solo i suoi polmoni ma addirittura la struttura più importante di quell’intera pianta erbacea): cioè, ogni pianta mette nei suoi tessuti le stesse sostanze secondarie altamente tossiche (specialmente quelle killer) che mette nei semi per difendere i suoi figli, proprio solo ed esclusivamente (come per i semi) con l’unico e preciso scopo di uccidere (o come minimo danneggiare di molto) l’eventuale animale, compreso l’uomo, che si azzardasse minimamente a mangiarne.

Le “verdure” sono al limite “cibo” per animali erbivori, ad esempio, cibo per capre, e non per la specie umana, che ha una struttura digerente, sai anatomica che fisiologica, estremamente diversa

Le uniche specie animali che riescono, anche se molto parzialmente, ad attutire l’impatto violento delle sostanze secondarie (come per i semi, l’animale, compreso l’uomo, se ne accorge poco nell’immediato, ma le sue cellule moltissimo), e delle altre caratteristiche negative delle cosiddette “verdure” a livello nutrizionale, sono appunto gli animali erbivori, che, però, hanno una struttura digerente anatomicamente e fisiologicamente estremamente diversa dalla nostra.

-Innanzi tutto hanno una dentatura enormemente diversa dalla nostra: come abbiamo visto nella sezione relativa all’anatomia comparata, gli erbivori hanno una dentatura selenodonta, (addirittura anche a “raspa”) capace di una macerazione meccanica opportuna della pianta erbacea, e capace anche di lavorare le fibre di cellulosa in modo tale da poter essere digerite successivamente, cosa che noi con la nostra dentatura bunodonta non possiamo fare.

-I molari selenodonti degli erbivori, sempre in maniera del tutto opposta ai nostri molari bunodonti, sono a crescita assolutamente continua.

La mascella è strutturata per basculazione masticatoria accentuatissima e latero-rotatoria (sempre in maniera estremamente diversa dalla specie umana, in cui la mascella, come abbiamo visto, è strutturata per una basculazione masticatoria che non solo è leggerissima e solo laterale ma assolutamente non rotatoria) proprio per permettere ai molari selenodonti (e non bunodonti come quelli umani), e specialmente alle cuspidi a mezzaluna disposte proprio come una “raspa” efficacissima, di procedere con un’azione biomeccanica sulla struttura delle fibre cellulosiche che consente l’indispensabile persino triturazione finissima della pianta erbacea.

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Una volta giunta la pianta erbacea modificata, nello stomaco (NEL CASO DEI RUMINANTI GLI STOMACI SONO ADDIRITTURA 4), l’erbivoro ha, poi, esattamente l’enzima che serve per digerire la cellulosa, cioè la cellulasi, enzima che alla nostra specie, mancando assolutamente, dimostra (ancora una volta, ed insieme a tantissime altre caratteristiche fisiologiche) che non possiamo essere nemmeno erbivori, e, di conseguenza, la specie umana non è anatomo-fisiologicamente adatta nemmeno alle cosiddette “verdure”. Ma la struttura della cellulosa è talmente energeticamente coesiva che addirittura l’enzima cellulasi non è sufficiente, e per questo motivo gli erbivori, nel loro sistema digerente, hanno una tipologia particolare di batteri (che, ancora una volta, la specie umana non possiede) che aiutano in continuazione alla scissione molecolare della cellulosa.

Dopo queste, che sono solamente alcune delle enormi differenze tra un sistema digerente adatto alle “verdure” e quello della specie umana, come fase successiva, la pianta erbacea, così modificata, deve passare attraverso una struttura enterica ancora estremamente differente. Infatti, ad esempio, la digestione delle piante erbacee ha successivamente bisogno anche, appunto, di una complessa fase di digestione enterica, che può avvenire solo in un intestino a fisiologia erbivora, che, inoltre, deve avere una lunghezza di oltre 24 volte la lunghezza del tronco (anche questo del tutto contrariamente a quello umano, il cui intestino, oltre a possedere una fisiologia assolutamente tipica dell’animale fruttivoro, è lungo solo 13 volte la lunghezza del tronco).

Le enormi differenze continuano, poi, dallo stesso intestino fino a tutti gli altri organi e settori anatomo-fisiologici del sistema digerente, come nel fegato, nella funzionalità pancreatica, ecc.

Dunque, le “verdure” sono al limite “cibo” per animali erbivori, ad esempio, “cibo” per capre, non per la specie umana, che, ancora una volta, ha una struttura digerente, sia anatomica che fisiologica, addirittura del tutto estremamente diversa, non solo fino al minimo dettaglio biochimico, ma persino biofisico.

Conclusione scientifica della fisiologia comparata

E’ ovvio, quindi, anche alla luce delle conclusioni scientifiche sperimentali, non solo della paleoantropologia, dell’anatomia comparata e della morfologia funzionale comparata fitozoologica, ma addirittura anche della fisiologia comparata, che se un uomo (cioè un individuo appartenente ad una specie a struttura anatomica e fisiologica assolutamente fruttivora, in particolare esattamente malivora, come quella umana) introduce nel suo organismo oltre a “cibo” per cani (“carne”), a “cibo” per gatti (“pesce”), a “cibo” per serpenti (“uova”), a cibo per lattanti (persino di altre specie), (latte o, peggio, suoi derivati), a cibo per insetti (miele) anche “cibo” per galline (cereali, legumi, ecc.), “cibo” per scoiattoli (semi oleosi, ecc.), e “cibo” per capre (le cosiddette “verdure”), non può certo pretendere di essere in benché minima salute, specialmente dopo alcuni anni (come si vede meglio anche negli articoli relativi alla scienza dell’alimentazione moderna, patologia moderna e terapeutica moderna).

La città, sepolcro delle intuizioni

Tremendo riscoprire, in luoghi salubri e ossigenati dai nostri ex-fratelli animali vegetali, quanto effettivamente oppressa e soffocata fosse la vita nel mezzo del cemento, smog e altra accozzaglia di vergogne innominabili perché non degne di noi specie umana. Basta davvero poco per ristabilire una fisiologia più normale, allontanandosi da certe mega-carie che non hanno nulla da offrire se non sofferenza (o, al limite, un po’ di speranze in negativo), riabbracciando col respiro l’intorno, nutrendoci di ciò per cui siamo stati creati, ritornando ad amarci e a rispettarci. Quanto mi sembra assurdo che nessuno riesca più a ricordare come il mondo sia un organismo, e che il termine “cellula” sia sbagliato. Ripristinata la connessione, la simbiosi che ci rende vivi e coscienti, si avvia anche il flusso spontaneo delle intuizioni, non altro da semplici disvelamenti della natura (aletheia), che ci paiono “cose” così semplici e banali da farci sorridere per i “nostri” comportamenti adulatori nei confronti di tali fenomeni testimoniati magari da qualche pensatore del passato (e più passato è meglio è, dato che qui la puzza aumenta miserabilmente, e con essa l’intossicazione cronico-cumulativa del sempre più biologicamente degenerato, meno originale e deviato genere umano), come ad esempio Newton che appunto scoprì , svelò la legge della gravitazione universale quando un frutto gli cadde in testa sotto al melo, o così si dice. Quanti ancora hanno il coraggio e la decenza di fermarsi un po’ a riflettere immersi o almeno più vicini alla natura (quella non corrotta dall’interruzione del flegma e dalla violenza reprimente la spontaneità della magia cosmica)? Riflettere significa esattamente quello che dice la stessa parola, ovvero lasciare che l’ambiente entri in noi, fare l’amore con lui tramite la nostra capacità di percepirlo (da per capere) e quindi assumerlo, lasciare che esso entri, senza alcuna fretta, inglobarlo e poi spontaneamente appunto emanarlo: l’illuminazione altro non è che questo… L’attività (termine corretto solo per certi aspetti) intuitiva è la più alta secondo anche vari filosofi del passato, come ad esempio Spinoza, o John Locke, che la ritenevano maggiormente propedeutica alla vera conoscenza ancor più del ragionamento. È un’attività che lascia dischiudere, coi suoi tempi, l’Essere, che non lo rincorre con tracotanza, che non vuole acchiapparlo. É come abbronzarsi. Ed è rigenerante, non è stressante. Tutte le idee più “geniali” sono in realtà semplici squarci del velo di maya, attraverso cui ci è dato per un po’ non un privilegio (alziamo un po’ più la testa, stimiamo di più il nostro meraviglioso ruolo in questo mondo) ma il frutto di un incantevole gioco musicale fra le presunte parti (mente-mondo), la normale, e ribadiamo normale espansione semi-volontaria delle percezioni (così come un frutto è l’ingrossamento dell’ovario di un fiore, e fa da sé, e tanto più è curato pazientemente, ma con pochi e semplici accorgimenti, maggiore sarà il suo gusto e la sua bellezza).

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La perversione, l’errore, il male altro non sono che risultato di repressioni di musiche che vorrebbero evenire spontanee e in libertà, e che invece vengono costrette all’alterazione (tutte le costrizioni alterano). È chiaro, limpido come il mare siciliano alle sei di mattina di una giornata estiva, che più si tenta di dominare, più la natura si ritrae da noi, lasciandoci a secco, depressi (la depressione è un semplice decadimento di connessione neuronale, ovvero neurotrasmettitoriale), stupidi, smarriti. É già tutto qui, dobbiamo solo avere il coraggio di aprire gli occhi e di uscire dall’apnea, perché sebbene all’inizio faccia girare un po’ la testa, e sebbene possano bruciare un poco i nostri occhi, presto (molto presto) non potremo che seraficamente, beatamente e lietamente ritornare a sorridere.

Tagliatelle di cetriolo con salsa halloween

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Tagliatelle di cetriolo con condimento frullato bene di 50%zucca (preferire quella tonda grande di halloween); 20% avocado; 20% olio d’oliva denocciolato; 10% di pomodoro secco con sale per chi ancora ha i gusti pervertiti o essiccato solamente o addirittura fresco per chi ha le papille gustative ormai disintossicate, a scelta.

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Facoltativa aggiunta della paprika dolce o saporita fruttariana (peperone completamente secco frullato fino a diventare polvere nel primo caso, nell’altro peperone immerso in olio denocciolato bio e poi completamente essiccato e frullato allo stesso modo); oppure della PANCETTA FRUTTARIANA : pezzetti a cubetto di pomodoro secco.

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Oppure direttamente aggiungere del pomodoro datterino fresco, come da foto.

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[Ricordiamo che spesso si usano nomi di ricette o ingredienti analoghi non fruttariani per la fondamentale gradualitá psicologica]

La prima fonte di nutrimento per le nostre cellule

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Ricordiamoci sempre che, al di là di ogni alimentazione condotta, la prima fonte di nutrimento in assoluto è l’amore di chi ci sta vicino e il nostro nei suoi confronti.  Parlo anche a livello biochimico. Proprio in quanto l’amore è energia, esattamente come lo sono le onde elettromagnetiche che compongono gli innumerevoli miliardi di particelle che costituiscono il nostro materiale organico.

Spaghetti fruttariani con pesto delicato di zucca

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Ingredienti per una porzione abbondante:

1 cetriolo grande (meglio il tipo stretto e lungo Burpless tasty green) tagliato a spaghetti con strumento apposito (spiromat o spiralix, o analoghi).

Pesto delicato di zucca: frullare a velocità media un 40% di zucca, dopo averla tagliata a tocchetti, un 20% lasciarlo con la buccia (preferire quella arancione a grinze larghe); 20% avocado, 30% pomodori e pomodorini privati dei semi, ma filtrare il succo in modo da poterlo aggiungere nel frullatore (è importante per rendere più saporito il condimento, oltre che per le sue proprietà nutrizionali); 10% di olio d’oliva denocciolato bio.

Aggiunta finale facoltativa (ma è fortemente consigliato) del parmigiano fruttariano (melanzana tonda, oppure melanzana striata tagliata a fettine sottili, essiccata 4 ore a circa 42° e poi frullata).

L’esperimento della banana

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Un gruppo di scienziati rinchiude 5 scimmie in una gabbia e mette nel mezzo una scala e un casco di banane in cima.

-ESPERIMENTO, PRIMA PARTE.

Nel 1967 il Dott. Stephenson ha condotto un esperimento in cui erano coinvolte 10 scimmie, una gabbia, una banana, una scala e uno spruzzatore di acqua gelata.Stephenson rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All’interno della gabbia mette una scala e sulla scala un casco di banane.

Le scimmie si accorgono immediatamente delle banane e una di loro si arrampica sulla scala. Appena lo fa, però, lo sperimentatore la spruzza con dell’acqua gelida. Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie.

La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate, al freddo e disorientate. Presto però la tentazione delle banane è troppo forte e un’altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore spruzza l’ambiziosa scimmia e le sue compagne con l’acqua gelata. Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane le altre scimmie, volendo evitare di essere spruzzate, la tirano via dalla scala malmenandola. Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.

La seconda parte dell’ esperimento prevede l’introduzione di una nuova scimmia nella gabbia. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle. Ma le altre scimmie, conoscendo l’esito, la obbligano a scendere e la picchiano. Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a mangiare la banana senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non potesse farlo.

A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, è stata sostituita con una nuova. Il nuovo gruppo era composto da 3 delle scimmie iniziali (che sapevano perché non tentare di prendere la banana), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.

Qui la storia si fa interessante. La scimmia nuova, come previsto, tenta di raggiungere la banana. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di raggiungere il frutto senza che il ricercatore dovesse spruzzare dell’acqua.Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata spruzzata ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata afferrasse la banana.

LA CONCLUSIONE DELL’ ESPERIMENTO

La procedura della sostituzione delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove”, che non sono mai state spruzzate con l’acqua.
L’ultima arrivata tenta naturalmente di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono: nessuna di esse però conosce il motivo del divieto!

Stephenson descrive l’atteggiamento inquisitore dell’ultima scimmia arrivata, come se cercasse di capire il perché del divieto di mangiare quella banana così invitante. Nel suo racconto le altre scimmie si sono guardate tra loro, quasi a cercare questa risposta. Il problema è che nessuna delle scimmie presenti la conosceva, perché nessuna era stata punita dallo sperimentatore per averci provato, era stato il gruppo a opporsi.
Una nuova regola era stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni erano scomparse con la scomparsa del gruppo che l’aveva appresa.

Se fosse stato possibile chiedere alle scimmie perché picchiavano le compagne che provavano a salire sulla scala, la risposta sarebbe stata più o meno questa: ” Non lo so, è così che si fa da queste parti!” Suona familiare?

Non smettere di indagare, di chiedere, di trovare nuovi paradigmi. Spesso il nostro modo di agire è solo il frutto di azioni che ripetiamo perché l’abbiamo visto fare da altri, senza sapere bene il perché. Cambiate le vostre abitudini. Non abbiate paura. Sfuggite al più grande esperimento sociale mai visto nella storia, quello di consumare quello che altri (gli sperimentatori) vogliono che consumiamo, quello di evitare che ci poniamo domande, che troviamo nuove soluzioni per vecchi problemi.

Bibliografia
Stephenson, G. R. (1967). Cultural acquisition of a specific learned response among rhesus monkeys. In: Starek, D., Schneider, R., and Kuhn, H. J. (eds.), Progress in Primatology, Stuttgart: Fischer, pp. 279-288.

[tratto da http://www.dionidream.com/the-banana-experiment/]

Istinto? Calma…

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Data la natura estremamente perfezionata sul monotrofismo malivoro della nostra specie, mi sono anche personalmente reso conto che l’aspetto istintologico umano viene del tutto pervertito (anche se in modo certamente più o meno incisivo a seconda delle fasi alimentari condotte), appena si esce anche di pochissimo dalla mela, persino cambiando varietà dalla rossa Stark.

Quindi, finché non si è abbastanza puliti (almeno uno o due giorni di M1) si ha bisogno, anche nelle fasi fruttariane, di pianificare le giornate e dominare certe istintive manifestazioni (sia di tipo attitudinale, caratteriali, ma anche fisiche come pigrizia, tendenza al disordine, farsi la barba, come ci si veste, ecc.), che invece, del tutto al contrario, con il melarismo si auto-regolano perfettamente da sé. Questo è fondamentale sia per la salute (sport-dieta, ecc.) sia per la vita (ruolo sociale, reazioni emotive ecc.) Fuori dalla mela ogni uomo sarà costretto a sforzarsi e ad “alienarsi” dai propri istinti per capire cosa è giusto e cosa non lo è (per se stesso e per gli altri), a mele questo non è per nulla necessario, ma anzi viene del tutto automatico. Questo spiegherebbe anche molto bene il motivo per cui, dal punto di vista sociologico, l’uomo è forse l’animale che, per ricercare cosa sia meglio per la sua natura, negli ultimi millenni più ha deciso di allontanarsi dai propri istinti corporei rispetto a qualsiasi altro, costruendosi schemi astratti di moralità a cui forzatamente costringersi, probabilmente sotto sotto cosciente di quel velo di maya costituito dalla corruzione trofica originaria (il peccato originale), che è andato via via sempre più ispessendosi introducendo nel tempo elementi ecosistemici sempre meno adatti alla nostra fisiologia fruttivoro-malivora. Il ruolo dei neuroni mirror, è stato ancora, nel corso della storia, anche e soprattutto in questo, preponderante, e ci ha permesso, nonostante la variazione alimentare estrema, di mantenere ancora quel minimo di dignità che, per questioni evolutive, Madre Natura non può assolutamente permettere che ci scordiamo.