Vivi e vegeta!

vivi e vegeta a fumetti Gli animali antropomorfi sono un classico nei fumetti e nei cartoni animati, basta pensare ai celebri personaggi della Disney: abbiamo visto bestie di ogni specie vivere avventure e gag. Molto più raro invece imbattersi in piante parlanti, come succede in Vivi e vegeta, lo splendido fumetto noir di cui vi voglio parlare.

Vivi e vegeta è una graphic novel molto originale, scritta da Francesco Savino e disegnata da Stefano Simeone, che parte dall’idea che le piante si siano rifugiate in un loro mondo per sfuggire alle crudeltà degli esseri umani.

Non si tratta di un fumetto per bambini: definito fin dalla copertina un “noir vegetariano” racconta una storia a tinte cupe e pulp, ma anche ricca di ironia. Il protagonista è il cactus Carl, che arriva nel distretto dei fiori alla ricerca della sua fidanzata scomparsa. Tra spietati girasoli killer, un tulipano tossicodipendente, una viola del pensiero e una misteriosa serra si dipana una trama avvincente. Nel racconto incontriamo anche un combattivo gruppo di ortaggi, nei panni di una banda di bikers senza troppi scrupoli.

il cactus carl, protagonista del fumetto.

Il fumetto è scritto molto bene: come ogni noir che si rispetti ci sono dialoghi incisivi, una trama serrata in cui non mancano suspence e colpi di scena. L’originalità dei protagonisti vegetali e i giochi di parole nella scrittura divertono il lettore. Sul finale non si può dir nulla per evitare spoiler, ma certo non deluderà le aspettative. Gli esseri umani aleggiano come una minaccia latente, vengono citati ma restano assenti nella storia. Il nostro rapporto con la natura poteva essere un tema portante ma sarebbe stato troppo scontato, resta sullo sfondo ed è ancora più presente in questo modo, non manca di far riflettere, anche con l’arma dell’ironia graffiante.

I disegni di Stefano Simeone alzano il tiro e apportano un valore aggiunto con un tratto veloce perfettamente funzionale al racconto e una colorazione che usa le tonalità per rendere le atmosfere della storia. Le piante antropomorfe sono studiate molto bene, coniugando linee sintetiche e dettagli peculiari che rendono riconoscibile la specie vegetale di ogni personaggio.

ortaggi

Nato come web comics pluripremiato oggi Vivi e vegeta è anche disponibile in edizione cartacea, pubblicato dalla Bao Publishing. Il volume si chiude con una piacevole storia natalizia disegnata da Nicoletta Baldari, si torna all’ambientazione vegetale rivista da uno stile grafico e narrativo completamente differente.

[FONTE]

Fruttaliani, Fruttariani e armonia alimentare

Armando D’Elia scriveva:

Mi piace  immaginare gli attuali oltre 5 miliardi di uomini disposti su una lunghissima scala, ogni gradino della quale occupato da un essere umano. Oltre cinque miliardi di scalini. Tutti questi uomini sono impegnati nel “viaggio di ritorno all’alimentazione naturale”, un viaggio lunghissimo che dura già da diverso tempo.

Ogni gradino rappresenta il punto al quale, l’uomo che lo occupa, è giunto nel faticoso recupero di tale alimentazione.

Questo recupero si dimostra faticoso in quanto l’uomo deve superare pregiudizi, forza delle abitudini errate, ostilità, conformismi, suggestioni, tentazioni, disinformazione, cedimenti della volontà. Tuttavia ogni cosa è in movimento e il ragionamento completato e sostenuto dalla motivazione etica, subentrato al posto del soffocato istinto, fa perseverare l’uomo nell’azione di bonifica della propria alimentazione.

In base a ciò che un individuo realizza, sia pur un modesto o anche modestissimo progresso alimentare o etico, passa da un gradino a quello superiore e poi da questo ad un altro ancora più alto, e così ancora. Mi piace anche pensare che le zone terminali superiori della scala siano occupate dai fruttariani, che sono riusciti a coniugare nell’alimento la massima etica con l’optimum dei bisogni naturali nutrizionali dell’individuo, essendo il frutto carnoso e dolce l’unico alimento biologicamente adatto all’uomo.

Tutti siamo così impegnati, chi velocemente e chi lentamente, a liberarci da una alimentazione irrazionale, anti-naturale e cruenta che ci ha portato solo violenza, infelicità, odio, sofferenza dovuta a malattie, morte prematura, guerra, ecc.

Siamo quindi tutti in viaggio, un viaggio lunghissimo. Più alto è il gradino occupato in questa scala da ognuno di noi, tanto più grande deve essere la pazienza e la comprensione nei riguardi di chi è ancora indietro e che dobbiamo aiutare a salire, con amore, tenendo a mente che c’è chi sta più avanti di noi e dal quale possiamo apprendere, con umiltà e riconoscenza. ”

amore-universale

Esistono differenze  a volte abissali in questo pianeta sull’alimentazione, differenze che condizionano gran parte delle nostre vite. Ne ho viste e ne vedo tutt’ora, anche all’interno di alcuni gruppi di definizione alimentare come vegetariani, vegan, crudisti e fruttariani.

Ho sentito persone definirsi vegetariani pur affermando “ma ogni tanto però il pesce lo mangio” ( ? ), e mi sono domandato quale ne fosse il senso e se non fosse forse più corretto definirsi “quasi” vegetariani. Stessa cosa per i vegani che ogni tanto bevono latte, anche in questo caso non sarebbe meglio dire quasi vegan? O stessa cosa per i fruttariani che mangiano semi o saltuariamente altri alimenti, vivono in città e quindi non sono simbiotici con la natura come dovrebbero essere, in quanto nel purismo fruttariano simbiotico dovresti cogliere i frutti appena maturi dall’albero e gettare poi lontano i loro semi per favorire la riproduzione della pianta, cosa che in città è molto difficile da attuare, se non impossibile.

Ognuno è libero di classificarsi come meglio crede, ma non dovrebbero esserci gare per affermare che una cosa è meglio di un’altra o che uno sta superando l’altro nella scala alimentare e penso anche sia meglio definirsi ”quasi”  piuttosto che sentirsi incoerenti, ma ovviamente questo rimane semplicemente un mio punto di vista. Il “quasi”,  è sì per un fatto di coerenza, ma anche per una reale valutazione di se stessi,  utile per essere pienamente coscienti del proprio livello effettivo , e così poter procedere oltre, perché se ci si definisce vegan e non lo si è, difficilmente riusciremo ad andare avanti dato che non abbiamo ancora realmente raggiunto il livello alimentare con cui ci definiamo.

Io la vedo come D’Elia, ci sono molti livelli e ognuno dovrebbe apprendere da quello che gli sta davanti ed essere umile e comprensivo con chi gli sta dietro. Essere avanti ad altri comporta la responsabilità e il dovere di aiutare chi non è ancora arrivato a quel grado di benessere. Se poi qualcuno fa un piccolo sgarro alimentare perché ne sente il bisogno per la propria evoluzione ed esperienza, si deve essere tolleranti… infondo siamo tutti fratelli.

Mi ricordo a tal proposito un filosofo che disse:

 Una persona è di valore nella misura in cui è di  aiuto per gli altri.”

Se quell’aiuto è dato con amore e rispetto, aggiungo io, ci troviamo di fronte ad uno spirito veramente elevato.

Ho riflettuto su un utilizzo diverso delle parole per raggiungere una nuova definizione con cui potermi sentire a mio agio. Finora mi sono considerato orgogliosamente un ehretista, in seguito al sostenere ed applicare con successo il sistema di guarigione derivato dagli studi ed esperienze del prof. Arnold Ehret. Tuttora  lo sono nel cuore ma la definizione di ehretista è troppo generica, include i tanti stadi della transizione dove ci può essere un ehretista vegan così come un ehretista fruttariano. Per chiarezza  ci terrei a dire che come nutrizione sono un fruttaliano (con la l), che corrisponde più o meno a un  ehretista fruttariano che applica ancora molti dei principi della transizione .

Esplicando meglio questo mio concetto, direi che un fruttaliano è colui che attraverso l’alimentazione ricerca benessere e salute vivendo in mezzo agli altri con serenità,  cercando di essere un  buon esempio con i fatti oltre che con le parole. In tutto questo rispettando la socialità e la vita in ogni sua forma, alla continua ricerca dell’armonia e della tolleranza, dell’allegria e della spensieratezza.

Un fruttaliano è un ehretista avanzato, che ha pulito il proprio corpo al 80/90% e che si occupa dei dettagli per raggiungere un sempre maggior benessere, inteso come forma d’esistenza più utile alla società.

Un Fruttaliano è elastico e non rigido, sia nei pensieri che nel corpo,  e crede che mangiare solo frutta sia la soluzione a molti dei problemi esistenti su questo pianeta , ma sa anche che il cammino è lungo e complesso e lo potrà realizzare solo se rispetta le scelte altrui, difendendo le proprie con comprensione verso la diversità.

Un Fruttaliano rispetta le regole, ma crede che le migliori siano quelle naturali dell’amore e della fratellanza e si impone una disciplina morbida, non rigida come quelle di una religione. Si perdona se sbaglia, chiede scusa quando commette un errore ed è pronto a ricominciare correggendosi e imparando cose nuove da chi è più evoluto rispetto a lui.

Un fruttaliano fa il possibile per migliorare se stesso così come l’ambiente che lo circonda.

Un fruttaliano non si lamenta, ma comunica proposte costruttive ed edificanti, mostrandosi soddisfatto di ciò che ha in ogni momento della sua vita.

Un fruttaliano segue la “decrescita felice, cioè consuma e inquina di meno per un ambiente terrestre sempre più a misura d’uomo.

Un fruttaliano aiuta chi si trova indietro e apprende con umiltà da chi gli sta avanti nella scala evolutiva.

Un fruttaliano utilizza la forma più empatica per rapportarsi con gli altri e cerca di dare esempio di intelligenza e saggezza.

Questa è la descrizione che ha inspirato  il nome del sito”Fruttalia” o forse chissà, è stato il nome del sito ad ispirare questa mia definizione. E’ ancora parziale e  in continua trasformazione verso un espressione sempre più semplice , verso quell’essenza che ci fa sentire parte di un gruppo di persone che vivono in armonia con se stesse e gli altri, anche se differenti da loro per idee, razza, credo, pensiero politico e religioso.

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Mangiare carne è moralmente accettabile oggi? Intervista al filosofo Thomas Lepeltier

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È moralmente accettabile, al giorno d’oggi, consumare carne e prodotti di origine animale? Lo abbiamo chiesto al filosofo vegan Thomas Lepeltier.

“Menti non umane”: questo è il tema del convegno che è tenuto sabato 29 e domenica 30 ottobre 2016 a Bologna, presso i Portici Hotel, in via dell’Indipendenza 69. Filosofi e pensatori contemporanei discuteranno di un tema che affascina da sempre scienziati e intellettuali: in cosa la mente umana è diversa da quella animale? Queste differenze bastano per giustificare l’antropocentrismo moderno? Per l’occasione noi di Vegolosi.it abbiamo contattato Thomas Lepeltier, filosofo vegan (che parteciperà all’evento con il tema “Proteggere l’ambiente o proteggere gli animali?”) e autore di diverse pubblicazioni – tra cui “La rivoluzione vegetariana” – per fargli qualche domanda riguardo al tema della “filosofia vegan”.

Mr Lepeltier, lei è un filosofo vegano ma anche un attivista per i diritti degli animali: perché pensa che sia importante essere vegani, oggi?
Prima di tutto vorrei chiarire che personalmente non sono un attivista nel vero senso della parola, dal momento che non trascorro molto tempo – non abbastanza, comunque – tra manifestazioni, distribuzione di volantini o nella partecipazione in campagne per la difesa dei diritti animali. Trascorro molto più tempo a scrivere articoli o libri o a tenere conferenze: questo è il mio modo di cercare di cambiare la società. Per quanto riguarda l’essere vegan, credo che si tratti di un imperativo morale. Se una persona non vuole che gli animali vengano sfruttati per il nostro piacere, quella stessa persona non dovrebbe nemmeno consumare i prodotti di questo sfruttamento: è così semplice…

Qual è la sua definizione di “filosofia vegetariana”?
Credo che sia meglio parlare di “filosofia vegana”. Per prima cosa, intendiamo una filosofia che promuova la non violenza ogni qual volta sia possibile farlo. Dato per certo che possiamo vivere facilmente senza sfruttamento degli animali – senza allevarli e ucciderli perché diventino il nostro cibo, i nostri abiti o forme di intrattenimento – non c’è alcuna ragione per cui l’uomo continui a infliggere violenza su queste creature indifese. Il punto è che avere il diritto di non essere sfruttati non dovrebbe dipendere dalla propria abilità nel parlare, dal fatto che si abbiano due o quattro zampe o dalla propria abilità di respirare nell’acqua o fuori da essa. Tutti gli esseri senzienti dovrebbero vedere rispettati i propri diritti fondamentali: i “filosofi vegani” cercano semplicemente giustizia per tutti gli animali. Ma non è solo questo, un “filosofo vegano” denuncia qualsiasi discriminazione, anche tra gli uomini: il sesso, l’orientamento sessuale, il colore della pelle e il luogo di nascita non devono e non possono diventare un criterio di identificazione morale. In conclusione, direi che una “filosofia vegana” promuova la non violenza e l’uguaglianza tra tutti gli esseri viventi.

Crede che il consumo di carne sia moralmente accettabile nella nostra società?
No, non è moralmente accettabile perché non possiamo più torturare e uccidere esseri senzienti semplicemente per soddisfare i nostri bisogni. E credo che sia ancora meno accettabile se tutto ciò avviene nei paesi sviluppati, dove è davvero semplice evitare il consumo di carne. Ci sono centinaia di piatti deliziosi che non prevedano l’utilizzo di derivati animali e, se la scusa fosse di non saper cucinare piatti vegan, vorrei ricordare che esistono centinaia di siti internet e sempre più libri sull’argomento. Quindi non ci sono scuse: vegan si può e si deve. Vorrei anche aggiungere che al giorno d’oggi tutti noi siamo consapevoli della crudeltà che si cela dietro l’industria della carne. Fino a qualche decennio fa, la gente poteva ancora avere una visione ingenua e idealistica di come gli animali fossero allevati e poi macellati: volendo, si poteva ancora credere che gli animali negli allevamenti fossero felici e che la loro morte fosse dolce e indolore, ma oggi non è più possibile, perché ci sono centinaia di articoli, libri e documentari che testimoniano le crudeltà che hanno luogo ogni giorno negli allevamenti. In questo contesto, il consumo di carne diventa ancora decisamente meno accettabile.

Secondo lei il concetto di “etica” si può trasmettere attraverso libri, conferenze o documentari?
Direi che ci sono molteplici modi per trasmettere il concetto basilare di etica, perché non si tratta di un principio difficile da comprendere e, in realtà, è già presente nella maggior parte delle persone: quasi tutti, infatti, affermano di non accettare che gli animali siano torturati per puro divertimento. Questo rifiuto è abbastanza per poter diventare vegani. Purtroppo, però, al giorno d’oggi solo una piccola percentuale delle persone applica questo principio alla propria vita quotidiana, mentre gli altri difficilmente sono coerenti con il proprio pensiero: non vogliono che gli animali siano torturati ma partecipano a queste torture, nonostante sia piuttosto semplice non farlo. E per rendere le persone consapevoli di questa contraddizione possiamo servirci di libri, conferenze o documentari; credo che l’importante sia raggiungere il proprio scopo e che qualsiasi metodo utilizzato – purché non violento – sia il benvenuto per convincere le persone a fermare la propria complicità nello sfruttamento animale.

Cosa ci dice, invece, dell’empatia? Crede che la si possa imparare o che sia solamente qualcosa di innato?
Alcune persone sembrano avere una maggiore empatia di altre ma questo non ci deve stupire, dal momento che che siamo tutti diversi. Ma non c’è davvero nessuna ragione per cui si debba pensare che l’empatia non si possa apprendere; ci sono tanti modi per farlo, tante strade per prendere in maggiore considerazione la sofferenza di altri esseri senzienti. Certamente, in tutto questo le emozioni giocano un ruolo fondamentale: trascorrere del tempo con gli animali e imparare di più sul loro conto può certamente essere un buon metodo per sviluppare la nostra empatia verso di loro. Ma a volte non basta: l’empatia può avere volti differenti ed è qualcosa di totalmente arbitrario, così che per qualcuno risulti normale amare un cane ma nutrirsi con la carne di una mucca, ma non il contrario (cosa che accade, per esempio, in Europa e nel Nord America). Per combattere questa arbitrarietà bisogna pensare razionalmente: attraverso la “filosofia vegana” la gente può imparare che cibarsi di una mucca sia crudele tanto quanto mangiare carne di cane e che questi animali hanno lo stesso diritto di vivere. Questi pensieri, spinti un po’ oltre e ampliati a tutti gli animali, ci portano inevitabilmente a essere vegani.

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Otium cum dignitate

È diventato pensiero comune che il lavoro sia un “valore”; se accettiamo questa logica, risulta ovvio che chi vuol lavorare, ovvero accedere al “valore”, debba pagare. 

Ed è proprio su questa linea che si muove oggi il mercato del lavoro.
Se invece determinassimo la nostra vita, il nostro tempo, come “valore”, allora risulterebbe ovvio che chi lavora dovrebbe essere  ricompensato per il tempo perduto; così come dovrebbe accadere che chi lavora lo faccia il meno possibile, perdendo meno “valore/tempo” possibile in questa pratica lavorativa.
È una questione di imposizione di una chiave di lettura della realtà, dove le logiche umane vengono stravolte da logiche funzionali al sistema, se esistono modi di dire quali “il tempo è denaro”, “il lavoro nobilita” mentre “l’ozio è il padre dei vizi”. 

Una lunga propaganda retorica per farvi accettare che l’essere schiavi salariati in un mondo capitalista rende bene, mentre le vostre esistenze si perdono tra uffici, frustrazioni e nevrosi. 

Riprendere possesso del proprio tempo è il primo gesto di ribellione che si possa fare. 

La libertà nasce dall’essere padroni del proprio tempo e, anche, dall’oziare.

La rivoluzione inizia con l’ozio.