Ciclo circadiano della specie umana

Introduzione: cos’è il ciclo circadiano

In cronobiologia e in cronopsicologia, un ritmo circadiano è un ritmo caratterizzato da un periodo di circa 24 ore. Il termine “circadiano”, coniato da Franz Halberg, viene dal latino circa diem e significa appunto “intorno al giorno”. Esempi di ritmo circadiano sono il ritmo veglia-sonno, il ritmo di secrezione del cortisolo e di varie altre sostanze biologiche, il ritmo di variazione della temperatura corporea e di altri parametri legati al sistema circolatorio. Oltre ai ritmi circadiani sono stati identificati e studiati vari ritmi circasettimanali, circamensili, circannuali.

I ritmi circadiani dipendono da un sistema circadiano endogeno, una sorta di complesso “orologio interno” all’organismo che si mantiene sincronizzato con il ciclo naturale del giorno e della notte mediante stimoli naturali come la luce solare e la temperatura ambientale, ma anche stimoli di natura sociale (per esempio la cena in famiglia sempre alla stessa ora). In assenza di questi stimoli sincronizzatori (per esempio in esperimenti condotti dentro grotte o in appartamenti costruiti apposta) i ritmi continuano ad essere presenti, ma il loro periodo può assestarsi su valori diversi, per esempio il ciclo veglia-sonno tende ad allungarsi fino a 36 ore, mentre il ciclo di variazione della temperatura corporea diventa di circa 25 ore.

Il primo a intuire che i ritmi osservati potessero essere di origine endogena fu lo scienziato francese Jean-Jacques d’Ortous de Mairan che nel 1729 notò che i modelli di 24 ore nei movimenti delle piante continuavano anche quando queste venivano tenute in condizioni di buio costante.

Il ritmo circadiano animale:

I ritmi circadiani sono importanti per determinare i modelli di sonno e veglia di tutti gli animali, inclusi gli esseri umani. Vi sono chiari modelli dell’attività cerebrale, di produzione di ormoni, di rigenerazione cellulare e altre attività biologiche collegate a questo ciclo giornaliero.

Il ritmo è collegato al ciclo luce-buio. Animali tenuti in totale oscurità per lunghi periodi funzionano con un ritmo che si “regola liberamente”. Ogni “giorno” il loro ciclo di sonno avanza o regredisce a seconda che il loro periodo endogeno sia più lungo o più corto di 24 ore. Gli stimoli ambientali che ogni giorno resettano i ritmi sono chiamati Zeitgebers (in tedesco, letteralmente significa: “donatori di tempo”). È interessante notare che mammiferi totalmente sotterranei (come il topo-talpa cieco Spalax) sono capaci di mantenere il loro orologio interno in assenza di stimoli esterni.

In esseri umani che si sono volontariamente isolati in grotte e senza stimoli esterni si è notato che il ritmo circadiano sonno-veglia tende progressivamente ad allungarsi, sino ad arrivare a “giornate” di 36 ore. Fondamentale come regolatore dell’orologio interno appare quindi il ruolo della luce solare.

L'”orologio circadiano” nei mammiferi è collocato nel nucleo soprachismatico (SCN), un gruppo definito di cellule situato nell’ ipotalamo (Il nucleo soprachiasmatico è un nucleo formato da gruppi di neuroni, che contribuisce alla regolazione dei ritmi circadiani endogeni, l’orologio biologico, che mantiene invariati i processi fisiologici ripetitivi come i cicli della fame e del sonno. Il nucleo contiene alcuni tipi di cellule, vari peptidi, come la vasopressina e il peptide intestinale vasoattivo, e neurotrasmettitori, che consentono l’interazione con molte altre parti del cervello).

La distruzione dell’SCN causa la completa assenza di un regolare ritmo sonno/veglia. L’SCN riceve informazioni sull’illuminazione attraverso gli occhi. La retina degli occhi non contiene solo i “classici” fotorecettori, ma anche cellule gangliari retinali fotosensibili. Queste cellule, che contengono un pigmento chiamato melanopsina, seguono un tragitto chiamato tratto retinoipotalamico, che collega all’SCN. È interessante notare che, se le cellule provenienti dall’SCN sono rimosse e coltivate in laboratorio, mantengono il loro ritmo in assenza di stimoli esterni.

orologio-biolSCN_light_signals

Sembra che l’SCN prenda le informazioni sulla durata del giorno dalla retina, le interpreti e le invii alla famosa ghiandola pineale [una struttura delle dimensioni di un pisello situata nella parete posteriore del terzo ventricolo, conosciuta fin dall’era antica, anche per la sua frequentissima calcificazione in età matura (questa ghiandola di circa 1 cm di lunghezza, 0.5 cm di larghezza e 500 mg di peso, è uno dei centri dell’organizzazione circadiana dell’organismo)] la quale secerne melatonina in risposta allo stimolo. Il picco di secrezione della melatonina si raggiunge durante la notte.

Per quanto riguarda le piante, esse sono organismi sensili, e perciò sono strettamente legate con l’ambiente circostante. L’abilità di sincronizzarsi con i cambiamenti giornalieri della temperatura e della luce sono di grande vantaggio per le piante. Per esempio, il ciclo circadiano esercita un contributo essenziale per la fotosintesi clorofilliana, conseguentemente permette di aumentare la crescita e la sopravvivenza delle piante stesse.

Dipendentemente dalla fase del sonno, la luce può avanzare o ritardare il ritmo circadiano. L’illuminazione richiesta varia da specie a specie: nei roditori notturni, ad esempio, è sufficiente una diminuzione di luce molto inferiore rispetto all’uomo per l’azzeramento dell’orologio biologico.

Il ciclo circadiano della specie umana, alimentazione ideale

1200px-Biological_clock_human.svg

E’ ormai chiaro (grazie a numerose ricerche che sono state fatte negli ultimi decenni soprattutto, sulla biochimica e sulla fisiologia dell’uomo) che specificamente il nostro organismo segue un ciclo trofo-fisiologico circadiano ( di circa 24 ore) molto particolare e che sarebbe meglio rispettare se si vuole rimanere in salute o migliorarla.

Questo ciclo segue fondamentalmente il movimento del Sole, e consta di 3 fasi fondamentali: fase Catabolica, fase Anabolica e fase Trofica.

1) Fase Catabolica.

Dall’alba fino a quando il Sole raggiunge la massima altezza (circa alle ore 12), l’organismo umano è in fase (trofo-fisiologica) Catabolica, cioè di eliminazione di tutti i residui metabolici degli alimenti consumati la giornata precedente.
Durante tutta questa fase, quindi, l’organismo umano, è trofo-fisiologicamente predisposto solo all’eliminazione delle cosiddette scorie metaboliche, e, di conseguenza, non andrebbe mai introdotto cibo né solido né liquido nel caso in cui si fosse abbastanza disintossicati da cibi aspecifici per poterselo permettere, ma siccome sia l’onnariano (top tossiemico), che il vegetariano, che il vegano, che il fruttariano (minima tossiemia), provengono da cene con un certo quantitativo di cibo aspecifico, l’ideale è ingerire solo delle mele rosse stark, in ogni fase alimentare, meglio sempre e solo quando se ne sente il bisogno, e con una certa distanza di tempo dal risveglio: ad esempio se ci si sveglia alle 7, meglio mangiarle alle 9 e mezza-10.

2) Fase Anabolica.

Dalla massima altezza del Sole fino a circa un’ora prima del tramonto (la media mondiale è circa tra le 12 e le 6 di pomeriggio), l’organismo umano è in fase (trofo-fisiologica) fondamentalmente Anabolica, cioè di combustione ed utilizzo effettivo massimo di tutti i principi nutritivi assunti la giornata precedente.
Durante tutta questa fase, quindi, l’organismo umano è trofo-fisiologicamente predisposto solo alla combustione ed utilizzo massimo del cibo assunto in precedenza, e, di conseguenza, l’ideale sarebbe non assumere nessun tipo di cibo (né solido né liquido); ovviamente, però, durante tutta la  transizione dall’onnarismo al melarismo (o al massimo al fruttarismo sostenibile), conviene assumere il secondo pasto (3 tipi di Frutta Dolce leggermente acidificante a sazietà o mela nel caso nel fruttarismo sostenibile in fase avanzata 2) intorno alle 2 o 3 del pomeriggio.

3) Fase Trofica.

Da circa un’ora prima del tramonto fino all’alba, l’organismo umano è in fase (trofo-fisiologica) fondamentalmente Trofica, cioè relativa alla assunzione del cibo (ma proprio solo circa un’ora prima del tramonto), ed alla conseguente digestione, assorbimento ed assimilazione del cibo stesso.
Durante questa fase, quindi, l’organismo umano è trofo-fisiologicamente predisposto solo al consumo del cibo (come predetto, solo circa un’ora prima del tramonto; quello è l’unico momento naturale per la specie umana per mangiare). Ovviamente l’ideale, ma solo dopo tutta la fase di transizione (di cui si tratta/tratterà ampiamente in questo sito), sarebbe introdurre, nel predetto momento, l’unico pasto naturale della specie umana, che, come abbiamo visto, è costituito dalla mela rossa naturale. Questa è la fase ideale per la digestione, cioè separazione molecolare del cibo, l’assorbimento, cioè al passaggio delle molecole nutrizionali al sangue, l’assimilazione, cioè al passaggio delle molecole nutrizionali dal sangue anche all’interno delle singole cellule.

Quando si è quasi completamente disintossicati aspecificamente, cioè come minimo dalla fase fruttariana-crudista (solo frutta cruda), questo bioritmo naturale umano si risveglia automaticamente e fortemente, e succede che la persona può provare la sensazione di fame solo ed esclusivamente tra le 12 e il tramonto.

Chi riporta tutto questo lo ha provato sul proprio corpo, in prima persona. Chi è arrivato a seguire la dieta fruttariana crudista sostenibile, noterà che gli unici momenti della giornata in cui si avrà “fame” si aggireranno dalle 12 alle 14 circa, e dalle 19 alle 20 nei mesi estivi. Intorno alle 19 e qualcosa, si avrà l’istinto naturale di andare a preparare la cena e mangiarla.

Questo articolo va integrato con la lettura di “Perfezionamento alimentare personale: metodo MDA“, il quale tratta/tratterà dell’unica maniera sostenibile per passare gradualmente all’alimentazione naturale dell’uomo. L’importanza della gradualità può essere riassunta efficacemente in questa metafora: “Togli ad un eroinomane l’eroina, e non dargliela più. L’eroinomane inizia a dimagrire, star male, e poi muore.” Ogni processo di disintossicazione necessita della giusta gradualità, l’organismo è delicato, e richiede amore e buon senso.

A livello sperimentale, l’impostazione MDA si è rivelata a dir poco miracolosa, è stata infatti capace di guarire (senza altre tecniche mediche aggiunte, quindi solo ed esclusivamente con l’alimentazione) soggetti con patologie di vario genere, anche molto gravi (di cui si parlerà in questo sito) come carcinomi, malattie autoimmuni come il morbo di Crohn, patologie articolari, ossee, e anche l’HIV (perché, come vedremo, il sistema immunitario di un melariano, o al limite di un fruttariano, è molto più efficiente e letteralmente sale a impennata il numero dei linfociti: l’HIV è un virus che può proliferare solo in organismi intossicati).

(Anche se di questo si parla/parlerà in altri articoli, se si dovessero accusare sintomi di disintossicazione molto forti, è sempre necessario fare un piccolo passo indietro nel percorso, perché significa che si sta forzando il sistema linfatico ad eliminare troppe scorie, e, non riuscendo a farlo, le scorie che rimangono in circolo vanno ad intossicare ancora di più l’organismo, mentre prima stavano “al sicuro” all’interno delle cellule. Su come funzioni il processo di disintossicazione (es. effetto chelante delle pectine) si tratterà approfonditamente in altri articoli.

Ovviamente, qualsiasi fase alimentare si sia raggiunta, non bisogna mai mangiare ad orari prestabiliti (rigidamente), ma bisogna, invece, seguire sempre unicamente le indicazioni del nostro personale organismo, e quindi mangiare solo quando si ha fame (ed eventualmente bere acqua solo quando si ha sete).

Consigli pratici per mantenere un ciclo circadiano il più naturale possibile (in aggiunta al rispetto predetto del limitare i pasti al massimo a tre volte al giorno in tutte le fasi, dall’onnariana alla fruttariana, e limitarne il quantitativo a colazione e pranzo per le ragioni suddette):

1. Fare in modo che la luce del sole possa entrare nella stanza dove si dorme, in modo tale che l’organismo si svegli nella maniera migliore in assoluto, all’alba, o poco dopo. Alzarsi dal letto, senza rimanervi, se si sente che lo si può fare. Orari perfetti: 6:30-7:30-8:00 massimo.

2. Cercare di mantenere la temperatura della stanza a livelli ottimali, mai troppo caldo mai troppo freddo. Fare in modo che entri aria in modo che ci sia un ricambio, non dormire mai in stanze completamente chiuse.

3. Evitare, la sera, di stare troppo tempo davanti ad apparecchi elettronici luminosi come laptop, smartphone, tv, che alterano di molto i meccanismi che per millenni l’organismo della specie umana ha sviluppato, e che drogano, illudendo il nostro cervello che sia ancora (o già) giorno, inducendolo a lavorare e innescare tutta una serie di processi che influenzano inevitabilmente la qualità del sonno susseguente. L’ideale sarebbe non utilizzare neanche la luce elettrica, e quindi cenare nell’ora in cui sta facendo buio, per finire il pasto quando ormai quasi lo è, e poi sostare nel buio, magari all’aria aperta (temperatura permettendo), sotto un cielo stellato (ambiente permettendo), far dunque rilassare l’organismo, riportarlo in condizioni naturali che abbiamo del tutto sconvolto e scordato. Provare, anche un giorno soltanto, a non utilizzare apparecchi elettronici e luce elettrica, e lasciare che la natura faccia il suo corso. Non è per niente spiacevole, è come uscire da un frastuono, e si ha soprattutto molta più percezione del proprio corpo, da cui di contro, spesso e volentieri, nelle condizioni di artificialità in cui siamo per routine immessi, siamo invece terribilmente e disgraziatamente alienati.

149733_164750016881816_161438463879638_383810_4355201_n

È importante capire come la luce del sole sia qualcosa di insostituibile, che agisce in maniera completamente diversa sull’organismo rispetto alla luce elettrica delle nostre serre-case, perché ha lunghezze d’onda e intensità del tutto differenti. Oltre all’intensità della luce, infatti, la sua lunghezza d’onda (o colore) è un importante fattore per la determinazione del grado a cui l’orologio è azzerato. La melanopsina (di cui abbiamo trattato e ribadiamo meglio: funziona da sensore dei cambiamenti della luce trasmettendo i segnali all’encefalo, ed è in grado di misurare l’intensità della luce incidente e quindi di comprendere se sia giorno o notte) è eccitata in modo diverso a seconda delle caratteristiche della luce stessa, per esempio è più efficacemente stimolata da una luce blu (420-440 nm).

Il frutto filogeneticamente più evoluto è la mela: frutto a struttura ricettacolare

La Filogenesi (dal greco φυλή (“classe”, “specie”) e Γένεσις (“nascita”, “creazione”, “origine”)), è il processo di ramificazione delle linee di discendenza nell’evoluzione della vita sia degli organismi autotrofi, sia degli organismi eterotrofi.

arbol_2schema regno piante 2

Per questioni di semplice dinamica evolutiva vegetale, nei milioni di anni, la (formazione e) struttura di un frutto polposo è passata dall’ingrossamento dell’ovario di un fiore, all’ingrossamento del ricettacolo di un fiore (che richiede, infatti, minore energia, anche biofisica, per la pianta: principio della minima energia=principio evolutivo). Quindi, l’evoluzione delle specie vegetali ha fatto passare da frutti ovarici (più primitivi), a frutti ricettacolari (più evoluti). Prima della botanica moderna, i frutti a struttura ricettacolare sono stati erroneamente detti, in gergo botanico antico, “falsi frutti”, e ciò è avvenuto solo perché i frutti ovarici, avendo passato tutte le epoche primitive precedenti, sono rimasti, ovviamente, in numero superiore; è come se, dopo la conquista della postura eretta della specie umana, avessimo chiamato l’uomo “falso animale”, solo perché gli animali a quattro zampe, avendo passato tutte le epoche primitive precedenti, sono rimasti, ovviamente, in numero superiore).

Nel taxon filogenetico delle rosacee più evolute, il passaggio della struttura carpica (cioé del frutto) da ovarica a ricettacolare, avvenne principalmente proprio nel periodo (qualche milione di anni fa) e zona in cui parallelamente (per coevoluzione) l’evoluzione animale ha fatto passare da alcuni primati antropomorfi a specie umana. In altri termini, la specie umana si è coevoluta solo ed esclusivamente con i frutti ricettacolari (rosacee, Africa, Kenya, il melo è un frutto tropicale, e in particolare con quelli del taxon filogenetico più antico del Malus, il melo, il cui frutto, la mela, costituisce anche l’esempio filogeneticamente più evoluto di frutto ricettacolare).

In parole più semplici, così come la specie umana è assolutamente la più evoluta a livello animale (sempre per motivi di minima energia, e quindi ha anche fabbisogni alimentari minimi, quando non indotti da “cibi” aspecifici droganti, per la sua fisiologia fruttivoro-malivora, inferiori a qualsiasi altro animale presente in natura), parallelamente, i frutti ricettacolari sono i più evoluti a livello vegetale (Quindi, se si sente, per la mela, ancora il gergo antico totalmente sbagliato di “falso frutto”, si intende solo frutto ricettacolare, che, invece, in botanica moderna, è proprio il tipo di frutto più vero, nel senso che è il tipo di frutto più filogeneticamente evoluto; non solo, essendo la mela il frutto filogeneticamente più evoluto addirittura tra i frutti ricettacolari stessi, la mela è ormai definibile come l’unico vero frutto, perché lo è ancor meglio di tutti gli altri.

Il fruttosio della mela rossa stark: l’unico vero carburante della specie umana

Tutta la frutta dolce (diversa da mela) è tutta (compresa quella intertropicale) leggermente acidificante e leggermente iperglicemica. Infatti, anche la frutta dolce (diversa da mela), non è adatta alla specie umana, ma è specie-specifica per diverse specie animali; oltre a molte sostanze tossiche ed acidi organici leggermente aggressivi per l’organismo umano (ma, ovviamente, non per il relativo animale specie-specifico), la frutta dolce ha, contrariamente alla mela (soprattutto la mela rossa Stark, che ha oltre il 92% di fruttosio rispetto al glucosio) una decisa prevalenza di glucosio rispetto al fruttosio, con i seguenti grandi effetti dannosi principali:

-il glucosio è fondamentalmente un alcol, che, anche per questo motivo, è leggermente acidificante (contrariamente al fruttosio che, pur avendo sempre atomi di carbonio, è un chetone, e, pure per questa ragione, è assolutamente pH-inalterante) infatti il fruttosio è un composto chimico organico glucide, o zucchero semplice monosaccaride simile al glucosio, ma che si differenzia principalmente da quest’ultimo poiché di tipo chetoso anziché aldoso [Un aldoso (o aldosio) è un monosaccaride contenente nella molecola un gruppo aldeico. Può essere considerato derivato dal corrispondente polialcol per ossidazione di un gruppo alcolico primario. In soluzione con acqua assume carattere acido poiché dotato di un idrogeno terminale fortemente acido.]

-la differenza fra glucosio e fruttosio è talmente importante che il fruttosio si usa addirittura come terapia contro l’acidosi glicemica (cioè derivante proprio dal glucosio);

-specialmente nella specie umana, mentre il glucosio deve assolutamente essere regolato dall’insulina, il fruttosio non ha alcun bisogno di questa dispendiosissima regolazione (sia il fegato che i muscoli possono assorbire direttamente il fruttosio senza produzione di insulina: il processo del fruttosio è insulino-indipendente) (che a lungo andare danneggia il pancreas, sovraccarica l’organismo e causa invecchiamento precoce di tutte le cellule) (infatti il glucosio è uno zucchero biochimicamente ed energicamente più primitivo rispetto al fruttosio, essendo il glucosio adatto principalmente a specie animali ad anatomia e fisiologia granivore, che lo trovano sotto forma di amido [il quale ha per formula grezza:

(C6H10O5)n

dove n è un numero variabile da circa un centinaio fino ad alcune migliaia, e che sta ad indicare i residui di unità di glucosio monomeriche che sono unite tra loro per formare i polimeri, e da cui derivano i vari tipi di amidi presenti in natura. L’amido è dunque una vera e propria bomba di glucosio, essendo costituito principalmente da amilosio (20%), che è un polimero lineare di glucosio, e da amilopectina (80%), polimero ramificato con struttura a grappolo (sempre di glucosio) scarsamente idrosolubile.], o a specie animali erbivore, che lo trovano sotto forma di cellulosa (indigeribile per la specie umana, non dotata dell’enzima cellulasi), o, al limite, a specie animali carnivore, che lo trovano sotto forma di glicogeno);

– oltre al fatto che il fruttosio non deve essere regolato dall’insulina, esso aiuta notevolmente le cellule della specie umana, anche in quanto il meccanismo di entrata cellulare (che scientificamente sarebbe esattamente il processo di assimilazione) del fruttosio è solo ed esclusivamente il trasporto passivo (cioè senza sprechi di energia o di altre molecole: Il trasporto passivo consiste nel passaggio di molecole secondo gradiente. Per tale passaggio non è richiesto l’utilizzo di energia biochimica (come ATP)), contrariamente alla maggior parte del glucosio che ha bisogno del meccanismo di trasporto attivo (glicotrasportatori, che aumenta notevolmente anche l’usura molecolare cellulare, essendo pure un processo continuo; la tipologia principale del trasporto attivo del glucosio è il simporto, che utilizza una differenza di potenziale creata proprio da un forte utilizzo continuo di ATP, cioè tramite un forte spreco di energia);

Infatti:

vie-del-fruttosio

Il fruttosio conosce due vie di assorbimento: la via extraepatica (intestino-sangue-cellula; minore dispendio di ATP, non a caso è la via predominante esclusivamente durante il melarismo sostenibile, in cui si attiva gradualmente il suo ottimale metabolismo) e la via epatica (fegato-sangue-cellula; maggiore dispendio di ATP dato che il fruttosio si accumula sotto forma di glucosio nel fegato).

 

Il fruttosio ha la capacità di entrare nelle cellule tramite il Glut5 (http://en.wikipedia.org/wiki/GLUT5) , tramite trasporto passivo ( http://en.wikipedia.org/wiki/Facilitated_diffusion) (via diretta).

Quindi per entrare nella via glicolitica, è necessaria al fruttosio una sola reazione.

Il glucosio deve sintetizzare 7 enzimi in più rispetto al fruttosio per essere utilizzato (trasporto attivo 80%).

A livello intestinale il glucosio per passare nel sangue utilizza il trasporto attivo addirittura nel 100% dei casi (notevole dispendio energetico).

L’aumento delle reazioni biochimiche metaboliche è notevolmente maggiore nel caso del glucosio rispetto al fruttosio: ogni sintesi proteica per produrre un enzima richiede dal 30% al 50% dell’ATP.

Ecco perchè bruciando fruttosio si risparmia molta più energia rispetto al glucosio.

Il diabete e molte altre problematiche per il nostro corpo derivano dalla presenza troppo alta di glucosio nel sangue.

Il legame insulina recettore stimola l’attività tirosin-chinasica e porta al dispendio di 1 ATP (ulteriore dispendio energetico)

Mentre il glucosio deve essere regolato dall’insulina con un forte dispendio energetico e lavoro del pancreas, il fruttosio non ha bisogno di questa faticosa regolazione; solo se il fruttosio supera una certa soglia quantitativa si trasforma in glucosio, con tutte le suddette conseguenze negative.

 

-l’unico carboidrato che il mitocondrio può bruciare è il fruttosio [cioè il fruttosio è l’unico tipo di zucchero che può innescare il ciclo di Krebs all’interno del mitocondrio; infatti anche se si introduce glucosio nella cellula, esso non potendo essere utilizzato dal mitocondrio deve pertanto essere trasformato prima in fruttosio (cosa che comporta un ulteriore fortissimo spreco di energia, dovendo moltiplicare ognuno dei miliardi di molecole di glucosio per oltre due molecole di ATP che devono essere utilizzate proprio per la trasformazione del glucosio in fruttosio; il fruttosio fa risparmiare anche tutta questa energia, visto che non necessita assolutamente di tutta la prima energicamente dispendiosissima parte della cosiddetta glicolisi)];

LA PRIMA PARTE DELLA GLICOLISI ILLUSTRATA NEL DETTAGLIO (FASE CHIAMATA “PREPARATORIA” E ASSOLUTAMENTE ANABOLICA, QUINDI A SOLO DISPENDIO ENERGETICO, DEL TUTTO EVITATA CON L’ASSUNZIONE DIRETTA DEL FRUTTOSIO ORGANICO DELLA MELA ROSSA STARK):

1. Fosforilazione del Glucosio:

Immagine

Nel caso della prima tappa della glicolisi, osserviamo che quando il glucosio in
presenza di ATP si trasforma in glucosio 6 fosfato consuma 13.7 KJ, e il ΔG
finale è pari a -16.8 KJ.

2. Conversione del glucosio 6-fosfato in fruttosio 6-fosfato:

Immagine

3. Fosforilazione del fruttosio 6-fosfato in fruttosio 1,6-bisfosfato:

Immagine

Si sono buttati al vento, quindi, altri 2 ATP.

Moltiplichiamo tutti questi ATP utilizzati in più sia a causa dell’effetto iperglicemizzante del glucosio, sia per il trasporto attivo, sia per la necessaria conversione da glucosio a fruttosio nella prima parte della glicolisi, per tutte le circa 100.000 miliardi di cellule della specie umana. Intuiremo molto facilmente l’effetto-droga ( fabbisogni indotti) dei cibi aspecifici sul corpo umano, la loro estrema dannosità e la loro anti-economia profonda, sia a livello interno al corpo, sia a livello esterno (impatto socio-ambientale).

-Mentre il fruttosio è una molecola levogira (dovuto ad una struttura e configurazione atomica a minima energia, che aiuta anche il trasporto passivo e lo stato di salute in generale), il glucosio, del tutto al contrario, è una molecola destrogira;

-esiste un ulteriore spreco di energia dovuto all’assunzione di glucosio derivante dal fatto che esso è decisamente meno solubile, nella soluzione fisiologica pure delle cellule umane, rispetto al fruttosio;

-del tutto contrariamente al glucosio, il fruttosio anziché favorire le carie, le previene, in quanto è antibatterico e non si attacca ai denti come gli altri zuccheri;

-il fruttosio passa infine per processi di assorbimento e assimilazione molto più graduali rispetto al glucosio, con immensi effetti positivi su tutto l’organismo, e ciò contribuisce ulteriormente alla determinazione anche di una massima continuità di energia fisica e mentale, unita ad un piacevolissimo senso di sazietà che dura estremamente più a lungo (provare per credere: la mela stark, anche a metabolismo ideale del fruttosio non ancora attivato, sazia molto di più di qualsiasi altro “cibo”);

In sintesi…

Il rendimento energetico diretto del fruttosio è addirittura 1,5 volte superiore a quello del glucosio, e, considerando anche (rendimento energetico indiretto) l’enorme minor consumo di energia dovuto alla non alterazione e riequilibrio acido-base (verificabile misurando giornalmente il pH urinario su monodieta di mela rossa stark, che si assesterà sul valore fisiologico perfetto di 7,41), alla non necessità di regolazione insulinica (ridotta al minimo, data la comunque pur sempre minima, ma presente percentuale di glucosio della mela rossa stark, che induce il lavoro del pancreas a diminuire fino al suo stato ideale, non al superlavoro a cui invece è costretto dall’eccessiva assunzione di glucosio in percentuale dalla frutta dolce diversa da mela e dai cibi amidacei), all’assimilazione cellulare tramite trasporto passivo, all’innesco diretto del ciclo di Krebs mitocondriale, alla struttura levogira, alla maggiore solubilità, ecc., avviene che il rendimento energetico totale del fruttosio è di persino oltre 13 volte superiore a quello del glucosio (questo spiega anche perché, chi arriva con la dovuta gradualità ad una mono-dieta di mele rosse stark, che superano il 92% di fruttosio rispetto al glucosio come predetto, ha molta più energia dei fruttariani sostenibili stessi).

Il glucosio, in modo del tutto opposto al fruttosio della mela stark (con tutte le altre innumerevoli sostanze in essa contenute, fondamentali anche per il perfetto metabolismo della specie umana), rallentando fortemente l’intera glicolisi e richiedendo moltissimo ATP per il suo stesso intero metabolismo, provoca indirettamente una formazione enorme di acido lattico, che accelera profondamente e massimamente anche la sensazione di stanchezza generale, formazione di crampi, ecc.

Cosa è “cibo” e cosa non lo è: differenza tra struttura nutrizionale e vita

La definizione scientifica di “vita” deriva dall’antico sanscrito जीवनं (jīvanaṁ)  e sta a indicare qualsiasi componente del mondo che non sia corpo morto, qualsiasi essere che quindi abbia un metabolismo, che reagisca a stimoli esterni ed interni. Per essere precisi il termine sanscrito indica la capacità di metabolizzare, quindi  il termine “vita” ha come significato originario quello precisamente di “atto a nutrirsi”. Cioè la “vita” riguarda tutto ciò che attua continuamente una dinamica nutrizionale: “unità strutturali specifiche che entrano e altre unità strutturali specifiche che escono”, propriamente: qualcosa che metabolizzi. “Vita” ha esattamente la stessa radice delle parole “vitto”, “vivanda”, “viveri” che significano sempre la stessa cosa: “cibo”. Se si cerca la parola “vita” nel vocabolario latino, si troverà fra i significati non solo appunto “vita”, “energia”, “principio vitale” ecc., ma anche “vitto”, “cibo”, “nutrimento”, “mezzi di sostentamento”. La radice, dunque, riguarda sempre da vicino qualcosa che sia in movimento, che sia energica, che prenda energia e la smuova, riguarda l’atto del nutrirsi, del metabolizzare.

Tuttavia il sanscrito (una delle lingue indoeuropee più antiche, se consideriamo che il sanscrito vedico viene fatto risalire addirittura al secondo millennio a.C, addirittura il rigvedico risale al 1500 a.C.) è ancora più preciso, indicando addirittura come significato: “La qualità che distingue una pianta o un animale vitale e funzionale da un corpo morto.”

Ora, è difficile formare una struttura macroscopica organica che non sia vivente, in quanto essa tende ad essere degradata molto rapidamente nelle sue componenti strutturali più piccole, sia per motivi interni che esterni ad essa.

Per questo motivo, infatti, la natura ha impiegato oltre 4 miliardi di anni per riuscire, solamente circa 60 milioni di anni fa) a costruire una struttura organica macroscopica che non sia viva, ma che, al tempo stesso, si conservi intatta almeno per un certo tempo; questa struttura è quindi non solo, biochimicamente, evolutissima, ma addirittura l’unica struttura organica sull’intero pianeta che non è assolutamente viva: il frutto.

Il frutto nasce proprio come difesa della pianta, che, addirittura fin dall’inizio della fase primordiale pluricellulare in poi [dopo, cioè, la fase unicellulare in cui il ciclo dell’idrogeno (H2O+CO2=C6H12O6+O2, cioè acqua+ anidride carbonica= glucosio + ossigeno, questa formula, a rigore, in biofisica, non è altro che lo stesso identico ciclo H relativo al sistema stella-pianeta in astrofisica, che rende in equilibrio il sistema stesso, presente e perfezionato in tutto l’universo attuale) si chiudeva proprio con un “microfrutto” primitivo, già privo di vita, in quanto oligo-molecolare], ha sempre dovuto combattere per non far mangiare parti vitali di se stessa da altre componenti animali più vicine (nello stesso ecosistema). Se è vero, come lo è, che il significato biologico del frutto è fornire protezione, nutrimento e mezzo di diffusione al seme che contiene, in quanto l’unico interesse della pianta consiste nel cercare di perpetuare la specie, disperdendo o meglio facendo in modo che vengano dispersi i suoi semi, posto che le caratteristiche biologiche e anatomiche dell’uomo sono quelle di un frugivoro… l’essere eterotrofo uomo (e scimmia antropomorfa, ma non solo, anche altri animali possono evolversi verso una condizione di minima energia, ovvero di ciclo H, e quindi salire sulla scala evolutiva da carnivorismo o erbivorismo verso uno stato più evoluto) ha ed ha avuto un ruolo specifico, conferitogli dalla natura: disperdere i semi dei frutti, in cambio del nutrimento che trae dalla loro polpa.

400x

Lo scopo della pianta consiste nel fatto che i suoi semi vengano dispersi nella terra, tramite feci oppure coltivazione, da parte degli animali che hanno le caratteristiche adatte per espletare questa funzione. La natura a questo scopo rende appetibili (maturi e senza condimento) i frutti alla tal specie che può disperdere i semi nel migliore dei modi.

Quindi la pianta ha letteralmente “inventato” una struttura organica “esterna” ad essa, esclusivamente a scopo nutrizionale, appunto il frutto, e poi, per rendere chiarissimo all’animale che è solo ed esclusivamente quello che deve mangiare, ed assolutamente non altro (qualsiasi altra cosa, come foglia, fusto o radice, danneggerebbe enormemente o ucciderebbe la pianta stessa), lo ha colorato (per attrarre visivamente l’animale), lo ha profumato (per attrarre olfattivamente l’animale), lo ha reso dolce e gustoso (per innescare anche l’attrazione gustativa dell’animale: le papille gustative dell’uomo rispondono immediatamente agli stimoli mandati dalle molecole dei frutti, tant’è che non possiamo mangiare altri tipi di “cibo” senza condirli immensamente o, al limite, insaporirli con l’uso di additivi), ecc. Quindi, quando la pianta, circa 60 milioni di anni fa, ha “inventato” il frutto, ha creato la prima e unica struttura macroscopica organica non vivente, e lo ha fatto, dunque, solo ed esclusivamente a scopo nutrizionale animale, proprio per non farsi come minimo danneggiare, uccidendo altre sue parti, viventi. In altre parole il frutto non è vita, né tanto meno un essere vivente, ma solo ed esclusivamente una struttura, l’unica in natura dopo il latte (che va preso naturalmente solo in fase di svezzamento, e, come natura vuole, unicamente quello specie-specifico: cucciolo uomo ciuccia da madre uomo; cucciolo vitello ciuccia da madre mucca ecc.), a finalità nutrizionale.

Quindi il frutto è l’unica componente ecosistemica al mondo che possa essere oggi chiamato “cibo”, “ciò che nutre” il vivente, che di contro è “colui che si nutre”.

Come abbiamo già visto, mangiando un frutto, non solo non si danneggia, né tanto meno si uccide nessuno (è stato progettato dalla pianta proprio per questo), ma addirittura si consente alla pianta la sua riproduzione (disseminazione zoocora…) altrimenti quasi impossibile, gettando poi il seme (…epizoa, tipica dei primati, compreso l’uomo), o defecandolo (…endozoa, tipica invece degli uccelli).

A conferma di tutto ciò, è la fisiologia stessa del frutto, che è l’ingrossamento dell’ovario di un fiore; quando inizia questo ingrossamento il frutto è verde (frutto acerbo), proprio perché sulla sua struttura esterna ci sono i cloroplasti, che gli servono per costruire tutte e sostanze nutrizionali , accumulando le quali, il frutto trae il suo stesso ingrossamento; quando l’ingrossamento è terminato (frutto maturo), i cloroplasti si trasformano in cromoplasti (da “cromo”= colore) ed il frutto si colora. Allo stesso tempo dal picciolo di collegamento con la pianta non passa più linfa, il metabolismo parziale precedente (comunque non vitale, in quanto solo di entrata e non di uscita) del frutto cessa del tutto, e si trasforma tecnicamente in stasibolismo (cioè non vitale, vale a dire che non c’è più assolutamente vita, il frutto non ha più nessun cambiamento strutturale, da cui è assolutamente impossibile usare più nemmeno la parola “metabolismo” in quanto deriva da “metabole” che vuol dire invece proprio esattamente “cambiamento”. Rimane dunque solo la biochimica antidegradativa (esclusiva dello stasibolismo), cioè quella biochimica minima assoluta che gli consente di non degradare organicamente le sue strutture per un certo tempo (proprio in attesa di essere mangiato). Dunque, per definizione stessa di “vita”, cioé “unità strutturali specifiche che entrano ed unità strutturali specifiche che escono”, il frutto non è mai vivo, né in fase di maturazione in corso, in quanto non ci sono “unità strutturali specifiche che escono”, né tanto meno in fase di maturazione completa (dal picciolo addirittura non entra più linfa) (le strutture ormai entrate non sono mai utilizzate per vivere, proprio perché servono solo ed esclusivamente a far vivere chi ne mangia). 

In sintesi biologica, mentre la “vita” è pertanto “ciò che si nutre”, il frutto è, diversamente, “ciò che nutre”. Il frutto, palesemente nemmeno si riproduce (si parla di frutto, non di seme) quindi a rigor di logica, non è un essere vivente. Per concludere…

Domanda: “ma anche con la frutta non si uccide?” risposta: “Assolutamente no, in quanto il frutto non è un essere vivente, ma una struttura nutrizionale (l’unica in natura con questa finalità). Non solo non si uccide nessuno, ma addirittura si salva la vita della pianta (embrione), in quanto si consente la sua riproduzione, altrimenti impossibile, o molto difficoltosa.” Inoltre, il frutto, è l’unica cosa esistente in natura, a differenza di qualsiasi altra componente ecosistemica come foglie (polmone degli organismi autotrofi) semi (la cosiddetta “frutta” secca: anche il cocco, a rigor di logica, è un seme), carne, uova ecc. CHE NON CONTIENE METABOLITI SECONDARI TOSSICI, e nutre profondamente la cellula. Ovviamente, non tutti i frutti sono adatti a tutti gli organismi, ma ogni organismo ha il proprio frutto, o il proprio genere di frutti più adatto alle proprie biochimica e anatomia e fisiologia, a seconda dell’ecosistema in cui è avvenuta la coevoluzione, e se c’è stata, fra organismo eterotrofo ed organismo autotrofo. (Ma di questo si parlerà in un altro articolo.)

L’acquario

Ora, noi siamo finalmente subentrati in una nuova epoca. Tutto quello che c’è stato finora ha una valenza che cogliamo con nuovi occhi, nuova coscienza. Fintanto che l’uomo è stato il mortale, l’ammalato, il denaturato, lo smarrito, non ha mai potuto con innocenza cogliere un’evidenza primaria, primordiale ed aurorale che invece milioni di anni fa, probabilmente, i nostri antenati non solo sapevano, ma abitavano come luogo dell’imponderabile beatitudine totale. Questa evidenza di cui io vi parlo, e che già in molti hanno non afferrato, ma fatto cadere sul proprio palmo della mano aperta in onore alla santa spontaneità che è l’origine rigogliosa di ogni mistero di cui oggi abbiamo ripreso coscienza, dopo il grande buio, si chiama immortalità. L’altra evidenza connaturata a quest’ultima è che, come sosteneva Nietzsche, come sostenevano in molti, come sosteneva Donald Davidson, come sostiene John Searle, noi viviamo al massimo in un solo mondo, ed è in questo mondo che è possibile ritrovare il Paradiso perduto, perché è in questo mondo che lo abbiamo perso. E lo stiamo già facendo, lo stiamo già ritrovando, non lo sentite già arrivare? Abbiamo conoscenze che sanno di doversi unificare le une con le altre, in una danza olistica di portata e d’importanza senza alcun precedente storico, perché hanno ormai preso consapevolezza della propria inutilità e cecità e drammaticità di percorso, di metodologia, se prese singolarmente. Iniziamo e finiamo col dire che l’uomo è l’animale più evoluto sulla faccia del pianeta Terra, e che è il risultato di un’enorme catena di evoluzioni che come unico fine hanno avuto quello di creare due specie, una autotrofa e una eterotrofa di organismi molto particolari che a livello pluricellulare potessero finalmente imitare l’atteggiamento monocellulare primordiale dei primi batteri esistenti, anch’essi autotrofi ed eterotrofi, a livello però macroscopico: il malus communis e l’homo sapiens sapiens. L’uomo tende il braccio, raccoglie la sua mela con la sua mano prensile, la mangia, getta il seme, e concima il terreno, fine. L’uomo diventa millenario, forse immortale. L’uomo prega Dio, e se lo ritrova anche accanto, finalmente e nuovamente in Paradiso, nel suo nuovo, mondiale Eden. Dall’era del Padre all’era del Figlio, e dall’era del Figlio a quella dello Spirito.