Silenzio

Suonano le campane nella campagna del Figlio. Il deserto lascia vagare le sue musiche assordanti ed inneggianti alla paura e all’ossessione. Vegliano i “vincitori”, con le loro pillole di valium nel taschino, dagli accecanti balconi della necropoli mondiale, fra le mani tengono i loro luccicanti strumenti di distrazione. È una notte invernale, di quelle in cui le specie lontane da casa sopprimono le percezioni e si cullano nel letargico inquinamento, se ne nutrono. Il tramonto è passato, nessun frutto è stato raccolto e mangiato, le selve sono lontane, oscure, gli uomini ora vegliano dentro la fredda luce dei lampioni. Nuove creature vengono a questa luce nuova, post-umani, figli del Figlio.

Le campane stanno suonando, ma nemmeno i neonati possono udire, nonostante siano assordanti. Io però le sento sempre, durante tutto l’arco delle mie giornate, dal risveglio fino a dopo il tramonto, e mi addormento anche col loro baccano, senza svegliarmi, le sogno tutta la notte e poi ancora al mattino. Quando mi sveglio e mi vedo, di sfuggita, nello specchio, l’immagine è nitida e rassicurante; l’immagine è me perfettamente, in mezzo, centrata ottimamente, profondamente, altrove: sono una dimensione, un luogo, e la carne è solo una delle mie porte. Io non temo la morte, quindi neanche la vita, io come tanti, figli del Figlio, che sentiamo, perché siamo, tutti la vibrante ascesa del nuovo Dio.

Sorridiamo alle provocazioni dei timorosi, vinciamo il conflitto col padrone oramai senza che neanche egli se ne accorga. Noi siamo l’acqua che ha spento la dismisura, noi siamo l’esercito della Madre, noi siamo la mano aperta, gli amati senza famiglia umana, gli amati dentro, i lumi che sciolgono gli abomini dei diavoli, i monisti che tornano a collegare ciò che è stato reciso con tracotanza, noi siamo gli operai del silenzio, noi siamo gli accompagnatori della musica del vento e dei pettirossi, noi siamo voi, che abbiamo finito di scontare i vostri peccati, e ritornate a essere allegri, finalmente, anche in questi enormi palazzi polverosi e precari che presto crolleranno, spazzati via dalla linfa dell’organismo mondo, siamo il diaframma, la pulizia, gli allievi della massima oscillazione, noi siamo i pesci che per la prima volta hanno messo la testa fuori dalle vostre amate acque finte, noi siamo la scoperta dell’Acquario, noi siamo, noi non facciamo. Noi siamo chi non ha bisogno di firmarsi. Noi siamo la potenza della lentezza con cui le onde levigano le vostre lance appuntite. Noi siamo la vittoria sul vostro boato atomico effimero, la sabbia che cancella tutte le vostre orme, noi siamo laddove non v’è frenesia, laddove non v’è lavorio, ma solo il Giardino. Noi siamo chi è rimasto integro fino in fondo. Noi siamo chi per esistere non ha bisogno della vostra sporca carta. Siamo chi attingerà dall’albero della vita e berrà la croccante e dolce acqua della vita eterna, nella città santa. Noi siamo la chiarezza, noi siamo le piante che perforano il vostro debole e precario asfalto, siamo la potenza universale della minima energia contro il fragoroso spreco dei vostri peccati, noi siamo il contraccolpo finale, la legittima difesa, la lungimiranza, l’onestà, il coraggio, l’inizio di una nuova era, il vostro aufhebung, la maestosa pazienza che batte la vostra fretta mortale e soffocante, lo sguardo sereno e trascendente che spegne la vostra misera irrequietezza calcolante.

Noi abbiamo imparato ad amarci più di quanto vi amiate voi. E lo abbiamo fatto da soli.

Elogio del diverso: la nuova bestemmia nell’era morfeistica

Non mi fa paura chi è fondamentalmente distante. Chi pensa, ragiona, parla, muove gli enti in maniera particolare, opposta alla mia, può solo arricchirmi e stimolarmi a nuove comprensioni e consapevolezze, a nuove sinergie volte all’evoluzione reciproca verso un uomo più dignitoso. Proprio perché il diverso non mi impaurisce, io tento di avvicinarlo e di studiarlo, per potermi confrontare: non lo allontano, né lo ignoro, al massimo lo combatto nel momento in cui mi faccio una cattiva opinione al riguardo. La tragedia di oggi è che il diverso, invece, impaurisce a livelli preoccupanti, a livelli talmente gravi che lo si rifugge: non è più rilevante, non è più valorizzato, non deve più esistere… L’agire dell’uomo attuale è un fenomeno meccanico, il necessario e forzato risultato di una convergenza di fattori esterni ed interni che si alimentano l’uno con l’altro con la vuotezza, carburante che soffoca, che devasta, ma desensibilizza al contempo: è un po’ come morire lentamente, nel sonno, dopo aver dimenticato il gas acceso. L’omologazione evidente delle personalità di questo secolo, probabilmente, non è così evidente alla massa, purtroppo immersa nel circolo vizioso appena descritto (costituito da cause e conseguenze che divengono a loro volta cause). La massa è plasmata da codesto circolo vizioso, il quale include in sé i suoi stessi membri: essi finiscono per auto-plasmarsi.

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Il capitalismo è stato un fenomeno antisociale, che però è andato oltre la sua struttura classica che lo caratterizzava qualche anno fa. Oggi assistiamo a qualcosa di ancora peggiore: un’ipnosi estremamente efficace, una nuova droga, più potente, più schiavizzante che mai, che avvolge tutte le menti in modo spietato, senza nessuna eccezione, me compreso. Non è più corretto chiamarlo “capitalismo” perché ci troviamo in una nuova epoca, è una nuova, buia era di decadenza dell’essere in favore all’ossessionata ricerca della materia grezza. È l’epoca dell’anticristo, per i cristiani; l’inizio della probabile catastrofe per gli scienziati; la normalità banale e accettabile e meravigliosa per i più. Se vi si deve dare un nome, io lo chiamerei morfeismo, non bisogna chiamarlo più neanche “post-capitalismo”, sarebbe un errore richiamare il concetto di capitalismo. La caratteristica nucleare del morfeismo è che vi è un copione, un solo copione identico per tutti, e che tutti siano portati ad impararlo e recitarlo nella maniera più fedele possibile, e ovviamente la totalità dei fenomeni avviene inconsciamente, come per magia. Credo che qualsiasi forma di libertà che l’uomo s’illuda di “possedere” (per rimanere in tema) sia in realtà una forma virtuale di emancipazione, una simulazione ben architettata, niente di più vicino alle sghembe ombre sulla parete della caverna del mito platonico, e intanto, chi crede d’esser libero in esse, le sta osservando in manette, chiuso nel buio di un cunicolo orrendo, ignaro del sole e della luce presenti all’esterno. Siamo prigionieri. Crediamo di essere liberi in ciò che ci viene proposto dagli schermi, dalla “realtà” mediatica. Ci hanno convinti che la verità sia quello che ci attornia, quello che percepiamo nell’immediatezza, qualcosa di evidente, è così lapalissiana che noi, tutti, dobbiamo vestire in giacca e cravatta, prendere il nostro diploma, la nostra laurea e seguire il percorso che questa struttura pericolante e nera ci offre, anche se facendo così potremmo contribuire all’estinzione della nostra specie e della vita del pianeta, ma infondo che importa? Il nostro datore di lavoro non ci chiede di pensare, bensì solo di lavorare duro,e noi in cambio avremo la sopravvivenza (anche se non ci rendiamo neanche minimamente conto di quanto sia precaria e fuggevole), e tutto ciò che ci hanno fin da bambini illustrato (ci hanno bombardati in una maniera inumana) in tv come ciò che è veramente importante: possesso, possesso, possesso.

Mi farebbe piacere incontrare un diverso con cui confrontarmi, ma il vero diverso chi è? C’è veramente ancora qualcuno che ragiona in senso lato sulle sue decisioni? Sulle sue scelte? Che dia un senso profondo a ciò che intraprende? Qualcuno che si stupisce di qualcosa? Che preferisca una vita etica ad una vita estetica? No. Vi è l’assoluta apatia, l’indifferenza dei malati, la freddezza dei pazzi, il conformismo degli ubriachi. Gli ingredienti sono pochi, anzi, uno solo: la paura. Come mantenere uno stato di paura costante? Inventando una crisi inesistente, del tutto evitabile. La paura è il vero strumentum regni, il più potente ed efficace di sempre.

Sulla “forza” oscura del capitalismo

John Rogers Commons, l’economista americano del New Deal, ritiene il capitalismo una costruzione giuridico-economica: esso si basa su di “una diminuzione della libertà individuale, imposta da sanzioni governative, ma soprattutto da sanzioni economiche attraverso l’azione concertata – segretamente, semi-apertamente, apertamente o per arbitraggio – di associazioni, di corporazioni, di sindacati ed altre organizzazioni collettive di industriali, di commercianti, di lavoratori, di agricoltori e di banchieri“.

Il capitalismo è un sistema che schiavizza l’uomo e lo riduce alla condizione di consumatore, limitando di fatto la sua esistenza e le sue scelte, compromettendo irreversibilmente la sua libertà.

Il capitalismo abbisogna di condizioni disumane, precetti anti-economici, ignoranza, paura, pigrizia, mediocrità, bestialità, cecità, sfrenato consumo senza alcuna preoccupazione nei riguardi delle risorse limitate del pianeta per sussistere; in caso contrario esso andrebbe incontro all’inevitabile collasso, all’autodistruzione. I presupposti citati, necessari per il mantenimento di una struttura fondamentalmente marcia, vengono costantemente instillati nella cultura delle persone tramite i potenti mezzi mediatici, che di fatto plasmano le malleabili menti della suggestionabile razza umana. Il marciume alberga nel cuore del potere, che si pone in una posizione egoistica e poco scientifica, e si perde nella mortalità del precario, annullando di conseguenza se stesso, e provocando l’annichilimento delle masse che ad esso si sottomettono, perché costrette dal proprio bisogno di ottenimento della sopravvivenza. La sopravvivenza dovrebbe essere garantita a tutti gli uomini, perché si tratta di un diritto, e ogni diritto andrebbe preteso.

L’interesse economico, l’accumulo di ricchezza, l’avidità, la produzione di denaro: ecco i veri orizzonti, e allo stesso tempo i motori della grande macchina. Non è l’intelligenza, non è l’altruismo, non è neppure l’orgoglio a muovere gli altolocati che regolano il gioco: si tratta invece di una dipendenza, una malattia mentale, essi stessi sono schiavi dei loro vizi, della loro bestialità, del culto del materiale sensibile, della loro impossibilità di contentarsi perché cercano nei posti sbagliati e nel modo sbagliato l’eternità, e dunque stuprano il mondo, sottomessi alle proprie passioni inoppugnabili. Noi? Noi lo stupriamo con loro, perché sono loro i nostri rappresentanti, e ancora noi, massa di impotenti perché divisi e in competizione, come il pongo veniamo manipolati, e siamo come la tv, come la realtà mediatica, siamo come gli impulsi che ci attorniano, in uno stato permanente di paura: vogliamo solo essere lasciati in pace, e guardare “la champions”, o vivere vite fasulle tramite telefilm. Diveniamo finti come le fiction, deboli come gli animali in calore in preda ai propri istinti… Siamo i nuovi “nessuno” del ventunesimo secolo. Spersonalizzati, incapaci di collaborazione, schiavi disumanizzati, illusi da una fittizia parvenza di libertà che in realtà non esiste, che è inventata e ci stordisce. Non abbiamo più autostima, il mondo è contro di noi, possiamo solo arrenderci?

Io non voglio arrendermi, la mia stessa vita non avrebbe più senso, e tu?

Riflessione sul potenziale di immortalità dell’uomo

La felicità non è scissa dallo stato di salute fisico. Non si può essere felici se non si sta bene fisicamente, ho appurato questo in 20 anni di esperienza. Tuttavia, la felicità è qualcosa di molto più di una semplice e passeggera sensazione corporea di sollievo, anche se questa dovesse protrarsi per giorni. Non si può inoltre definire felice colui che lo è per pochi istanti, o per soltanto un lasso di tempo definito, qualunque sia la sua durata. Per questo motivo, esplicitando l’implicito e ovvio fatto che anche un’ipotetica vita millenaria o plurimillenaria sia da considerarsi, in ogni caso, un lasso ( sebbene il grado di felicità in un’ eventualità simile sarebbe certamente e senza alcun dubbio estremamente maggiore), si arriva alla semplice e lapalissiana conclusione che nessun essere vivente può davvero definirsi felice tranne nel caso in cui non diventi come minimo immortale. Nel tempo mi sono trovato ad avere a che fare con persone (ho riscontrato questo atteggiamento anche nella storia del pensiero) che hanno sempre negato questa che io considero un’evidenza, e nonostante per certi periodi della mia vita io abbia assunto un modus pensandi simile al loro, o forse proprio perché l’ho vissuto sulla mia pelle, sono arrivato alla conclusione che si tratti di mera ipocrisia. Non esiste un sistema di pensiero che possa racchiudere il senso di una vita, e niente e nessuno di certo potrà mai detenere la verità assoluta, certo, ma è da ipocriti non ammettere che la malattia e la morte siano inaccettabili per noi uomini, che provochino sofferenza, dolore, e che per questo motivo non siano compatibili con la felicità. Il cristianesimo ha esaltato la morte in vista di un’ipotetica resurrezione, rimandando tutto a dopo. Detto brevemente però, non sono convinto che Dio, in cui credo, abbia creato questo mondo per farcene desiderare un altro migliore, e credo che la realtà caduca in cui ci troviamo qui sia solo la conseguenza dei nostri peccati, in un mondo (che ritengo essere unico, non ce ne sono altri) che potrebbe essere già perfetto e meraviglioso, paradisiaco, ma che noi ci ostiniamo a odiare e quindi allontanare, distruggere, sfruttare, in vista di altro, misticamente. Una volta per tutte, condanno ogni tipo di dualismo, nato (o rinato) col pensiero platonico ed evolutosi nel corso del pensiero occidentale raggiungendo il suo apice con l’io cogito cartesiano, e con il pensiero giudaico-cristiano. Ripropongo la concezione greca originaria, che seguì la stessa, più onesta strada non corrotta su cui transitarono le culture orientali antiche (ayurveda, giainismo, buddhismo) in favore della vera saggezza della concezione monista. Il mondo che noi tutti abbiamo rimandato a dopo, quel mondo che noi tutti agogniamo, non può esistere altrove, ma solo qui, in questo mondo. Il cosiddetto “paradiso” non è un mondo al di là di questo, da un’altra parte, fra le nuvole, ma è e sarà possibile qui, in questo pianeta, in questo universo, in questa unica realtà. La conclusione per questa prima premessa è dunque la seguente:

visto che l’uomo ha desiderio e concezione di eternità, visto che quest’ultima è necessaria condizione della felicità (in quanto tale infatti la felicità è atemporale) e dato che esiste un solo mondo, considerare la morte come condizione assoluta, ovvia e scontata, qui, in questo mondo, è errato (oltre che tracotante e presuntuoso). Potrebbe infatti verificarsi, in questo mondo, un mondo in cui gli esseri viventi possano diventare immortali, e non vedo perché non potrebbe essere possibile, dato che la vita non è affatto scontata e quindi, di conseguenza, non lo è neanche la morte.

Diciamolo una volta per tutte: la vita tende sempre, e anche disperatamente, alla vita. Se invecchiamo, e moriamo, e siamo costretti a riprodurci, non è semplicemente “per un fatto naturale” ma anzi, è un chiarissimo segno da parte della natura (da parte di Dio) che stiamo inesorabilmente e ineluttabilmente sbagliando qualcosa, come per esempio la nostra alimentazione, dal cibo primario come l’aria che respiriamo e la luce del sole, al cibo vero e proprio.

L’altra condicio sine qua non della felicità dell’individuo viene molto probabilmente ancora ostacolata proprio dal fatto che ci si ostini a considerarlo come tale, appunto come “individuo” scollegato dagli altri, che siano essi animali umani o non umani. Infatti, la condicio sine qua non della felicità di ognuno dipende intrinsecamente dalla felicità di tutti gli altri. Il padrone non può essere felice se crede che la propria gioia abbia come pilastri lo sfruttamento e la sottomissione e quindi la sofferenza e l’infelicità del servo, che sia esso un animale umano o un maiale.

Non si può essere felici in quanto individui, ma in quanto comunità simbiotica con la natura e con tutte le altre specie: non si può pretendere di non morire se per sopravvivere ci si ostina a uccidere altra vita: perché inevitabilmente, dato che la vita tende sempre alla vita: ciò che uccidi ti uccide. Da questo ne derivano tutte le palesi conseguenze alimentari, sociali, economiche: il modello capitalista attuale (lo dice la stessa parola) si basa sullo sfruttamento illimitato delle risorse limitate del pianeta, risorse viventi e non viventi, e proprio per questo è l’apoteosi della precarietà e dell’infimità, l’incarnazione del peccato meglio riuscita dai primordi, in assoluto: non è solo destinato al collasso, ma è il collasso continuo in ogni suo istante, è quotidianamente la manifestazione del proprio fallimento. Non possiamo e non dovremmo mai scindere l’uomo dalla natura, scindere qualcosa di parecchio sacro ed elaborato e con una storia milionaria e imperscrutabilità assoluta come ad esempio l’istinto dai parametri di giudizio tecnico-scientifici, che oggi lo condannano e operano platonicamente, nella maniera più idiota e alienante possibile.

Bisogna dunque abbattere il pregiudizio dell’individualità, e considerare il mondo come un organismo vivente unico , com’è logico e come banalmente ci si presenta! È a dir poco da cretini pensare di poter fare qualsiasi cosa si vuole al resto senza subirne prima o poi un forte contraccolpo (sofferenza, morte), perché quell’apparente resto siamo in verità noi stessi. Non si può continuare presuntuosamente a considerarci come delle monadi, ma siamo un tutt’uno e per come si mettono le cose oggi, la specie umana non sembra solo avere il cancro, ma pare essere un’enorme massa tumorale in questo meraviglioso e potenzialmente grandioso organismo chiamato “pianeta Terra”.

Ci sono veramente persone convinte che a furia di emettere gas in un ascensore insieme ad altri fratelli, prima o poi non ne subiscano sgradevoli sensazioni pure loro stesse? Ma cos’è?

Siamo stupidi? Dunque…

Non si può essere felici se come minimo non siamo assolutamente tutti felici. Per “tutti” non intendo solo l’organo “cervello” del pianeta terra (come potrebbe essere ad esempio la specie umana) ma anche il cuore come lo è l’equilibrio fra le varie specie viventi animali, o l’apparato respiratorio come potrebbero considerarsi le specie vegetali… ecc.

Dire una volta per tutte di no all’antropocentrismo dunque, per una visione un tantino meno medievale delle cose, è un passo fondamentale per finalmente ritornare ad essere un po’ più innocenti e attuare uno sviluppo intelligente e sostenibile, o ancora meglio naturale. Dire di no alla visione antropocentrica non debilita l’uomo, ma anzi, lo riconsidera per quello che effettivamente è, cioè una parte molto importante (e forse la più importante dell’organismo mondo, vista la sua capacità di influenzarlo, vista la sua intelligenza, si potrebbe dire che l’uomo è un organo di centrale importanza, dove risiede la scelta, il libero arbitrio, la coscienza: il cervello), ma questa parte dipende per forza da tutte le altre parti fondamentali allo stesso modo, e quindi d’importanza pressoché identica. Passare una volta per tutte ad una cultura biocentrica significa finalmente rispettare la specie umana per quella che è, senza sopravvalutarla, significa ritrovare il perduto senso del limite che le culture del periodo del da Heidegger definito pensiero aurorale percepivano ancora, perché non accecate dal velo di maya che ha preso piede con tutti i dualismi, a partire da Platone, significa dunque nobilitarci e ritrovare il senno perduto.

Testimonianza fruttariana : presentazione della alimentazione fruttivora: piena realizzazione della natura umana e delle sue immense potenzialità

Da un anno quasi mi alimento con sola frutta, senza eccezioni. Ho effettuato una transizione alimentare molto graduale prima di inoltrarmi nel fruttarismo 100%, sono stato infatti vegano per tutto l’anno precedente. Mi sono sempre interessato di alimentazione, mi occupo di questa tematica da anni ormai e ho acquisito una certa consapevolezza e parecchia conoscenza a riguardo. Sono uno studente universitario, ho studiato scienze biologiche per 9 mesi dopo non essere riuscito ad entrare (come molti della mia generazione purtroppo) alla facoltà di medicina, ma ho capito che questo “fallimento” in realtà è stato la mia fortuna, perché la mia passione è sempre stata abbastanza incompatibile con l’approccio accademico che, senza voler offendere nessuno (d’altronde sono della mia stessa opinione parecchi docenti con cui ho avuto il piacere di dialogare all’interno del sistema accademico stesso) mi sono reso conto essere parecchio riduzionista, parzialista, conservatore e per questo decisamente poco aperto alla sperimentazione. Adesso studio alla facoltà di lettere nel corso di studi filosofici e storici, sebbene continui a studiare e approfondire il funzionamento del corpo umano in relazione al carburante che introduciamo in esso tramite i vari cibi diversi, ma per conto mio, con altre persone più positive e vitali di quelle che capita di incontrare negli ospedali o nei corsi “scientifici” della società odierna (che reputo, molto schiettamente e senza ipocrisia, tossica, inaccettabilmente limitante e ancora lontana parsec dalle reali potenzialità manifestative della nostra meravigliosa ma violentata, proprio da questi atteggiamenti paurosi, specie). Collaboro con un gruppo di ricerca nel quale vi sono medici, ricercatori indipendenti, nutrizionisti e tante altre personalità interessanti che non guardano di buon occhio chi ancora nel terzo millennio abbisogna di etichette e si rifà al principio di autorità (aspramente criticato e confutato da Immanuel Kant già nel diciottesimo secolo) per decidere di credere o non credere a qualcosa (qualunque cosa, anche le banalità), ma soprattutto siamo un gruppo di ricerca che non dà niente per scontato, neanche la morte ( proprio perché la vita e tutto ciò che esperiamo quotidianamente non è giudicabile come tale, ma anzi è infinitamente inspiegabile, indeterminabile, magico e impossibile da quantificare in maniera assoluta, e questo non deve far paura, spaventare, ma anzi deve incantare e far gioire): la vita non è per niente scontata, non lo è nemmeno la morte conseguentemente. I risultati del nostro atteggiamento, che al contrario di quanto possa aver finora pensato il lettore di questa mia presentazione, non è imprudente, ma utilizza sempre l’approccio scientifico (però quello vero, non quello che viene oggi fatto passare per tale, che sfrutta l’ignoranza delle persone per fini commerciali, manipolandole e mortificandole in modo totalizzante) sono stati e continuano a essere, com’era prevedibile, non soltanto illuminanti, ma, come avviene sempre in questi casi anche guardando alla storia, rivoluzionari. Non entrerò nel dettaglio per quanto concerne il gruppo di ricerca con cui ho l’immensa fortuna e piacere di collaborare, e non entrerò neanche in questioni troppo approfondite per quello che riguarda la mia personale esperienza onde evitare confusione (per mancanza di filtri necessari al passaggio di tali copiose informazioni, come ad esempio gli altri sensi: udito e vista che con la scrittura vengono boicottati e sono invece fondamentali: non posso purtroppo dialogare con voi), preferisco riportare brevemente qualche informazione immediatamente utile per i lettori, che magari, se ancora non del tutto privati di indipendenza intellettuale dalle tiranniche e droganti forme mediatiche con cui viene oggi propinato mr. la qualunque, potranno avere la voglia, la passione e la naturale gioia, propria tra l’altro dell’indole umana (animale politico e razionale, diceva Aristotele), di approfondire.

–Che cosa ho scoperto:

ho scoperto che…

– Gli studenti di medicina fanno il giuramento di Ippocrate una volta laureatisi e iniziata l’attività (per chi non conoscesse Ippocrate si trovano velocemente molte informazioni abbastanza affidabili su Wikipedia. È considerato il fondatore della medicina come professione e ancora oggi l’approccio medico non è molto cambiato da quello di questo personaggio antico, anzi, ecco qui riportato qualcosa a proposito:

Ippocrate inventò la cartella clinica, teorizzò la necessità di osservare i pazienti prendendone in considerazione l’aspetto ed i sintomi e introdusse per primo i concetti di diagnosi e prognosi. Egli credeva infatti che solo la considerazione dello stile di vita del malato permetteva di comprendere e sconfiggere la malattia da cui era affetto. Se tale prospettiva è tutt’oggi tipica della pratica medica, la ricchezza degli elementi che Ippocrate chiama in causa (dietetici, atmosferici, psicologici, perfino sociali) suggerisce un’ampiezza di vedute che raramente sarà in seguito praticata.” ). Tuttavia, nonostante facciano questo giuramento, fra le materie del loro corso di laurea non è necessario, e a quanto pare neanche previsto che loro studino scienza della nutrizione umana (nemmeno un’ora). Eppure, lo stesso Ippocrate affermava molto saggiamente, come tutti forse sappiamo:

Fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”,

proprio perché considerava centrale lo studio della dieta per l’enorme effetto (palese, dato che siamo costituiti al 100% da ciò che introduciamo nella nostra cavità orale, siamo, cioè, letteralmente “cibo che cammina”) che essa ha sulla nostra salute. Ebbene, sembra che oggi, non sia ritenuto non soltanto necessario, ma neanche lontanamente importante per la professione di medico, lo studio dell’alimentazione: la cosa non rientra nella pratica medica, essa si occupa infatti di studiare farmaci, e di studiare le malattie, oltre che il funzionamento del corpo umano (però scollegato da ogni fattore esterno). Diciamo, una volta per tutte, come stanno veramente le cose dunque: il medico oggi non solo non sa nulla (a meno che non abbia approfondito per conto proprio) di alimentazione (proprio esattamente niente) ma gli è stata tolta (all’incirca 15 anni fa) anche un’altra materia che poteva ancora mantenere vivo nella pratica medica il contatto con la realtà : l’Anatomia Comparata. Oggi dovunque si crede e forse è vero che i medici sappiano tutto, molto dettagliatamente anche, dell’anatomia della specie umana, peccato non la comparino con l’anatomia di un pollo, di un leone, di una rana o di una mucca. Ora, per chi non si fosse ancora reso conto dell’enorme gravità di questa cosa, farò un esempio: è come se domani cadesse un oggetto alieno dallo spazio e noi ne studiassimo dettagliatamente ogni minimo particolare… Come potremo mai risalire alla sua funzione? Evidentemente non potremo mai, neanche se stessimo a studiarci sopra per miliardi di anni, perché l’oggetto è decontestualizzato. Così come un bambino riceve da sua madre un mazzo di carte siciliane senza averci mai giocato con altri e quindi senza conoscere le regole del gioco né tanto meno la funzione di quei pezzi di carta, allo stesso modo il medico non sa cosa dobbiamo mangiare, e neppure si porrà mai certe domande, perché è irrecuperabilmente perso nello studio degli atomi di un pezzo del puzzle, e non considera più nemmeno il pezzo del puzzle (il corpo umano) come tale, ma lo prende come universo a se stante, del tutto disconnesso dal resto della natura. Ma questo non è un problema solo della facoltà di medicina, bensì di tutte le facoltà, infatti: i biologi studiano l’anatomia comparata, ma non studiano la comparazione fra l’apparato digerente di un granivoro con quello di un erbivoro, o quello di un carnivoro con quello di animali frugivoro-fruttivori come il gorilla, lo scimpanzé, il bonobo, il gibbone, e… l’uomo.

Per comprendere appieno tutto ciò però, a mio parere, bisogna capire che questo mero handicap ha origini antichissime, che risalgono ai tempi dei greci (dov’è nata la filosofia, il pensiero occidentali, e successivamente la scienza specializzata), infatti, da Omero fino ad Aristotele, si può ancora parlare di un tipo di approccio che definirei olistico ( http://www.treccani.it/enciclopedia/olismo/), unitario, sul mondo: quello naturalistico, tuttavia, successivamente le cose cambiarono. Forse Aristotele è l’ultimo dei filosofi unitari (al contrario di quanto si pensi oggi) (non esiste per loro differenza fra scienza e filosofia), invece, a partire dal terzo secolo a.C in poi, si può iniziare a parlare di frammentazione dei saperi. Le filosofie antiche avevano ancora un approccio olistico: erano forme di sapere totale, non specialistico, concepivano l’uomo ancora come interconnesso con la natura e i suoi fenomeni, ed esso stesso come natura (non come altro dal cosmo). La filosofia nasce dunque come sapere totale, nella Ionia (Aristotele stesso era uno ionico), con il concetto di Φύσις (dal greco, significa appunto “natura”, da “φύω”: “generare” e che in Aristotele assume il seguente significato: “la forma di tutto ciò che è vivo”) concepita infatti come un vero e proprio organismo vivente: questa concezione che avevano i greci antichi è del tutto differente dalla nostra concezione di natura. Ebbene, anche la medicina nacque inizialmente come sapere totale, non era infatti distaccata dalla filosofia, come non lo era da nessun’altra forma di sapere. Solo successivamente sarebbe nata però la medicina specialistica: il primo tentativo di frammentazione dei saperi (malriuscito, fortemente criticato e corretto dai successivi Platone e Aristotele) avviene con la corrente della sofistica. Inizialmente dunque, vi era un sapere unico, e nessun sapere specialistico che pretendeva che non vi fossero caratteristiche oggettive e permanenti intrinseche nella realtà, che si ponesse come totalizzante (studiare a tal proposito il sofismo: Protagora, Gorgia, ecc.), solo successivamente nacquero i saperi specialistici, per motivi ben precisi: vennero esercitati come professione a scopo di trarne un vantaggio economico personale (dai sofisti veniva insegnata bene l’arte della retorica, in cambio di soldi e favori ovviamente, solo come strumento di persuasione per esempio dei casi giudiziari, nei tribunali), e con essi ebbe luogo anche un altro tipo di medicina (oltre che altre attività profittevoli come quella del fare l’avvocato, ormai incuranti di ricercare il vero, perché l’unica verità per il sofista è quella che si afferma con la persuasione e quella che ne trae in tal modo vantaggio, ), completamente diversa da quella fino ad allora concepita e praticata: se infatti la prima può essere rappresentata benissimo dal trattato di medicina “il male sacro” (“de morbo sacro” del quinto secolo, di Ippocrate) in cui viene analizzato il fenomeno dell’epilessia (ma è solo un esempio) come una malattia derivante da un’ ostruzione (andare a studiare a tal proposito la storia delle due scuole rivali di medicina antica di Kos e di Cnido) ( si parla guarda caso di ostruzione come causa di tutte le malattie anche con Arnold Ehret, http://it.wikipedia.org/wiki/Arnold_Ehret) del cosiddetto “flegma” sia fra i vari organi all’interno del corpo, sia fra lo stesso corpo e il mondo circostante, esterno ad esso (ancora ritorna il concetto di mondo e natura come un tutt’uno, organismo vivente con i suoi vari organi, uomini inclusi), flegma che, in particolari condizioni, ostruisce il passaggio dell’aria, l’aria che dà la vita e la salute (ripeto: ostruisce il suo passaggio sia fra organi interni al corpo, sia da corpo a mondo e viceversa); la medicina specialistica, di contro trova la sua piena realizzazione nella negazione di ogni relazione fra il corpo umano e la natura, e prende ad analizzarlo isolatamente dal resto dell’universo, pretendendo di poterlo capire e guarire isolandolo dal contesto universale.

È necessario conoscere l’universo per capire la malattia”: questa è la esattaconcezione della prima fazione della medicina;

non è necessario conoscere l’universo, ma solo il corpo umano per capire la malattia” : questa è la esatta concezione (molto comoda e utile) della seconda fazione della medicina: la medicina intesa come scienza specialistica nasce con queste caratteristiche e rimarrà tale fino ai nostri giorni.

Rimarrà tale…. per un motivo molto semplice: perché verrà usata come strumentum lucri (i motivi sono banali: il filosofo non ha più voce in capitolo, chiunque, per guarire, o per capire qualcosa, dovrà rivolgersi agli “esperti” dei vari saperi specializzati: medico, astronomo, agronomo di professione, avvocato che praticheranno la suddetta professione… ma solo in cambio di un vantaggio economico, o di altra natura.)

Così come accadde per la medicina, avvenne anche per qualsiasi altra forma di sapere, che si sviluppò, da periodo suddetto in poi, non più come libero “amore per il sapere” ovvero come φιλοσοφία ( composto di φιλεῖν (phileîn), “amare”, e σοφία (sophía), “sapere”, ossia “amore per il sapere”) ma come scienza (dal latino “scientia”) che significa solo “conoscenza”, la quale, una volta posseduta (riconosciuta da “titoli” istituzionali, ad esempio lauree ecc.), può esercitare un forte potere su coloro che non ce l’hanno. (Leggere a tal proposito, anche se non condivido la critica a Platone e a Socrate, ma quella alla sofistica sì: Umberto Galimberti “il tramonto dell’occidente” pag. 389, capitolo “la provocazione della scienza e l’oggettivazione dell’essere”). Dietro ogni facoltà universitaria in realtà non vi sta e non v’è mai stato , secondo me, un vero e proprio interesse o amore per il sapere, ma solo una prepotente e disinteressata ricerca di acquisizione di capacità sofistiche per far credere di possedere un cosiddetto “sapere” che possa altresì permettere ai vari “esperti” nei vari settori di esercitare potere sulla natura, sulle persone, con l’unico fine del profitto personale (profitto personale, che come orribilmente ammiriamo ormai assuefatti nel quotidiano, è un profitto per modo di dire, dato che non dà davvero la felicità, e sta, pur di continuare ad esistere, devastando la nostra Madre Terra). Non è mica una coincidenza che la terminologia accademica richiama perfettamente quella della logica bancaria (debito; crediti ecc.): trattasi di una macchina di profitto, e come sa bene chi ha studiato Marx, non ci può essere un profitto senza che vi sia uno sfruttamento. Chi non capisce questo non ha capito nulla, e rimarrà uno schiavo dell’illusione che agli enti istituzionali importi davvero qualcosa di capire o indagare veramente cosa è l’uomo, in relazione con il mondo e l’universo… La situazione è rimasta esattamente come avvenne venticinque secoli fa con la tracotante idea che inneggia alla scissione dell’uomo dalla natura, con l’avvento ed il contagio della corruzione sofistica, la quale, detto in modo forse semplicistico, nel 5 secolo affermò: “il naturalismo è un sapere falso, ciò che conta è il saper parlare : saper persuadere. Della natura ce ne freghiamo, a noi importa solo l’uomo, e in particolare l’uomo ateniese” : allo stesso modo, oggi l’uomo occidentale della natura se ne frega, a lui importa solo dell’uomo, e non un uomo qualunque, ma solo dell’uomo che segua i parametri occidentali (tutto il resto dell’umanità non viene nemmeno riconosciuto come tale, tant’è che viene inevitabilmente sfruttato e sottomesso a meno che non inizi a giocare anche lui secondo le regole del mercato globalizzato capitalistico americano ormai dilagante come un tumore quasi irreversibile su tutto il pianeta, figuriamoci il resto degli animali). Quindi chi si iscrive all’università, non si aspetti di trovare amanti del sapere, se non qualche caso sporadico (nemmeno alla facoltà di studi storici e filosofici), ma si aspetti fin da prima che avrà a che vedere solo con quello che ormai è diventata: una “scuola” per imparare la “nobile” arte della persuasione per raggiungere il profitto tramite lo sfruttamento (legalizzato e pienamente operante nel contesto attuale grazie alle sfrenate perché non più controllate dalla politica “logiche” di mercato attuali ). L’università è nata con le commissioni dei sofisti, e non è cambiata da allora: I sofisti erano “maestri di virtù” che si facevano pagare per i propri insegnamenti, una cosa simile ai tempi veniva giustamente considerata inconcepibile e vergognosa, dato che nessun sapere dovrebbe mai avere un prezzo (e questo è banale, non lo sappiamo solo perché ce lo sono venuti a dire i greci antichi), per questo motivo essi infatti furono aspramente criticati dai loro contemporanei, soprattutto da Socrate, Platone e Aristotele, ed erano offensivamente chiamati «prostituti della cultura». Oggi chi non paga per ottenere la cosiddetta “laurea”? E chi di voi comuni “nessuno” cittadini di questo sconcertante, nichilistico mondo capitalistico, viene preso in considerazione o arriva ad avere voce in capitolo se non possiede questo riconoscimento istituzionale (dopo aver ovviamente pagato e frequentato i suddetti prostituti, e passato anni e anni in un primitivo allevamento intensivo di cervelli in cattività che ancora ci si ostina a chiamare con il termine, ormai del tutto improprio, di “università”)? Nessuno. Abbiamo perso di vista il fine dell’uomo. L’unico fine umano, diceva Aristotele è la felicità. Non il profitto, non il “lavoro” (concetto altrettanto primitivissimo). La felicità si ottiene con la ricchezza, ma non ricchezza di soldi, bensì ricchezza di frutta, fiori, amici, aria pulita, doni assolutamente gratuiti della natura che abbiamo dimenticato, dalla quale ci siamo presuntuosamente e miserabilmente slegati, e ora senza di Lei precipitiamo in un baratro . Essere ricchi non significa possedere molti soldi, tutto il contrario: essere ricchi significa non avere bisogno di soldi.

I medici sono esperti di malattie, ma non di salute. Purtroppo è questa la verità. Chi non la vede la subisce.

Ho personalmente parlato anche con studenti di medicina e medici, mi è stato detto che il campo dell’alimentazione è ancora un vero e proprio mistero per tutti. Ergo: non ne sanno veramente nulla e c’è fino ad ora stata poca ricerca (anche nel corso di scienza della nutrizione stessa).

Non esiste alcun testo scientifico che renda credibile, tramite dimostrazioni, che la specie umana è “onnivora”, neanche l’onnivorismo in sé ha una base scientifica. Questo dimostra chiaramente che quello che viene fatto passare per “scienza” non è altro che una superstizione, frutto di usanze che si sono ripetute nel corso del tempo, ma che può essere messa in dubbio da chiunque ed essere ( sempre con buon senso e apertura mentale e metodo serio di ricerca prudente) capovolta, confutata per sempre.

-Dobbiamo veramente mangiare la carne? Le uova? Il latte delle mucche? La risposta è NO.

-Siamo davvero destinati per “natura” alla malattia, alla tristezza, alla sofferenza e alla morte in questa vita “terrena” in vista di una fantomatica salvezza “ultraterrena”, perché l’uomo ha più dignità degli altri animali, e la vita qui è solo una prova?

-Dobbiamo morire tutti? Quindi tanto vale ubriacarsi, fumare, sporcare, devastare questo “mortale” mondo crudele?

Quante cose diamo per scontato, senza che ce ne rendiamo conto, precludendoci a priori il vero progresso? Rintanandoci in una caverna che sta sempre più diventando una gabbia d’acciaio? (leggere a proposito, soprattutto i giovani: Diego Fusaro – “il futuro è nostro”, primo capitolo, e magari proseguire, se vi prende).

-Di cosa soffrivo prima di intraprendere il mio percorso (avevo una dieta considerata comunemente equilibrata e sana da onnariano, praticavo anche molto sport come adesso):

Acufeni; dolori alle articolazioni, specie delle ginocchia; scatti e problemi all’ATM (articolazione temporo-mandibolare) molto fastidiosi; bruxismo; depressione molto frequente; necessità di dormire molto; sbalzi d’umore; stipsi; dolori alla schiena zona lombosacrale; tonsille irritabili con calcoli tonsillari; sonno postprandiale; difficoltà nei rapporti interpersonali di svariato genere; ansia immotivata; attacchi di panico di notte; apnee notturne; difficoltà enorme nella concentrazione nello studio o in qualsiasi altra attività; necessità di sbadigliare spesso; extrasistoli giornaliere e tachicardia; caduta di capelli; disordini di tipo sessuale; liquido spermatico troppo denso; forfora; raffreddori frequentissimi; puntine sulla schiena; insonnia e disordini sonno-veglia; dolori al nervo sciatico; iperidrosi (veramente eccessiva) alle ascelle e alle mani, con cattivo odore nonostante mi lavassi ogni giorno; acidità continua e sete eccessiva; tendenza a sviluppare dipendenza da tutto (tv, computer, musica, persone, però non fumavo, “cibi”); disturbi nella fase REM con sogni lucidi e paralisi notturne; e tanto altro : nell’ultimo periodo da onnariano (perché il suffisso “-voro” a rigore scientifico, non ha motivo di esistere) avevo inoltre alcuni brutti sintomi al colon che non mi piacevano per niente, e sono stati soprattutto questi a indurmi a modificare del tutto l’alimentazione, dopo essermi ben informato e con gradualità.

Conosco una persona a me molto vicina, che sta guarendo dalla miopia, con un regime alimentare vegano mda-3 rigoroso (per vedere di cosa si tratta, studiare il testo “specie umana, progetto 3m”, scaricabile gratuitamente da internet in formato pdf).

Tutto assolutamente, e dico proprio tutto passato nel giro di un anno e mezzo circa, grazie ai seguenti testi, per cui ringrazio veramente di cuore gli autori… Grazie per aver cambiato la mia vita e, potenzialmente, aver fatto voltare pagina all’intera umanità. Ci saranno moltissimi altri testi di altrettanto valore, ma io ho letto i seguenti e mi sento di consigliarli, nonostante io non abbia nessun titolo accademico, non sia un medico, un nutrizionista, penso di avere ancora (o a maggior ragione) il diritto e la potenza di poter influenzare positivamente le vite altrui, al di fuori del panoptico sistema burocratico che non riuscirà mai a soffocare la nostra verità, le nostre esperienze, la nostra voglia di respirare e sperimentare e quindi di progredire.

Cosa assolutamente importante: io seguo il testo “specie umana progetto tre m” e sono in fase f2. Pertanto, il mio fruttarismo esclude qualsiasi tipo di frutto acido (arancia, ananas, kiwi, limone, mandarancio, mandarino, pompelmo).

Eliminando questi frutti dalla mia dieta, passando da una fase vegan con i suddetti frutti a una fase vegana sostenibile mda-3 (vedi sempre testo “specie umana”) moltissimi dei miei precedenti problemi si sono risolti addirittura in pochissimi giorni (4 o 5!).

The china study” C. Campbell.

Specie umana, progetto 3m”

Miti e realtà dell’alimentazione umana” Armando d’Elia

La mela, il frutto dal volto umano” Carlo Sirtori

A breve, uscirà anche questo libro che reputo di importanza massima:

http://www.lafruttacheparadiso.com/

Con questo ho concluso. Buona vita a tutti. Siate liberi.

“Credere al progresso non significa credere che un progresso ci sia già stato.” – Franz Kafka

Dialogo fra un onnariano cattolico e un fruttariano

A:Sei ancora onnariano?

B: Si :).

A:Io non potrei più. Ormai per me il cibo più squisito è la frutta.

B: Infatti non siamo tutti uguali al mondo.

A:Per fortuna.

B: 🙂

A:Ci sono anche i killer, i talebani… Loro sono diversi, per fortuna. Anche nei campi di concentramento vi erano le SS, per fortuna che sono esistiti, sennò troppa uguaglianza.

B: Ci sono cose su cui si può avere un parere diverso, cose su cui non si può.

A: Dipende dal contesto storico in cui si è inseriti, sotto un certo regime e una certa cultura, tutti potrebbero dire che il sacrificio umano è qualcosa su cui non si può dissentire, dato che tutti lo praticano e credono per fede che sia corretto, fa semplicemente parte di una tradizione (folle e sbagliata se ci si ragiona, ma la gente non ragiona, e mi pare che tu non ti elevi al di sopra del momento storico e sociale, forse semplicemente perché ti fa comodo, come faceva comodo agli schiavisti reputare gli schiavi non-persone).

B: A me piace il cioccolato, ma se a te non piace non è la fine del mondo.

Se io non uccido e un altro sì, ben comprendi come la cosa cambi.

A: Certo. Non è la stessa cosa. Ma allo stesso modo una cosa è il cioccolato, un’altra è la carne. Nel secondo caso stai comunque uccidendo, ti ricordo.

B: Sì, ma siamo sul piano del discutibile. Sinceramente mi scandalizzo di più per le persone che uccidono i propri figli; per le persone che si riuniscono in chiesa per pregare e sono fatti saltare in aria da una bomba, tutti innocenti.

A: Certo, ma se una cosa è malvagia in una certa misura e un’altra lo è in misura un po’ minore, e se entrambe sono dannose sia per se stessi che per gli altri e inoltre se ambedue sono evitabili non solo senza alcuna perdita ma addirittura con enormi vantaggi, non vedo perché bisognerebbe scartare solo la prima e mantenere la seconda.

B: La questione è semplice. Per me un animale non ha la stessa dignità di un uomo. Non significa che li disprezzo. Neppure io approvo che vengano trattati in maniera indecente. Ma non mi scandalizzo a mangiarli.

A: Però il fatto che tu non ti scandalizzi a mangiare la carne non elude il fatto che non mangiandola otterresti dei vantaggi, ed eviteresti la sofferenza di un animale al tempo stesso. La domanda quindi non è “perché non mangiare la carne?” Bensì è: “perché mangiare la carne?”

Le argomentazioni a favore della prima tesi rimandano solo a una categoria che poco ha a che vedere con la virtù, perché è quella della golosità (tra l’altro anche molto discutibile, perché una volta che si elimina la carne, dopo lunghi periodi ci si renderà conto, a papilla gustativa disintossicata, che non ci si perde proprio nulla, anzi, che si trattava di qualcosa di addirittura nauseante). Queste argomentazioni sono poi sia quantitativamente sia qualitativamente misere, inferiori, a dir poco penose se comparate a quelle a favore della prima domanda-tesi.

B: Se l’uomo si limitasse a fare solo quello che gli è necessario sotto il profilo biologico, la nostra vita sarebbe triste. Non dico che la tua scelta non abbia senso. Ma non mi sembra che ci siano i limiti per rinunciare a qualcosa di lecito, almeno, per me.

A: Se consideri il problema seriamente, con onestà intellettuale (cosa che, per stima personale e per rispetto nei confronti della tua intelligenza, devo supporre tu non stia facendo, altrimenti rimarrei deluso) ti accorgerai che le conseguenze del consumo di carne sono negative per l’uomo in primis. Perciò la cosa, a mio dire, è poco lecita, sia in una visione biocentrica (la mia) sia in una visione antropocentrica, o teocentrica (come la tua). Quindi per entrambi noi.

D’altronde lo stesso Papa Francesco ha invitato a consumare di meno, a mantenersi sui bisogni reali e non su quelli indotti da questo sistema reso perverso in fin dei conti semplicemente dalle nostre cattive abitudini, che si tramutano necessariamente in domanda alterata verso un’economia che deve per forza impazzire per soddisfarla, generando crisi, guerre, povertà, sofferenza.

B: E su questo sono d’accordo. Ma è un po’ diverso da quello che dici tu.

A: Perché? Fammi capire almeno in cosa sbaglierei nella mia valutazione.

B: Mica Papa Francesco invita a non mangiare carne o produrne.

Non si risolve nulla facendo solo questo.

A: Produrre carne è un impiego poco intelligente delle risorse.

B: Non siamo robot…

B: Ci vuole anche un po’ di “umanità” in queste cose.

A: Consideri umano ciò che vien fatto agli animali? Il lavoro a cui ci costringe la produzione carnea è a mio parere disumano.

B: Deve cambiare tutto il sistema, è vero. Ma certamente non si risolve levando la carne e tutto quanto.

Poco è umano in questo mondo. Tu ti focalizzi sulla produzione di carne, perché ti interessa far notare questo. Anche il cellulare che hai tra le mani è prodotto in maniera poco umana.

A: Allora proponi tu le tue idee su come cambiare le cose, invece di elencare con rassegnazione e poco spirito creativo e risolutivo le disgrazie della nostra quotidianità.

B: La maglietta, il computer, tutto. Da solo non posso cambiare nulla.

A: Bisogna invece pur partire da qualche parte, da quello che può fare il singolo, ogni giorno, nel suo piccolo. E possiamo fare molto, più di quanto immagini. A cominciare dalle nostre tavole.

B: Questo lo dici tu.

Non cambi certo il sistema di produzione non mangiando carne e derivati.

A: Il principio di universalità kantiano dice esattamente il contrario.

B: Kant non è la certezza della verità e dell’opportunità.

A: Il sistema di produzione si basa sul consumo, quindi sulla domanda del prodotto.

B: Ho capito. Ma certamente non risolvi le cose mangiando solo frutta e verdura.

A: Non vedo il nesso logico che porterebbe alla tua conclusione. Mi pare invece solo un’asserzione contornata da spirito di rassegnazione, senza una base, senza alcuna argomentazione. Tu dici “è così e basta” senza però giustificare questa tua conclusione, senza rendermi partecipe delle basi sulle quali poggerebbe. Probabilmente, devo supporre, ma non per male, ma semplicemente perché tu mi costringi a farlo, che le tue conclusioni siano estremamente infondate, e che per di più tu non sia disposto neanche a rifletterci su, nonostante abbia la capacità e l’abilità per farlo.

B: Anche perché questa dieta la puoi fare tu, ormai adulto. Ma un bambino per crescere sano ha anche bisogno della carne e dei latticini, anche nella fase di crescita.

B: E poi c’è gente che muore di fame. Quello che trova, mangia. Mica può permettersi il lusso di star lì a capire se il suo cibo è ecocompatibile o meno.

A: Infatti queste che hai elencato sono solo conseguenze di una cultura errata, di credenze e falsi miti oramai superati perfino nell’ambito delle più avanzate scienze moderne, anche a livello accademico.

L’uomo infatti, dal punto di vista biologico (che non è per niente scisso a mio parere da quello spirituale) è un primate particolarmente evoluto, fruttivoro nell’anatomia, fisiologia. Quindi se cresci i tuoi figli a frutta, essi cresceranno sani e con minor rischio di contrarre patologie. Cibi iperproteici, cotti, sono invece droganti, non-cibi, inadatti alla nostra specie, che ci sovralimentano, o ci alimentano male, e ci fanno ammalare. La malnutrizione di cui parli tu, oggi è dappertutto, proprio per questa superficialità su ciò che portiamo alla bocca.

B: Non cambi il mondo facendo mangiare mele… La rivoluzione dev’essere morale, prima che “biologica”.

A: Le due cose, come tu ben sai, non sono separate…

La pratica della morale e dell’intelligenza suggerisce di escogitare metodi per sfamare tutti i 7 miliardi di persone. Con una malnutrizione tale a quella odierna (sia nel mondo occidentale che nel terzo mondo, che in qualsiasi altra parte, in verità), così generalizzata, la tal cosa risulta impossibile. Per questo bisognerebbe far cultura sulle abitudini alimentari in primo luogo, perché la prima risorsa di cui abbiamo tutti necessità è il cibo (che include anche l’aria, aria che inquiniamo principalmente per soddisfare i nostri fabbisogni indotti e non reali).

Non è possibile sostenere una popolazione di 7 miliardi di persone con l’alimentazione onnariana, necessiteremmo di altri 7 pianeti come minimo.

Noi abbiamo 1.35 mld di ettari destinati all’agricoltura, di cui il 70% è destinato agli animali da allevamento, non all’uomo. Ora è evidente quanto il concetto di fame nel mondo non avrebbe addirittura nemmeno senso di esistere su un pianeta gestito da persone sane di mente.

In questo schizofrenico quadro di gestione delle terre l’uomo si limita a vivere su un misero 0,3 mld di ettari, accatastato uno sull’altro all’interno di palazzi e grattacieli sempre più alti, pur di far posto ad animali da macello fatti riprodurre in modo forzato. Se nel 2050 raddoppierà il fabbisogno alimentare globale non sarà a causa dell’aumento della popolazione mondiale, bensì per via di una disastrosa politica alimentare che ci spinge a gestire le terre in questo modo sconsiderato. Ogni anno la zootecnia causa una perdita per il nostro pianeta di centinaia di migliaia di ettari di foreste (i NOSTRI polmoni, cresciuti in milioni di anni), in favore di allevamenti e pascoli. WWI (world watch institute) evidenzia che il 50% dei gas serra prodotti dall’uomo sono legati alla zootecnia: ecco perché la politica alimentare attuale conduce verso un peggioramento delle emergenze più gravi per l’uomo.

Per un kg di manzo occorrono 324 mq di terra. Per un kg di verdure occorrono 6mq di terra. Per un kg di frutta occorre meno di un mq di terra. Per un 1kg di manzo occorrono 15500 l di acqua. Per un kg di mele occorrono 700 l di acqua.”

Non esiste niente di più biologico della morale.

E viceversa.

B: Capito.

A: Oltre 4 miliardi di persone su 7 oggi soffrono la fame. Il cibo incide più di tutto sul nostro pianeta, dobbiamo affrontare tre crisi principali: la crisi alimentare mondiale; crisi urbanistica mondiale; crisi energetica mondiale, del tutto interconnesse fra loro, e per farlo bisogna assolutamente, con gradualità, cibarci di ciò per cui la natura ci ha progettati: la sana frutta.

La stessa parola “Paradiso” deriva dal sanscrito: “Pardès”, che significa, non a caso, frutteto.

B non ha più risposto.